I demoni di Salvini. I postnazisti e la Lega

I demoni di Salvini. I postnazisti e la Lega

Recensione di Saro Freni.

I demoni di Salvini. I postnazisti e la Lega (Chiarelettere) è il libro del momento: un bel libro – scritto da Claudio Gatti, talentuoso giornalista d’inchiesta – in un brutto momento, per il paese e le sue istituzioni. Il volume ricostruisce quella che nel sottotitolo viene definita come “la più clamorosa infiltrazione politica della storia italiana”. La tesi fondamentale del volume è che la strategia di Salvini – il quale ha apparentemente abbandonato le vecchie posizioni del partito, spostandolo a destra – non è un’estemporanea trovata degli ultimi anni ma piuttosto lo sbocco di un progetto più antico e radicato nel tempo.

A giudizio di alcuni commentatori, la Lega di oggi è molto diversa dalla Lega di ieri. E, in parte, è così. Se ai tempi di Bossi era nordista e federalista – e in certe fasi secessionista –, oggi è nazionalista. Se prima si dichiarava liberista e persino liberale – altro discorso è se lo fosse davvero: sul piano dei comportamenti concreti, non lo è mai stata –, ora è statalista e comunitaria. Se in passato avversava lo stato nazionale – solidarizzando con i movimenti autonomisti e indipendentisti europei –, adesso trova convergenze con la destra lepenista. Se un tempo vedeva nella prospettiva europea un modo per integrarsi – “Più lontani da Roma, più vicini all’Europa” recitava un celebre manifesto: ma anche questa posizione subì molte oscillazioni nella vecchia Lega – con popoli molto vicini, per abitudini e cultura, alla “Padania”, ora la descrive come la via più sicura verso l’inferno.

Se una volta i leghisti si consideravano sindacalisti del territorio contro gli sprechi e le inefficienze del sud, oggi recitano la parte degli avvocati del sud d’Europa contro le richieste di rigore dei paesi nordici. Se prima tutti i simboli dell’unità nazionale – a cominciare dalla bandiera – venivano bersagliati con un nutrito campionario di fantasiose villanie, oggi vengono esaltati; e non è raro che i social media manager del boss ritraggano il loro datore di lavoro accanto al tanto vituperato tricolore. Se prima i prefetti erano indicati come il simbolo del centralismo, ora sono elogiati e messi in contrapposizione ai sindaci lassisti. Se in passato Alitalia veniva additata come un carrozzone da abbandonare al suo destino, oggi viene presentata come un gioiello di cui andare orgogliosi: il genio dell’economia padana, il dottor Borghi, ha detto che lui “nazionalizzerebbe tutto”.

Se negli anni novanta i leghisti caldeggiavano la vendita delle aziende a partecipazione pubblica e boicottavano l’acquisto dei titoli di stato, oggi fanno il contrario, in nome del patriottismo economico. Se prima non erano né di destra né di sinistra – ricorda qualcosa? –, per via del trasversalismo della questione settentrionale rispetto alle vecchie divisioni politiche, oggi sono di destra senza troppe remore. Se prima Bossi si dichiarava antifascista – rivendicando al suo movimento una qualche forma di continuità ideale con la resistenza: la lotta contro il centralismo partitocratico veniva paragonata alla lotta contro il fascismo –, Salvini non lo fa, e anzi – in una fase oggi superata della sua strategia – si è avvicinato ai cosiddetti fascisti del terzo millennio di Casa Pound. Se nel 1994 Bossi si considerava alternativo – del resto, ampiamente ricambiato – all’allora Msi-An di Fini – tanto da obbligare il Polo a presentarsi sotto insegne diverse al nord e al sud – oggi Salvini ha occupato lo spazio politico della vecchia destra, ma soprattutto ne ha copiato i temi e lo stile, radicalizzando gli uni e gli altri.

Le spregiudicate giravolte leghiste su molti argomenti qualificanti sono sotto gli occhi di tutti. Lo stesso Salvini si è contraddetto spesso – anche nel giro di pochi anni –, dimostrando di assegnare scarsa importanza alla coerenza nel campo delle opinioni politiche e personali. Tuttavia, Gatti dimostra come anche la Lega di Bossi fosse molto altalenante, e come mutasse i propri obiettivi a seconda delle convenienze del momento. Ed è stato proprio durante l’era di Bossi – racconta l’autore – che si fecero strada nel movimento alcune figure della destra estrema, nelle vesti di militanti o di ispiratori. A loro avviso, la crisi del quadro politico italiano e internazionale, il crollo del comunismo all’est, l’appannamento delle vecchie identità mettevano in discussione molte consolidate certezze e suggerivano nuovi metodi di lotta politica. E ritenevano che la Lega – che era a tutti gli effetti una scatola vuota – potesse costituire il movimento ideale per una strategia entrista. Priva di una vera ideologia e di una consolidata tradizione politica, la Lega iniziò da allora a ospitare posizioni molto diverse, anche in netto contrasto tra loro: una forma di improvvisato paganesimo e il tradizionalismo cattolico; la polemica contro vescovi e papi e la difesa dei simboli religiosi; la retorica occidentalista, soprattutto dopo l’11 settembre, e le teorie eurasiatiche; il libertarismo e l’etnoregionalismo.

Gatti spiega come Bossi trovasse comodo prendere a prestito ora un tema ora l’altro, e fosse soggetto alle influenze più diverse. D’altra parte, il localismo poteva prestarsi a diverse interpretazioni, e la valorizzazione dei territori poteva essere declinata in chiave puramente economica e istituzionale ma anche in chiave völkisch. Quest’ultimo era un terreno su cui il leghismo poteva incontrarsi con una parte della cultura della destra radicale.

Gianluca Savoini è una figura chiave in questo percorso, ed è davvero sorprendente che oggi si cerchi di minimizzarne il ruolo. Fu lui – secondo l’autore – a influenzare Bossi nella scelta, allora molto controversa, di schierarsi al fianco di Milosevic durante la guerra del Kosovo. E sarebbe stato lui – anni dopo – a portare Salvini su posizioni filorusse, sulla base di una visione che vedeva in Putin il portabandiera di alcuni principi – autoritari, tradizionali, antiilluministici, antimoderni – che si opponevano alla decadenza del mondo angloamericano. A parere di Gatti, questa influenza decrebbe – pronta a riapparire un decennio più tardi – dopo l’11 settembre, sia per motivi internazionali che per contingenze di politica interna. Dopo quel tragico evento, la Lega cavalcò il tema dello scontro di civiltà e assunse una posizione filoamericana e occidentalista, del resto in linea con le posizioni del centrodestra italiano, a cui era da poco tornata ad associarsi. Chi in Italia riprendeva – in forma seria o caricaturale – le teorie neoconservatrici, o chi si rifaceva alla variante teocon, partiva da presupposti – il primato morale dell’occidente e delle sue istituzioni, l’adesione al punto di vista statunitense nella politica internazionale – che certamente non coincidevano con quelli della destra radicale, la quale – pur con molte divisioni interne: per esempio sul tema dell’Islam – tendeva a guardare con diffidenza agli Stati Uniti e ai valori etico-politici dell’americanismo. Per di più, era un periodo nel quale la critica alla globalizzazione era condotta prevalentemente dalle forze di estrema sinistra, il che spingeva la destra ufficiale e i suoi opinionisti ad assumere per reazione il punto di vista contrario.

La critica da destra alla globalizzazione – e al cosiddetto mondialismo – restava appannaggio di gruppi minoritari. Solo quando queste tesi si sono collegate con l’emergere della questione migratoria, l’antiglobalismo di destra è riuscito a trovare una chiave convincente per affermarsi, riuscendo a connettere il populismo economico – alimentato dalla crisi, ma fortemente radicato nella nostra cultura nazionale – con tematiche identitarie e securitarie. Nel far questo, faceva leva su un sostrato reazionario e xenofobo, già presente nella nostra società, e che tuttavia era rimasto per molto tempo sottotraccia, riemergendo occasionalmente. Questo sentimento era stato a lungo controllato e compresso, nell’arco della storia repubblicana, anche grazie alla funzione mediatrice dei partiti. Il declino delle culture politiche tradizionali – unito a un generale mutamento del costume e alla diffusione di forme di sfiducia e di insofferenza verso le oligarchie politiche ed economiche, accelerato dalle trasformazioni che hanno coinvolto il sistema delle comunicazioni di massa – ha contribuito allo sfaldamento di un tessuto sociale fondato su valori condivisi.

Lo spaesamento di fronte ad una realtà in rapido cambiamento ha portato molti elettori – in Italia ne abbiamo avuto una palese dimostrazione – a sposare idee fortemente regressive, fondate su alcuni capisaldi più o meno espliciti: il revanscismo vittimistico; l’esaltazione di un passato mitico, imperniato su valori semplici in grado di fornire solidi punti di riferimento per l’interpretazione della realtà; una diffusa ostilità verso il dissenso e le opinioni di minoranza, visti come una lesione dell’unanimismo necessario alla concordia nazionale; il sedimentarsi di spiegazioni semplicistiche sulle origini dei problemi del paese, spesso venate di complottismo; la chiusura in un gretto provincialismo, presentato come la rivendicazione di una presunta eccezionalità italiana nel mondo; la convinzione che la ricchezza di una comunità possa essere generata magicamente attraverso strane alchimie finanziarie e trucchi contabili.