Tien An Men, cosa rimane di quelle proteste?

Tien An Men, cosa rimane di quelle proteste?

Cosa rimane delle proteste in Piazza Tien An Men del 1989? A trent’anni di distanza, Giorgio Ferrari traccia un bilancio.

Il 15 aprile del 1989 morì Hu Yaobang, segretario del Partito Comunista Cinese. Era una figura assai popolare tra i riformisti e gli studenti, punto di riferimento di intellettuali e sostenitori di una glasnost cinese e la sua dipartita innescò quel movimento che portò al massacro di Piazza Tien An Men. Contestualmente si aprì un confronto assai duro all’interno del PCC. Il nuovo segretario, Zhao Ziyang, non era propriamente un riformista, ma era contrario alla repressione violenta ed era favorevole al dialogo.

Le proteste a Tien An Men

Ma chi contava veramente nel Partito era ancora Deng Xiaoping e il Primo ministro Li Peng era un uomo a lui legato. Deng aveva prestigio e meriti indubbi. Vittima della “Rivoluzione culturale, alla morte di Mao riuscì a sconfiggere la “Banda dei 4” e avviare quelle riforme economiche che portarono agli esperimenti delle zone a economia di mercato, che furono un grande successo. Ma proprio quel successo dimostrò che il comunismo era morto, rimaneva solo come collante ideologico di un gruppo di potere che esercitava il tradizionale dispotismo asiatico. Il moto di protesta si estese e la Piazza Tien An Men divenne simbolo di una richiesta che cresceva in tutto il Paese: quella della quinta modernizzazione, ossia di una vera democrazia. Come finì lo sappiamo, come sappiamo dello sdegno che la repressione militare suscitò in tutto il Mondo, Italia compresa.

Cosa restano di quelle proteste

Quello che oggi dobbiamo chiederci è cosa resta di quel moto. La risposta è, purtroppo, nulla. In Cina il dissenso ormai è ristretto a pochi intellettuali e i giovani sembrano contentarsi delle opportunità che il grande sviluppo economico di questi decenni offre loro. Il dispotismo orientale regna incontrastato, si propone come modello ad altri Paesi e i dirigenti hanno una visione strategica che comporta l’egemonia in Asia, il confronto globale con gli Stati Uniti, un’alleanza tattica con la Russia e lo sfruttamento quasi incontrastato delle risorse africane.

E l’Europa? Se il 4 giugno del 1989 molti di noi scesero in piazza a solidarizzare con le vittime della brutale repressione, oggi, 2019 rispetto ai diritti umani è scesa una coltre di gelo. Puramente e semplicemente stanno a cuore a una ristretta minoranza. Peggio ancora: in alcuni Paesi ex comunisti la democrazia liberale è vista come un orpello di cui liberarsi. Qualcuno pubblica sui social il famoso filmato del ragazzo che blocca una colonna di blindati, ma la cosa ha quasi il sapore della nostalgia, come le immagini dello sbarco sulla luna. Non ci indigna più la repressione in Turchia, in Iran, e in tutti i Paesi retti da dittatori e tiranni. Persino Aung San Suu Kyi, simbolo di una primavera Birmana che precedette quella cinese e che fu stroncata dai militari, giustifica il massacro della minoranza Rohingya e lo fa davanti a Orban.