L’inquinamento si riduce con l’innovazione tecnologica

L’inquinamento si riduce con l’innovazione tecnologica

Nel Decreto clima ci sono più comunicazione e ideologia che misure efficaci. Ecco il perché, secondo Alberto Mingardi.

Ieri il Consiglio dei ministri ha adottato il Decreto Clima, uno dei pilastri del cosiddetto «Green New Deal». Si tratta di misure, per ora solo abbozzate, finalizzate a ridurre l’impronta ecologica del nostro sistema economico e raggiungere gli obiettivi di de-carbonizzazione fissati a livello europeo per il 2030. Tali obiettivi sono ambiziosi, è probabile comportino un non disprezzabile aggravio dei costi del nostro sistema produttivo, ma non sono più negoziabili.

La solita scelta degli incentivi

Bisogna dunque chiedersi se gli strumenti scelti per perseguirli siano adeguati e se si propongano di farlo nel modo meno oneroso. Per ora la sensazione è quella di uno sforzo più orientato alla comunicazione che al risultato. Il metodo scelto è quello, sempre gradito alla politica, di elargire piccoli incentivi.

Per esempio, ci sono 20 milioni di euro per finanziare l’installazione di «green corner» per la vendita di prodotti sfusi (alimentari, detersivi, ecc.); 255 milioni per la rottamazione di auto euro 3 e motocicli euro 2 e 3; 40 milioni per la realizzazione di corsie dedicate per gli autobus; 20 milioni per gli eco-scuolabus, 2 milioni per fare propaganda sul clima nelle scuole. La riduzione dei sussidi a produzioni ambientalmente dannose è stata rinviata alla legge di bilancio, e bisogna sperare che il governo faccia buon uso del tempo guadagnato per approfondire una norma che, nelle prime bozze, pareva fortemente penalizzante per diverse categorie, tra cui tutti i possessori (anche privati) di veicoli diesel.

Scelte incomprensibili

Su tutto, aleggia l’idea che per il governo l’attenzione all’ambiente coincida in realtà con l’imposizione di uno stile di vita: povero è bello. Non si spiega altrimenti l’attenzione a temi con forte carica simbolica, ma dall’impatto sull’inquinamento almeno discutibile.
Per esempio, gli incentivi ai prodotti sfusi sono del tutto incomprensibili. Non è affatto detto che la mera riduzione degli imballaggi determini particolari benefici ambientali. Ancor più assurdo è legare gli incentivi alla rottamazione per i veicoli più vecchi alla spesa in abbonamenti di trasporto pubblico. Si tratta tra l’altro di una misura clamorosamente regressiva: il trasporto pubblico locale rappresenta una vera alternativa all’auto privata solo nelle aree metropolitane, dove mediamente i redditi sono più alti. In provincia, la faccenda è ben diversa.

Decreto clima, logica punitiva e soldi pubblici

Meglio avrebbe fatto il governo a immaginare una sorta di «revisione dell’ordinamento fiscale», per accertarsi che il fisco, in modo non punitivo, accompagni il ricambio degli asset produttivi esistenti con altri più efficienti. Infatti, il vizio forse principale del decreto risiede nel pregiudizio che gli obiettivi ambientali possano essere raggiunti solo investendo risorse per tecnologie specifiche (che il governo sceglie, oggi, per domani e per noi tutti).

L’esperienza ci insegna che a ridurre l’inquinamento sono state, sin qui, soprattutto crescita economica e innovazione tecnologica. È da ulteriori progressi, più che da una qualsiasi norma, che possiamo aspettarci quei cambiamenti che renderanno i nostri standard di vita «sostenibili» anche dal punto di vista del pianeta. Invece si preferisce adottare una logica punitiva nei confronti di determinati consumi, ipotizzando che abbia costo zero: per l’economia, e per la libertà delle persone di decidere come vivere.

Non si capisce bene perché chi vuole prendere le sfide ambientali sul serio debba disinteressarsi della loro sostenibilità finanziaria per le casse pubbliche e private. È come se il fine (ambientale) giustificasse ogni mezzo.

Alberto Mingardi, “La Stampa” 11 ottobre 2019.