Thatcher, la “figlia del droghiere” che cambiò il mondo

Thatcher, la “figlia del droghiere” che cambiò il mondo

Dura, inflessibile, amata o detestata: la figura di Margaret Thatcher nel ritratto di Alessandra Necci sulle pagine di Panorama.

La figlia del droghiere

Ho sempre abitato in un appartamento sopra la bottega». Così scrive Margaret Thatcher nelle sue Memorie, spiegando che al numero 10 di Downing Street, prestigiosa sede del Primo ministro inglese, gli uffici erano – e sono tuttora – al piano terra, mentre le stanze private, più modeste, del residente temporaneo sono all’ultimo piano. Quelle porte si aprirono per lei il 4 maggio 1979, 40 anni fa, quando vi si trasferì con il marito Denis, dopo aver vinto in modo sorprendente le elezioni. L’ironia della Thatcher è nel riferimento alla sua infanzia: anche allora abitava in un appartamento «sopra la bottega»: era la drogheria del padre, esponente della classe media inglese, titolare di un esercizio commerciale a Grantham, nel Lincolnshire.

Non si può comprendere la rilevanza di questa donna nella storia del secondo dopoguerra, se non si torna a quel tempo in cui lei era solo «the grocer’s daughter», «la figlia del droghiere», come l’avrebbero soprannominata con scherno i suoi rivali del partito conservatore (pare la chiamasse così anche la Regina). Allusione classista alle origini di donna del popolo. Non del proletariato, certo, ma della middle class: una borghesia laboriosa, che negli anni Trenta era la spina dorsale del Regno Unito, premessa della resilienza di fronte alle terribili prove future.

Il genitore non si limita al piccolo commercio, si occupa della vita politica, civile e religiosa della cittadina. È un apprezzato predicatore laico metodista, che diverrà poi membro del consiglio comunale, e nel ‘45/’46 sarà eletto sindaco. La madre, un’ex sarta, si dedica alla famiglia, alla casa, all’attività commerciale. Di lei Margaret non dirà molto, più che altro la ricorderà per averle insegnato a stirare le camicie. Chi riveste una grande importanza è il padre, i cui insegnamenti sono fondamentali. Uno le resta impresso: «Non si ottiene nulla senza disciplina e tenacia». È la sintesi di una vita. I dettami metodisti e protestanti, il senso del dovere, l’etica del lavoro e dell’impegno civico, la fiducia nello Stato, i sentimenti patriottici, l’importanza data al merito e all’impegno, il rispetto della parola data, la sicurezza delle proprie convinzioni e la capacità di non farsi intimidire sono valori che la futura «Lady di ferro» respira sin dalla prima infanzia. Saranno determinanti per sorreggerla nel difficile sentiero verso l’affermazione, in un mondo in cui dovrà farsi largo con estrema tenacia.

Il matrimonio e la scalata politica

Ci si potrebbe chiedere perché una ragazza di sani principi della provincia inglese, formatasi in una famiglia semplice, non abbia scelto il partito laburista, e si sia invece dedicata a scalare il partito conservatore, dove lo snobismo di classe era prevalente e intollerabile. Ma Maggie non è una donna di sinistra, bensì una solida nazionalista inglese la cui passione politica era nata sotto le bombe tedesche, quando si rifugiava in uno scantinato con i genitori e la sorella Muriel, sostenuti dagli interventi pubblici di Winston Churchill, nei quali risuonava l’eco dell’impero inglese. Margaret vive con frugalità gli anni della guerra, ascolta la radio con i parenti e i vicini, aiuta in negozio, studia. Al Somerville College di Oxford, si laurea in chimica. Dopo una laurea in giurisprudenza, diverrà avvocato fiscalista. Si avvicina alla politica e diventa presidente di un gruppo studentesco conservatore.

Inizia a lavorare con la BX Plastics, industria di ingegneria per le materie plastiche; poi si sposta a Dartford, nel Kent, dove entra in un’impresa conserviera. Sempre lì, partecipa alle elezioni del 1950 e 1951: anche se non eletta, ottiene un buon successo e fa arrivare molti voti al suo partito conservatore, opposto al Labour, da lei visto come voce politica dei sindacati, verso cui nutre un astio profondo. Li considera dissipatori della ricchezza privata e pubblica, parassiti della società. Non cambierà mai idea.

Non vede differenze significative tra socialisti e comunisti. Quando sono al potere, ripeterà sempre, entrambi hanno un solo obiettivo: «Vivere con i soldi degli altri. Ma presto o tardi i soldi degli altri finiscono». In uno dei raduni del partito conosce Denis Thatcher, un ricco imprenditore. Lo sposa nel 1951 per amore. Il matrimonio le toglie ogni preoccupazione economica, permettendole di finanziare le sue ambizioni politiche. Abbandona la fede metodista del padre per quella anglicana del marito. La Chiesa anglicana è molto più legata all’«establishment» e, dicono gli scettici, nella scelta c’è una punta di «senso dell’opportunità». Nel 1953 nascono i gemelli Carol e Mark. Secondo le biografie autoizzate, non fa mancare loro attenzione e affetto. In realtà, i collaboratori più stretti racconteranno anni dopo dei suoi sensi di colpa, causati dall’essere stata una genitrice assente.

La sua tenacia la proietta in tempi rapidi ai Comuni e nei primi incarichi governativi. La «figlia del droghiere» è più abile di molti nomi paludati del conservatorismo. E non ha paura di farsi dei nemici. Non la disturba essere qualificata come la «scippatrice del latte», quando da ministro dell’Istruzione nel 1970 abolisce la bottiglietta di latte gratuita che era distribuita nelle scuole. Era una misura avviata dai laburisti, ma lei è contenta di caricarsene sulle spalle la responsabilità. Non cerca il consenso: «Per me il consenso sembra essere il processo di abbandono di tutte le credenze, i principi, i valori e le politiche. È qualcosa in cui nessuno crede e a cui nessuno si oppone». Lei non ritornerà mai sulle decisioni per paura delle critiche o per attrarre consenso. Gli attacchi che subisce da sinistra li considera medaglie da appuntarsi al petto, segno della mancanza di argomenti dei suoi avversari. Pare che a Silvio Berlusconi, molti anni dopo, dirà una frase che questi ripeterà, facendola propria: «Siccome ricevevo sempre attacchi, ho chiesto al mio capoufficio stampa di mettere nella rassegna del mattino solo i pezzi che parlavano bene di me. Non ho più avuto la rassegna».