L’inesorabile declino della Repubblica italiana

L’inesorabile declino della Repubblica italiana

In un momento così confuso della vita nazionale, è opportuno interrogarsi sulle radici del declino attuale, cioè sulla genesi dei motivi profondi – ossia di lungo periodo – che rendono ormai da anni questo paese il luogo più ospitale e ricettivo per improbabili esperimenti politici, di cui è facile notare tanto l’inconsistenza culturale quanto i pericolosi tratti di avventurismo e improvvisazione. Un’analisi del genere è certamente complessa, e deve necessariamente prendere in considerazione un numero molto ampio di fattori. L’arte del non governo. L’inesorabile declino della Repubblica italiana (Marsilio, 2016), di Piero Craveri, fornisce numerosi spunti di riflessione, e va letto assieme a due volumi, usciti nello stesso periodo, che ricostruiscono – da prospettive culturali diverse – le vicende della nostra ormai più che settantenne Repubblica: La Repubblica degli italiani 1946-2016 (Laterza, 2016), di Agostino Giovagnoli, e La via italiana alla democrazia. Storia della Repubblica 1946-2013 (Laterza, 2017), di Paolo Soddu.

Vogliamo soffermarci in questa sede sul libro di Craveri, il quale mette in rilievo sin dal titolo – che è un omaggio all’Intervista sul non governo di Ronchey a Ugo La Malfa – come il problema principale del paese sia stato soprattutto di direzione politica e di lungimiranza delle classi dirigenti, che non hanno riformato a tempo debito ciò che vi era da riformare. Craveri dedica molta attenzione alle questioni di natura economica, soffermandosi sui caratteri – e quindi anche sui limiti – dello sviluppo industriale italiano. Spiace soltanto constatare l’enorme quantità di refusi, che rende la lettura più faticosa anche se non certo meno utile.

È un libro di storia – quindi pieno di fatti, nomi, date – ma con un forte taglio interpretativo. E quindi è anche un libro di analisi e di riflessione politica. Si tratta di una riflessione necessaria, a quasi trent’anni dal tramonto della prima Repubblica. Quella fine, così repentina, spinse molti osservatori del tempo – e una parte consistente degli italiani – a sposare un’interpretazione semplicistica di quegli eventi, non priva di elementi consolatori e autoassolutori. Come in altri frangenti della storia italiana – precedente e successiva –, non pochi cittadini trovarono comodo addossare al solo ceto politico – soprattutto a quello di governo – molte colpe che effettivamente gli spettavano, assieme a numerose altre che sarebbe stato equo spartire con l’elettorato. Si preferì dunque evitare di indagare le ragioni che avevano condotto alla degenerazione del sistema, e si sorvolò sulle cause che avevano concorso a creare una così fitta rete di connivenze tra i rappresentati e i loro rappresentanti rapidamente ripudiati. E invece quelle ragioni avrebbero potuto essere utilmente analizzate, per farle diventare patrimonio comune, affinché non si sedimentasse – come invece è avvenuto – una memoria volubile e manipolabile sulla prima Repubblica e sulla sua non troppo commendevole fine. I frutti di questa rimozione si sono visti nel corso degli anni successivi.

Si sarebbe anche potuto riflettere sul rapporto tra riforme e consenso. In altri termini, ci si poteva chiedere se i limiti dell’azione di governo – durante i vari esecutivi che si erano succeduti – fossero solo la deplorevole conseguenza della miopia e dell’inettitudine dei governanti, o se invece avessero un qualche peso anche l’arretratezza della struttura sociale italiana, il rapporto di soggezione e di scambio da lungo tempo instaurato con il potere politico, e in definitiva la cultura del paese complessivamente intesa. Se è necessario capire che cosa offrisse – di buono o di cattivo – la politica, è altrettanto utile comprendere che cosa chiedesse l’elettorato. E se fosse possibile e realistico – e in quali tempi, con quali mezzi, con quali parole d’ordine, attraverso quali alleanze, aggregando quali interessi – concepire una diversa strategia che potesse contare su una significativa base elettorale, e che magari si proponesse di innovare anche i meccanismi di raccolta del voto e di costruzione del consenso.

Le occasioni mancate degli anni Ottanta

Gli anni ottanta, da questo punto di vista, rappresentarono uno snodo fondamentale: Craveri parla significativamente di “occasioni mancate”. Invertire la rotta in quel momento – e avviare allora il risanamento e l’ammodernamento del paese – avrebbe forse contribuito ad evitare all’Italia quella china di lenta involuzione – che i governi della seconda Repubblica hanno soltanto aggravato, con rare eccezioni – di cui oggi si vedono gli esiti. Molti problemi si sono incancreniti nel corso degli anni, non sono stati affrontati, o sono stati affrontati tardivamente e male, e talvolta in un clima di emergenza. Della crisi della prima Repubblica ci si ricorda soprattutto per la questione giudiziaria, ma non altrettanto per la crisi economica, che – unita ad altri fattori sconvolgenti di quel biennio, a cominciare dall’offensiva mafiosa – sembrava preludere ad un collasso e ad uno sgretolamento del sistema.

Quella situazione drammatica trovò uno sbocco politico – incardinato nello schema bipolare degli anni successivi – non privo di elementi di restaurazione e di trasformismo, che – lungi dal rigenerare la vita pubblica e dal riformarne i costumi – recuperava gli aspetti deteriori del vecchio regime, e talvolta anche il suo personale politico, spesso quello di seconda e terza fila, alimentando un’ineluttabile spirale di decadenza delle classi dirigenti. Quest’ultimo aspetto merita una riflessione supplementare. Craveri mette bene in luce i difetti delle élite politiche italiane. “Si contano sulla punta delle dita le personalità politiche che avevano vera competenza economica, così come quelle che avevano fatto un’esperienza di studio o di lavoro nei paesi occidentali, cosa consueta nelle altre classi dirigenti europee, e ciò nell’arco di un quarantennio, a partire dagli anni cinquanta, considerando sia le forze politiche della maggioranza di governo, sia dell’opposizione.”

Una classe politica autoreferenziale

È un’analisi molto appropriata, perché segnala i limiti della formazione – prima ancora che della selezione – di un ceto politico spesso autoreferenziale, incapace di fare progetti a lunga scadenza, dotato di una cultura generica e stantia, restio a rinnovarsi seriamente e interessato alla perpetuazione del proprio potere. “La classe dirigente della prima Repubblica,” – scrive ancora Craveri – “nelle generazioni che seguirono al dopoguerra, è rimata troppo arretrata nella sua cultura politica per guidare un paese che era diventato industriale.” Tuttavia si può affermare con una certa convinzione che le soluzioni sperimentate dopo la fine della prima Repubblica, in questo campo, non hanno offerto prove molto brillanti. La contestazione del ruolo abnorme dei partiti – che aveva un suo solido fondamento – è sfociata negli anni successivi nell’esaltazione mitologica della società civile e dei ceti professionali, a cui si è attinto per reclutare un personale politico rivelatosi spesso modesto, che ha dato in molti casi ampia dimostrazione di insipienza e opportunismo, peraltro integrandosi perfettamente nelle vecchie logiche clientelari dei potentati locali e nazionali. In tempi più recenti, la contestazione dei partiti ha fatto un passo ulteriore, ed è degenerata nella retorica celebrazione dell’uomo comune, con forti connotati di triviale antiparlamentarismo e di demagogia spicciola.

Prima Repubblica da rivalutare?

Le ricorrenti delusioni che hanno caratterizzato questi ultimi venticinque anni sembrano spingere alcuni commentatori – è difficile dire quanto questo sentimento sia diffuso a livello popolare – ad una qualche rivalutazione della prima Repubblica e ad una riconsiderazione dei motivi che ne hanno determinato il tramonto. È utile cercare di capirne il perché. La seconda Repubblica era nata dalla esplicita contestazione degli abusi della partitocrazia. Questo punto di vista sembrava condiviso da quasi tutti gli attori politici della nuova stagione, che si presentarono nel biennio 1993-1994 come fautori del nuovo, in netta discontinuità rispetto al recente passato. Negli anni successivi, tuttavia, le cose iniziarono a cambiare.

La polemica di alcuni settori della politica nei confronti della magistratura comportò una sempre più aperta delegittimazione retrospettiva dell’inchiesta di Mani Pulite, che venne dipinta come una macchinazione di parte, e come tale venne considerata da una fetta dell’opinione pubblica. Questo riposizionamento era per molti aspetti comprensibile, perché reagiva alla strumentalizzazione politica dell’inchiesta, che era stata cavalcata da alcuni partiti e da alcuni giornali con toni esagitati e settari. Tuttavia, l’interessato revisionismo su Mani Pulite proponeva una ricostruzione non meno parziale di quella che pretendeva di contrastare, perché – nel polemizzare contro le ipocrisie e le omissioni del cosiddetto “giustizialismo”, e anche contro i suoi furori giacobini – evitava di fare i conti con gli obiettivi fattori di degenerazione dell’ultima fase della prima Repubblica, che in molti casi erano un elemento strutturale del sistema e in altri prendevano chiaramente le forme della corruzione personale.

Studiare la storia – e il libro di Craveri può essere molto utile in questo senso – è un efficace antidoto contro le demonizzazioni moralistiche e le vulgate di comodo. Ma lo è anche contro le rivalutazioni superficiali – all’insegna del “si stava meglio quando si stava peggio” – che oggi sembrano andare di moda. Quando il presente genera insoddisfazione e frustrazione – o semplicemente porta con sé mutamenti difficili da decifrare – è sorprendentemente facile coltivare nostalgie per qualche mitica età dell’oro in cui le cose sembravano andar bene. Ma, nella maggior parte dei casi, è una banale illusione. Molti nostalgici – che adesso sembrano riscoprire le virtù di un bel tempo antico che non è mai esistito, se non nella loro percezione individuale – rimpiangono, senza rendersene conto, soltanto la propria giovinezza.

Saro Freni