Servirebbe più Europa, ma gli europei sembrano non capirlo

Servirebbe più Europa, ma gli europei sembrano non capirlo

Gli scenari mondiali dovrebbero favorire la coesione dei Paesi europei, ma le divisioni rimangono profonde. L’analisi di Giorgio Ferrari.

La nuova Commissione Europea è nata ieri, in emblematica coincidenza con il voto di fiducia al Governo Conte II. Per la verità la Commissione non ha ancora avuto la sua fiducia, anzi, inizia per lei un iter che la porterà ad assumere i pieni poteri il 1° novembre. Ma a meno di clamorose e ad oggi imprevedibili sorprese non dovrebbero esserci intoppi. Ovviamente riflette il risultato delle elezioni che hanno visto il successo delle forze democratiche, particolarmente dei liberali e dei verdi.

L’Italia avrà un Commissario esperto come Gentiloni e con una delega cruciale, quella sull’economia. Una nomina nata per un puro caso, conseguenza dei troppi mojito agostani di chi sappiamo. Il vecchio Hegel avrebbe trovato conferme alle sue teorie sull’astuzia della Storia. La Presidente Ursula Gertrud von der Leyen ha tracciato un programma condivisibile: dalla riforma del Regolamento di Dublino alle questioni ambientali, dall’economia al rapporto che si vuole sempre più stretto con i cittadini della UE, riducendo quel distacco tra Bruxelles e l’opinione pubblica che alimenta incomprensioni e populismo. Per la verità l’affermazione:” I Commissari andranno tra la gente” suona un po’ populista, ma di questi tempi ha un suo senso.

Però non possiamo chiedere alla von der Leyen, a Gentiloni e ai Commissari tutti quello che non possono darci: una riforma strutturale dell’Unione che ne rilanci il processo di unificazione e la sua collocazione nel contesto internazionale. Le divisioni all’interno sono troppo profonde, per non parlare dei Paesi, come l’Ungheria, che hanno abbracciato il populismo e il cosiddetto sovranismo, che non è altro che il vecchio nazionalismo. Eppure la situazione internazionale richiede una presenza sempre più forte e autorevole dell’Europa, che dovrebbe parlare con una sola voce.

Putin e Trump hanno scommesso sulla dissoluzione dell’Europa e delle sue istituzioni. Se la posizione dell’autocrate russo è comprensibile, e rappresenta una minaccia anche e soprattutto militare che andrebbe contrastata, quella di Trump è assai miope, perché sul medio periodo la creazione di un mercato comune euro-nord americano avrebbe degli indubbi vantaggi per tutti. Ma non si può non prendere atto della realtà e comportarsi di conseguenza.

C’è poi la Cina che ha un grande disegno strategico che, passando per il controllo delle enormi risorse dell’Africa arriva all’Europa. Un bizzarro percorso di una nuova via della seta che propone molte insidie e tentazioni pericolose per i Paesi europei. C’è poi il Medio Oriente, fonte di minacce e lusinghe. Mentre siamo impantanati in Afghanistan, dove si è arrivati persino a intavolare una grottesca trattativa con i Talebani, e se sul campo l’ISIS è stato sconfitto, la situazione è tutt’altro che stabilizzata. Dall’Iraq allo Yemen, dalla Siria alla Libia, si assiste a un intreccio tra la grande guerra tra Sciiti e sunniti e le mille faide tribali esplose dopo la brutale repressione delle primavere arabe.

La Russia sta affermandosi come uno dei punti di riferimento strategico nell’area, gli Stati Uniti brancolano se non nel buio, almeno nella penombra, l’accordo sul nucleare in Iran è saltato e questo getta benzina sul fuoco. Il piano di pace per il conflitto arabo-israeliano partorito dalla Casa Bianca è, puramente e semplicemente, ridicolo. Tutto insomma richiede più Europa, ma gli europei sembrano non capirlo.

Giorgio Ferrari, 11 settembre 2019