L’Italia? È come un debitore assuefatto all’azzardo

L’Italia? È come un debitore assuefatto all’azzardo

Quando finiscono i soldi degli altri di solito si finisce per attingere ai quattrini di figli e nipoti: indebitandosi. Un po’ quello che sta facendo il governo e hanno fatto i precedenti. L’analisi di Alberto Mingardi.

Nel mondo dell’impresa, è ogni giorno più forte la preoccupazione per un possibile aumento delle tasse. Per reperire risorse, il premier ha promesso una revisione del sistema di deduzioni e detrazioni. Operazione per certi versi meritoria ma che, se fatta ad aliquote invariate, porterebbe la pressione fiscale a salire: lo stesso avverrebbe, ovviamente, se scattassero le clausole di salvaguardia, con annesso incremento di Iva e accise. Circolano anche ipotesi più complesse: per esempio un incentivo alla rivalutazione dei beni strumentali, con un’imposta molto bassa sulle plusvalenze, per raggranellare quattrini.

L’imminenza delle elezioni europee determina i toni della comunicazione politica, ma per aprile dev’essere preparato il Documento di Economia e Finanza, necessario anche per gestire il non facile rapporto con la Commissione europea.

Mancano i soldi

La legge di bilancio, come sappiamo, fissa l’asticella del deficit al 2%. La previsione era coerente con una crescita stimata all’1% nel 2019. Secondo la Banca d’Italia, però, quest’anno il Pil crescerebbe dello 0,6%, la Commissione europea dice lo 0,2. Intanto siamo in recessione: il Pil è diminuito per due trimestri di fila e non ci sono segnali che lascino intravedere conferma anche alla misera speranza di un più 0,2. Dallo scorso anno, non c’è indicatore che abbia il segno positivo.

Le misure al cuore della legge di bilancio, Quota 100 e reddito di cittadinanza, sono state interpretate da osservatori e investitori come denari distribuiti alla gente per non lavorare. Il governo spera che aiutino la ripresa dei consumi, anche grazie all’obbligo di spesa che è la polpetta avvelenata del reddito di cittadinanza. L’incertezza spiazza i consumi e la sostituzione dei pensionandi con lavoratori più giovani è un auspicio che difficilmente si realizzerà. In un sistema come il nostro, le pensioni le pagano i lavoratori attivi. Se cresce il numero dei pensionati, cresce il costo a carico di questi ultimi. Se aumenta il costo del lavoro, è improbabile che si abbiano più assunzioni.

In ragione della revisione delle aspettative di crescita, si pensa che manchino all’appello qualcosa come 8-9 miliardi, che si sommano ai 23 delle clausole di salvaguardia. Un conto altissimo da pagare. La riduzione della spesa pubblica non appartiene all’orizzonte ideologico di chi ci governa ed è difficile da realizzarsi in tempi brevi.

L’Italia è come un debitore assuefatto all’azzardo

Il problema del socialismo, diceva la signora Thatcher, è che i soldi degli altri prima o poi finiscono. Il governo è in una situazione simile. Quando finiscono i soldi degli altri di solito si finisce per attingere ai quattrini di figli e nipoti: indebitandosi. È improbabile che la Commissione ce lo lasci fare, Lega e Cinque Stelle scommettono che l’esito delle Europee consentirà l’impossibile. Con un debito come il nostro e l’intenzione dichiarata di non calmierarne la crescita, siamo comunque condannati a pagare tassi di interesse elevati, che già oggi sono superiori non solo a quelli dei Paesi del Nord ma anche a quelli di Spagna e Portogallo.

L’Italia è una specie di debitore assuefatto all’azzardo che, nonostante le sue precarie condizioni finanziarie, non abbandona il tavolo da gioco. Nella disperazione, si può fare di tutto. Ma sia indebolire il settore privato aumentando le tasse sia entrare in un’altra negoziazione disperata con Bruxelles, con effetti sullo spread e quindi sui tassi forse persino peggiori di quelli che abbiamo visto in autunno, sarebbero scelte suicide. Il ghiaccio è sottile. I partiti di maggioranza hanno costruito il loro consenso sulla percezione diffusa che il nostro Paese si sia fortemente impoverito. Più che una diagnosi, potrebbe rivelarsi una profezia.

Alberto Mingardi, La Stampa 6 marzo 2019