Controstoria della Repubblica

Controstoria della Repubblica

Scrivere una controstoria – in un paese che non conosce nemmeno la storia – è un’operazione lodevole. Massimo Teodori lo ha fatto, e gliene va dato merito. Controstoria della Repubblica. Dalla Costituzione al nazionalpopulismo (Castelvecchi) sviluppa molti temi già affrontati dall’autore in volumi precedenti – soprattutto per ciò che concerne l’azione politica dei laici e il loro profilo culturale – e offre al lettore un riuscito tentativo di ricostruzione organica della storia repubblicana e dei suoi nodi storici più rilevanti. Il libro presenta un chiaro profilo militante, e ruota attorno ad una tesi che sostiene tutta la produzione saggistica di Teodori sul tema: la valorizzazione del ruolo dell’area laica nella modernizzazione del paese, giocato in condizioni di obiettiva difficoltà al cospetto della superiore forza organizzativa e propagandistica degli avversari.

Si può certamente affermare che il mondo laico ebbe tanti pregi, meno di quanti gliene attribuiscano gli amici ma più di quanti non siano disposti a riconoscergli i nemici. Eppure, in tutta questa vicenda vi è un senso di incompiutezza, e forse persino di fallimento. Ma vi è anche – nel racconto autobiografico della propria disfatta storica da parte di molti protagonisti – una tendenza al fatalismo e all’autocompiacimento snobistico, e in fondo all’esaltazione delle proprie sconfitte più che delle proprie vittorie, come se fossero il blasone di nobiltà dell’hidalgo, o comunque il frutto del destino cinico e baro. Il libro di Teodori affronta con competenza e passione civile questi problemi, e ne fornisce un’interpretazione politica e storica, che può costituire una solida base di riflessione, anche rispetto al presente.

Nel libro si mettono in luce i pregi del centrismo e di quello che fu il suo principale alfiere, Alcide De Gasperi, tratteggiando le ragioni che condussero al tramonto di quella formula, che sopravvisse di pochi anni alla morte del suo artefice. Di De Gasperi vengono sottolineati i meriti politici, e tra questi soprattutto la lungimiranza delle scelte e la tenacia con cui si impegnò a perseguirle. Ma vengono messe in luce anche le virtù personali – la dignità, l’integrità e il coraggio – che ebbero un peso non secondario nella sua condotta, anche di fronte alle richieste dell’ambiente vaticano e dello stesso pontefice. Indisponibile ad assecondare le pretese del fronte clericale – pur essendo un vero credente, o forse esattamente per questo – De Gasperi fu aiutato dai laici, che rappresentavano una forza minoritaria ma influente soprattutto sul piano intellettuale. I microfoni di Dio e le madonne pellegrine avevano avuto il merito di convincere molti elettori – evidentemente refrattari ad argomenti più razionali – a non fidarsi del Fronte popolare nel 1948. Ma era venuto il momento di far tornare i curati in parrocchia e le statue nei santuari.

Teodori analizza il ruolo che questo mondo laico – che vede come un’entità litigiosa ma sostanzialmente unitaria – ebbe nel progresso civile del paese, durante il periodo del boom. L’Italia degli anni cinquanta e sessanta viveva un momento di grande crescita economica, che si accompagnava ad una sempre più diffusa secolarizzazione dei costumi. Perduravano però alcuni vecchi retaggi dell’Italia rurale e patriarcale, espressione di una cultura antimoderna e retriva, che i laici ebbero il merito di contrastare, accompagnando i processi di modernizzazione che si erano autonomamente sviluppati all’interno della società.

Si parla poi del centro-sinistra, dei suoi limiti e delle promesse mancate; e così anche dei rischi unanimistici del compromesso storico, visto come la più compiuta manifestazione del connubio cattocomunista. Molte pagine sono dedicate al revisionismo socialista e al tentativo craxiano di rifondare il Psi su basi riformiste, facendone il possibile punto di riferimento per un rassemblement che potesse competere con la Dc sul piano elettorale, riequilibrando i rapporti di forza all’interno dell’area governativa. Al tempo si discusse molto sulla possibile costituzione di un polo laico (o laico-socialista, secondo altre versioni) ma il progetto non fu mai realizzato, se non limitatamente e tardivamente. Teodori spiega questo fallimento soprattutto alla luce della rivalità dei leader, che coltivavano ambizioni divergenti e incompatibili.

Un capitolo viene dedicato alla seconda repubblica. Qui Teodori sottolinea soprattutto l’incapacità – a destra e a sinistra – di concepire veri progetti riformatori, per ragioni diverse ma in fondo speculari. Inoltre, si sofferma sulla tendenza dei due poli a sposare posizioni accondiscendenti verso la gerarchia ecclesiastica, orfana della Dc ma capace di esercitare una forte egemonia su entrambi gli schieramenti. Venuto meno ogni credibile appiglio alle ideologie del passato – e spesso persino a qualsiasi progetto ideale –, gli attori politici della nuova stagione si illudevano di trovare nella religione – o meglio nella sua strumentalizzazione in chiave mondana – un bagaglio culturale di scorta, in grado di colmare il vuoto intellettuale di partiti ormai ridotti a pure aggregazioni di potere. Il neo-clericalismo è stato quindi un facile espediente per darsi un’identità di comodo, oltre che un veicolo per brillanti carriere all’insegna del camaleontismo e della doppiezza.

L’ultima parte del libro è dedicata all’attualità, e quindi all’affermazione delle forze populiste, delle quali Teodori mette giustamente in luce tutti i connotati demagogici e qualunquisti, quando non autoritari e illiberali. L’autore connette l’insorgenza populista a tratti profondi della cultura politica italiana, che oggi riemergono in forme ancor più virulente e settarie. E sostiene che tutto ciò sia anche il risultato del fallimento delle forze laiche, spesso capaci nel passato di intercettare la protesta sociale e più in generale gli umori in trasformazione della popolazione.

Questo argomento contiene molte parti di verità. Ma forse non fa del tutto i conti con i limiti e anche con le colpe storiche di queste forze – tra l’altro, non del tutto assimilabili tra loro –, con le loro pesanti compromissioni in frangenti decisivi della storia nazionale, con la loro scarsa capacità di azione e di adattamento nel quadro di una società di massa, per difetti d’impostazione ma anche per le profonde arretratezze della società italiana, in tutte le sue articolazioni. E a questo proposito non si può non citare l’opportunismo – e la pavidità, il conformismo, l’apatia, la tendenza al collateralismo con il potere politico in un’ottica di collusione spartitoria e parassitaria – di una parte della borghesia italiana, incapace di assumersi responsabilità e di esercitare una funzione di guida per il paese. È una storia vecchia, ma sempre attuale. Cambia solo la qualità dei protagonisti. Gli utili idioti ci sono sempre stati. La novità – ed è anche questo un segno della pochezza dei tempi – è che stavolta si sono messi al servizio di altri idioti, utili soltanto a sé stessi.