4 considerazioni sul caso Sea Watch

4 considerazioni sul caso Sea Watch

Tra sovranità e giustizia, Carlo Nordio elenca gli aspetti più controversi della vicenda con protagonista la nave Ong.

Il problema giuridico della nave Sea Watch, ormeggiata davanti alle nostre coste, è stato risolto dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: l’Italia deve prestare assistenza ai migranti, ma non ha il dovere di accogliere né loro né la nave. Con questo viatico giurisprudenziale la questione potrebbe dirsi risolta, ma ovviamente non lo è. Anzi, per un insieme di attivismo e di inerzia dei protagonisti rischia di prendere un indirizzo fuorviante, e magari di finire con un compromesso che salvi la faccia un po’ a tutti e lasci tutto come prima. Vediamone le ragioni.

1. Il ministro dell’Interno ha dalla sua parte la legge del mare e quella nazionale: leggi che l’ardita capitana teutonica ha clamorosamente violato, forzando il blocco imposto dalle nostre autorità. Nondimeno Salvini è caduto nella trappola di scendere a polemiche vociferanti, quando avrebbe dovuto, secondo noi, vestire i severi panni istituzionali per denunciare alla riluttante Europa un’insostenibile situazione di provocazione programmata.

Perché la “Sea Watch”, nave tedesca battente bandiera olandese, ha ostentatamente puntato sulle nostre coste quando la normativa internazionale le imponeva di accedere ad altri porti più vicini e altrettanto sicuri.

Non solo. L’autonomia di carburante e viveri le consentiva numerose opzioni diverse, non ultima quella di ritornare coronata di umanità nella madrepatria, che peraltro, unitamente allo Stato di bandiera, se ne disinteressa completamente. Infatti oggi l’Olanda con un intollerabile schiaffo ha detto di non avere nessun dovere di accogliere i migranti. Davanti a una sfida così plateale, che suona come uno scippo di sovranità, vorremmo una reazione del governo chiara e definitiva.

2. Il governo, appunto. Questo pasticcio, ripetiamo, investe l’onore e la credibilità nazionale, visto che si tratta di una flagrante violazione della nostra sovranità. Ebbene, non si vede perché debba ancora esser gestito dal ministro dell’Interno, quando sarebbe più congrua, ed efficace, un’azione collegiale.

Azione collegiale che invece è stata attuata e rivendicata nel precedente caso della Diciotti, dove peraltro la nave era italiana, e quindi si trattava di vicenda, per così dire, in famiglia, e quindi assai meno grave di questa. Circostanza significativamente riconosciuta dallo stesso Tribunale dei ministri, che pochi giorni fa ha “prosciolto” Conte, Salvini, Di Maio e Toninelli dall’ennesima accusa di sequestro di persona a danni di migranti trasportati dalla Sea Watch lo scorso gennaio, argomentando che si trattava, appunto, di nave straniera entrata illegalmente nel mare italiano. Ora questa collegialità pare affievolita, anche se le recentissime parole di Conte, secondo cui si è trattato «di un fatto di inaudita gravità», sembrano rinforzarla. Vedremo.

3. L’indebolimento della coesione governativa è emerso nei giorni scorsi dai rimproveri di Di Maio a Salvini sulla lentezza dei rimpatri. È vero che il ministro dell’Interno aveva incautamente proclamato una rapida e progressiva espulsione degli irregolari, cosa che, dal punto di vista pratico, è quasi impossibile da fare. Ma è anche vero che questi rimpatri non solo sono centellinati, ma vengono quotidianamente compensati dallo stillicidio di sbarchi che continuano con mezzi più piccoli e meno identificabili. Certo, il flusso è grandemente diminuito: ma il fatto che i trafficanti abbiano rapidamente trovato altri sistemi per aggirare il divieto di entrata rende Salvini più vulnerabile anche verso i suoi alleati.

4. La magistratura. Che le violazioni di legge debbano essere accertate e punite dai giudici è cosa tanto ovvia che non varrebbe nemmeno la pena di parlarne. Ma in un sistema sfasciato come il nostro, dove ogni Procura agisce in piena autonomia e dove – dopo gli ultimi scandali del Csm – si è insinuato il sospetto di anomale contiguità tra toghe e politica, è lecito concludere che una questione importante e complessa come la gestione dell’immigrazione non può essere lasciata all’iniziativa dei singoli procuratori.

Ma anche qui il problema non sarà risolto finché governo e parlamento non si esprimeranno, in modo chiaro e definitivo, sulle competenze, sui limiti e soprattutto sulle responsabilità di chi si assume l’onere di gestire il fenomeno. Solo così potremo presentarci davanti alla riluttante e indifferente Europa, sostenendo vigorosamente le nostre ragioni.

Carlo Nordio, “Il Messaggero” 28 giugno 2019