Mose di Venezia, di chi sono le colpe

Mose di Venezia, di chi sono le colpe

Non solo la natura. Nei danni provocati dall’alluvione c’è la responsabilità dell’uomo. L’ex magistrato Carlo Nordio ci svela le cause della paralisi.

Venezia ha sempre subito le alluvioni dell’acqua alta. La massima risale al 1966, ma sicuramente ve ne furono molte altre prima che le rilevazioni assumessero carattere scientifico e periodico. È vero che l’uomo ne ha assecondato le cause e aggravato le conseguenze scavando pozzi e trascurando la pulizia dei canali; è anche vero che di fronte a maree imponenti come quelle di questi giorni il nostro intervento ha capacità limitate. Volerne trovare a tutti i costi i responsabili significa manifestare arroganza davanti all’imperturbabile neutralità della Natura.

Le responsabilità umane

E tuttavia, nella tragedia che in questi giorni ha colpito Venezia, anche l’uomo ha le sue colpe. La prima è certamente quella di suscitare l’illusione che la moderna tecnologia possa evitare le catastrofi del Creato, al punto da incriminare i geologi che non hanno saputo prevedere i terremoti. Ma la seconda è di non aver fatto quello che si sarebbe potuto e dovuto fare: nel caso specifico di non aver realizzato le opere programmate, finanziate e iniziate. Se, per intenderci, II Mose fosse stato realizzato nei tempi previsti, forse l’acqua avrebbe comunque invaso la città: ma lo avrebbe fatto in modo meno irruento ed esteso, e I danni sarebbero stati limitati.

Mose, le cause della paralisi

La paralisi del Mose ha molti padri. In primis la progettazione, che per un’opera originale e unica al mondo ha richiesto continue modifiche e aggiornamenti. A ciò si aggiungono i costi, che sono lievitati per le difficoltà tecniche e i calcoli talvolta sbagliati; i ritardi nei pagamenti, che hanno costretto alcune imprese a ridurre l’attività; e naturalmente la corruzione che, una volta scoperta, ha determinato un cambio di “governance” tra gli amministratori pubblici e privati. Ma la madre è una sola: ed è la proliferazione legislativa con l’annessa elefantiasi burocratica, che ha moltiplicato gli ostacoli, già di per sé numerosi, nell’esecuzione di un’impresa così complessa.

E questa confusione normativa ha originato due conseguenze, che vale la pena di ricordare.

1. La prima è quasi paradossale. Consapevole che, con questa inestricabile matassa di competenze indistinte e di procedure tortuose una simile opera non si sarebbe mai potuta realizzare, il legislatore ha creato un organismo, il Consorzio Venezia Nuova, al quale ha attribuito poteri quasi assoluti. Insomma, dopo aver avvelenato la pietanza con normative impraticabili ha trovato l’antidoto decidendo di ignorarle, con il risultato che questo organismo, godendo di un insindacabile arbitrio, ha fatto quel che ha voluto, corrompendo a destra e a sinistra e sperperando una marea di denari pubblici per ingraziarsi i vari potentati e acquisire, come si dice, consenso politico.

2. La seconda è stata consequenziale. Una volta emersa questa impressionante marea di illegalità, la politica, intimorita dall’intervento della magistratura, e corsa ai ripari, e ha rispolverato, aggravandolo, quel groviglio di bizantinismi e di controlli burocratici che avrebbe dovuto impedire la finanza allegra del Consorzio, e invece ne ha determinato la paralisi. Cosicché ogni finanziamento, ogni liquidazione, ogni collaudo, insomma ogni fase dell’esecuzione è stata sottoposta a una tale serie di controlli prudenziali da provocare un esasperante rallentamento dei lavori e un ulteriore aumento di costi, aggravato dalla riduzione degli stanziamenti.

Mose, esempio non isolato

Purtroppo l’esempio del Mose non è isolato. Benché costituisca per le dimensioni dell’opera (e quelle, altrettanto gigantesche, delle mazzette e degli sperperi) un unicum nella nostra storia, esso riflette la cultura pseudolegalitaria della nostra politica, che crede che l’efficienza e I’onestà siano direttamente proporzionali al numero di leggi che sforna e delle autorità che dovrebbero garantirne l’osservanza. Mentre e esattamente il contrario, perché più si moltiplicano le competenze e si complicano le procedure, più si stimola la corruzione tra i soggetti disonesti e la paura di sbagliare (e di esser incriminati) tra quelle dabbene, che ormai attuano la cosiddetta amministrazione difensiva, e si trincerano dietro un’inerzia cautelativa. Cosi, assieme a Venezia, affonda anche la nostra economia.

Carlo nordio, Il Messaggero 15 novembre 2019