Tassano le banche, ma a rimetterci saranno i clienti

Tassano le banche, ma a rimetterci saranno i clienti

La crescita economica sarà certamente ridotta: a parte i numeretti che ballano, la sostanza sarà quella di una pericolosa stagnazione.

La cosa non riguarda certamente solo l’Italia, che ha però il problema di avere messo poco fieno in cascina e ha pericolosamente intrapreso la strada di aumentare le imposte. La pressione fiscale sarà dello 0.4% in più rispetto all’anno scorso. Non molto e meno di quanto sarebbe avvenuto se non si fossero disinnescate le da sole automatiche di incremento dell’Iva.

Ma dietro a questo piccolo aumento, il governo non ci sente. O meglio ragiona male. Come un paziente malato che non si vuole sentire dire che non sta bene: nega e attribuisce il suo stato di malessere a fattori esterni il refrain è che le tasse sono diminuite per tutti, tranne che per i cattivi. Segnatamente le società che gestiscono le scommesse e le banche. Nel primo caso semplicemente e cinicamente si sta distruggendo un’industria, riducendo l’occupazione legale e incentivando il nero.

Sulle banche il gioco è ancora più clamoroso. Prendiamo un caso concreto. Ieri la banca italiana più importante e florida, Intesa-SanPaolo, per bocca del suo consigliere delegato, Carlo Messina, ha snocciolato i conti dell’anno scorso. L’istituto ha dichiarato di avere realizzato 4 miliardi di utili: una cifra mostruosa. Gran parte di essa verrà elargita ai propri azionisti, che sono decine di migliaia.
Insomma chiunque avesse un’azione della banca (che vale intorno ai due euro) avrebbe ricavato in un anno un dividendo di venti centesimi. I conti sono facili. Vuol dire che il titolo della banca guidata da Messina rende il 10%. Il governo, quando annuncia di non avere tassato i cittadini, ma quei cattivoni delle banche, scherza dunque con il fuoco.

I due miliardi di imposte in più che le banche pagheranno, secondo voi, sul conto di chi andranno? Su quello del consiglio di amministrazione, forse? Una dirigenza che, peraltro, in un mondo che si dice a parole meritocratico, non dovrebbe biasimare, visto il valore che ha creato. I due miliardi di imposte sulle banche nel caso di quelle che traballano, potrebbero rappresentare il colpo finale: con la favolosa conseguenza che poi dovrebbero essere salvate con i soldi dei cittadini. Dunque con tasse aggiuntive.

Ma il discorso è paradossale anche per le istituzioni che macinano utili. In questo caso la maggiore tassazione non potrà che trasferirsi sui comuni cittadini. In due forme.

La prima è del maggiore costo dei servizi. Ma, si potrebbe obiettare: una banca che fa tanti utili, li riduca invece di vendere più cara la propria merce. Discorso poco finanziario, ma che prendiamo per buono. Ebbene, se non sono i correntisti a pagare di più, lo sono gli azionisti. Che non sono dei banditi mascherati. Ma i risparmiatori italiani. Direttamente, se hanno qualche titolo in portafoglio, indirettamente se i titoli sono detenuti da qualche organismo di risparmio collettivo (fondi comuni o fondi pensione) inevitabilmente investiti nel titolo tra i più liquidi e redditizi del mercato italiano.

Insomma quando vi raccontano che tassando quei cattivoni delle banche non tassano i contribuenti, vi raccontano una balla. Per la verità la stessa balla che raccontarono i governi precedenti che introdussero in Italia la cosiddetta Tobin tax, per danneggiare le speculazioni finanziarie, e che ha solo danneggiato il mondo degli intermediari italiani e i nostri risparmiatori.

L’unica tassa giusta è quella che non c’è. Tutto il resto prima o poi va a finire all’ultimo anello della catena fiscale: il contribuente. E in alcuni casi (auto, slot machine) rischia di distruggere anche l’industria e il lavoro regolare che la sostiene.