La lezione cilena

La lezione cilena

Le proteste in piazza minano la credibilità del Cile paese modello delle riforme economiche liberiste? E chi c’è dietro queste? Il commento di Alessandro De Nicola.

Le proteste di massa hanno certamente minato la credibilità del Cile paese modello delle riforme economiche che hanno liberalizzato e reso prospero il paese. Vediamo dunque di analizzare i dati reali.

Cile, i numeri della crescita

Negli ultimi trentanni dalla fine della dittatura di Pinochet il Cile ha inequivocabilmente conosciuto un invidiabile sviluppo economico. Il reddito pro-capite è arrivato, a parità di potere d’acquisto, a 25.000 dollari l’anno (quello dell’Italia è di 35.800). la crescita del Pil è stata in media del 5% annuo e il debito pubblico rappresenta solo il 25% del Pil (Italia, 135%). Il Cile è diventato il paese più ricco dell’America Latina con performance molto superiori a tutte le altre economie del continente.

Peraltro, l’obiezione del «pollo di Trilussa» (in pochi han mangiato tutto) non è granché vera. Secondo gli indici di sviluppo umano dell’Onu la speranza di vita media è 80 anni, come quella dei paesi Ocse (il club dei paesi sviluppati) e più alta del resto del Sud America. L’aspettativa di anni d’istruzione per un giovane è di 16,5 (!) e il 65% della popolazione tra i 25 e i 64 ainni ha completato la scuola superiore. La criminalità (che colpisce soprottutto i poveri) è molto più bassa che nel resto del continente (2,7 omicidi per 100.000 abitanti contro i 56 del Venezuela o i 30 del Brasile, ma anche i 5,3 degli Stari Uniti). E per la Banca Mondiale, la percentuale di persone che vivono in povertà (meno di 4 dollari al giorno) è passata dal 3% del 2000 al 6,4% del 2017.

L’indice di Gini, che misura la diseguaglianza di reddito (100 massima e 0 minima) è diminuito dal 52,2 del 2000 al 46,6 del 2017, sotto la media dei paesi latinoamericani.

L’attuale presidente conservatore, Pinera, d’altronde è stato eletto con il 54,5% dei voti appena due anni fa e per tutto il 2018 e fino a febbraio di quest’anno i favorevoli alla sua azione di governo erano di più o alla pari degli sfavorevoli (sondaggi Cadem). Ad ottobre i cileni erano i cittadini sudamericani più contenti della loro condizione economica e il grado di soddisfazione di qualità della vita secondo l’Ocse è di 6,5, in linea con i paesi del Primo Mondo.

Le ragioni del malcontento

C’è stato allora un impazzimento generale? No, semplicemente lo scontento a volte esplode in modo imprevisto dopo aver covato sotto la cenere per molteplici ragioni.

1. La prima è sicuramente stata la risposta eccessiva del governo alle prime manifestazioni. Il presidente ha parlato di “stato di guerra” e la polizia ha perpetrato molteplici abusi.
2. La seconda è che la rivolta è stata «aspirazionale», un po’ come nell’autunno caldo italiano del 1969. I 19 milioni di cileni sono usciti dalla povertà, posseggono 25 milioni di telefonini e 5,5 milioni di autoveicoli e non accettano di non godere del benessere della classe media dei paesi sviluppati con cui ora si confrontano.

L’astio contro le élite deriva in parte dalla struttura oligopolistica di alcune industrie importanti del paese, soprattutto quelle che provvedono ai bisogni primari del paese, la sanità, i fondi pensione e le utenze domestiche. Evasione fiscale e corruzione esasperano gli animi: sono più basse che nel resto dell’America Latina ma non rispetto alle nazioni Ocse.

La lezione cilena

Insomma, la lezione per paesi in grande crescita grazie alla libertà economica è che le istituzioni devono maturare di pari passo con l’economia, gli oligopoli sono avversari del mercato, l’ascensore sociale non va bloccato e lo Stato di diritto va rafforzato. Certo, la diseguaglianza eccessiva non aiuta, ma l’indice Gini del disastrato El Salvador è un più egalitario 38, eppure non credo che a Santiago aspirino a stare come a San Salvador.

Alessandro De Nicola, “La Stampa” 6 novembre 2019