Cosa unisce le forze politiche di oggi e di ieri? Lo statalismo

Cosa unisce le forze politiche di oggi e di ieri? Lo statalismo

L’avversione al libero mercato è un elemento comune ai partiti della Prima Repubblica, ma anche a quelli dell’attuale Parlamento. Alessandro De Nicola ci spiega perché.

In questi giorni ci si chiede come sia possibile che forze che fino a ieri si sono combattute ferocemente, possano oggi ipotizzare di governare insieme, non in emergenza, ma per un governo di legislatura. Ebbene, la causa ha radici che affondano nella Prima Repubblica: Pci, Psi, Dc e Msi si scontravano all’arma bianca e certamente le loro differenze, sia rispetto alla collocazione internazionale dell’Italia, sia rispetto all’adesione ai valori democratici, erano sostanziali. A partire dagli anni ’70 il Pci accelerò la sua evoluzione e lentamente accettò Comunità europea, Nato (sempre con occhio di favore verso l’Urss) e democrazia.

Nonostante le divisioni però, come spiegava Ugo La Malfa nel 1979 nel libro Intervista sul non-governo: “Per guidare un sistema industriale, e anche farne la critica, non si può essere preindustriali. I partiti politici non vedono i problemi se non con mentalità precapitalistica, puramente assistenziale. Quindi l’opinione pubblica non è stata informata sulla realtà dei suoi problemi, è stata solo abituata a quel linguaggio”. Insomma, una comune diffidenza verso il mercato, il rigore nei conti pubblici e il successo imprenditoriale, solcava tutti e 4 i grandi e medi partiti, rimanendo la piena adesione ai valori liberal-democratici appannaggio di forze di minoranza.

Cinque Stelle e Lega

Oggi la situazione non è molto diversa. Dei convincimenti statalisti dei 5 Stelle possiamo dire trattasi di “fatto notorio”. La Lega, che alle origini aveva un afflato liberista e federalista (o secessionista), oggi difende ogni rendita di posizione, dai concessionari di spiagge ai produttori di latte, la spesa pubblica, il controllo politico dei corpi intermedi (si veda la legge sullo sport) e delle autorità indipendenti, le nazionalizzazioni o comunque la presenza del governo, centrale o locale che sia, nelle aziende.

Partito Democratico

Il Pd è un partito socialista, che negli ultimi anni non ha privatizzato niente (e nazionalizzato Mps). Ed pur vero che con i governi Renzi-Gentiloni, spese e imposte sono lievemente diminuite rispetto al Pil, ma ora da Zingaretti sono venute solo proposte per università e scuola gratis per tutti, più spesa per l’istruzione, la green economy, gli investimenti e la sanità (100.000 operatori in più), salario minimo, equo compenso e una generica lotta agli sprechi e all’evasione fiscale su cui son buoni tutti.

La “spinta propulsiva” di berlingueriana memoria in tema di liberalizzazioni e meritocrazia (basta vedere il flop della “buona scuola”) si è certamente arenata. Cosa chiede infatti la direzione del Pd per governare coi 5 Stelle? “Una svolta delle ricette economiche e sociali in una chiave ridistributiva”. Reddito di cittadinanza por todos.

Forza Italia

Forza Italia parla di economia liberale ma nei fatti promette semplicemente tutto a tutti, dentiere e veterinari gratis, pensioni minime a 1000  euro, più sussidi ad agricoltura e pesca, meno tasse, ma anche più investimenti e “la fine della politica dell’austerità” (leggi: meno rigore nei conti). Si oppone alla direttiva sulle liberalizzazioni “Bolkestein”, cosi come fece con le misure contenute nella legge sulla concorrenza un paio d’anni fa ed anzi ritiene che bisogna allentare quelle esistenti per favorire “i campioni nazionali”. Quanto alle privatizzazioni, non si menzionano più da molto tempo.

Naturalmente, tra le varie forze ci sono eccome divergenze, in politica estera o sulla giustizia o l’immigrazione, per citare le più rilevanti. Ma in economia, salvo che in alcuni encomiabili esponenti o in forze minoritarie, come negli anni ’70 vediamo 50 sfumature di grigio, non una contrapposizione netta. Magari il governo che verrà smentirà tutto e avremo un programma che eviterà l’aumento dell’Iva tagliando la spesa e non facendo deficit e privatizzerà 18 miliardi di beni pubblici senza partite di giro. Chissà: saremmo i primi a esserne contenti.

Alessandro De Nicola, La Stampa 24 agosto 2019