Le zavorre che mettono a rischio l’occupazione

Le zavorre che mettono a rischio l’occupazione

Più che dalla robotizzazione, i posti di lavoro sono messi a rischio da altri fattori che limitano gli investimenti

Nei prossimi vent’anni il 15% dei posti di lavoro potrebbe “scomparire” a causa dell’automazione: cioè perché alcuni compiti, oggi svolti da individui in carne ed ossa, verranno affidati a delle macchine. Un restante 35% sarà “seriamente condizionato” dall’innovazione tecnologica. L’ultimo “Employment Outlook” dell’Ocse sembra fatto apposta per rafforzare quel millenarismo economico che in Italia è tanto popolare: in guardia, la fine del lavoro è vicina.
In realtà il rapporto del think tank parigino punta l’attenzione sull’importanza della formazione per consentire ai lavoratori di reinserirsi in un’economia che cambia e sottolinea come le politiche pubbliche possano aiutare i singoli senza per forza fermare l’innovazione.

La scomparsa dei mestieri

Sono forse utili alcune considerazioni di ordine più generale. La “scomparsa” di tanti mestieri in due decenni sembra un’enormità, forse però non siamo distanti da valori coi quali conviviamo da tempo. Parole come birocciaio o stenografo sono ormai confinate nei romanzi storici. Per intere categorie professionali, il nome è rimasto lo stesso ma mansioni e strumenti sono cambiati radicalmente. Un’infermiera degli anni Cinquanta si orienterebbe a stento in un’ospedale dei nostri giorni. Le novità causano sempre malumori. A fine Ottocento, nelle campagne italiane i contadini tiravano sassi contro le automobili. Buona parte dell’opinione pubblica le considerava troppo pericolose e dunque reputava necessaria una stringente regolamentazione contro i “tirannelli della strada”. Settant’anni prima i benpensanti inglesi volevano vietare il trasporto passeggeri sui treni, che sfiorando i quaranta chilometri all’ora entusiasmarono mezzo mondo e terrorizzarono l’altra metà.

È normale che il cambiamento ci spaventi, tanto più quanto più immaginiamo di esserne toccati. In generale, le macchine sin qui ci sono state utili a economizzare fatica: che significa rendere più tollerabile, meno oneroso e più sicuro il lavoro umano. Come ricorda Marco Bentivogli nel suo Manuale di resistenza alla tecnofobia (Contrordine compagni, Rizzoli), “sostituendo l’uomo nei lavori più meccanici, la robotica porta all’aumento della produttività e alla crescita del settore, e di conseguenza all’aumento dei posti di lavoro”.

La ricetta per combattere la disoccuapzione tecnologica

Se guardiamo indietro, vediamo che non è la prima volta che viene annunciata l’imminente fine del lavoro. Secondo alcune stime, fra il 1990 e il 2000 la robotizzazione sarebbe dovuta costare, negli Stati Uniti, oltre un quarto dei posti di lavoro. È stato un decennio di grande espansione economica, nel quale la disoccupazione si è ridotta dal 7 (1992) al 4% (2000). Certamente, è possibile che in alcuni settori il numero degli occupati sia diminuito, per non aumentare mai più. Ma è davvero questo che ci interessa? Che le persone continuino a fare il lavoro che hanno sempre fatto, per faticoso e ripetitivo che sia? Nel corso di buona parte del secolo scorso, l’economia globale è cresciuta più velocemente della stessa popolazione mondiale.

L’unica ricetta contro il rischio della disoccupazione tecnologica è continuare a crescere. La crescita mette a disposizione risorse che possono essere utilizzate per nuove avventure imprenditoriali, le quali a loro volta producono nuova occupazione. Il grande nemico di questo processo non è la tecnologia: ma tutto ciò che rende meno conveniente fare investimenti. In Italia la lista è lunga, dal fisco a una giustizia che non funziona. Per tornare a creare lavoro sono questi i problemi che dovremmo affrontare. Ma dare la colpa ai robot è enormemente più facile e, nel breve, vale applausi più fragorosi.

Alberto Mingardi, La Stampa 26 aprile 2019