Ambiente, quando al ministero c’era il liberale Zanone

Ambiente, quando al ministero c’era il liberale Zanone

Riproduciamo alcuni passaggi di un’intervista di Franco Travaglini a Valerio Zanone, pubblicata sul quotidiano “Reporter” del 2 gennaio 1986. Nell’articolo si parla della costituzione del ministero dell’ambiente, che avrebbe preso avvio ufficialmente proprio quell’anno

“Scusi, per il Ministero dell’ambiente?” “Secondo piano a sinistra”. All’esterno del palazzo che a Piazza Venezia n 11 ospita il Ministero, niente ne indica la presenza. Nemmeno sulla porta d’ingresso al secondo piano c’è la targa. Per avere conferma, bisogna affacciarsi. C’è aria di insediamento recente e non concluso. Nella stanza dove aspetto Valerio Zanone, che da qualche mese è alla testa di questo ministero ancora fantasma, l’unico ornamento è un curioso soprammobile con una targhetta di ringraziamento e di augurio della Lega italiana per la protezione degli uccelli.

Il ministro, 49 anni, piemontese, segretario del Pli dal ’76 all’85, mi dirà più tardi che, oltre alla tessera del suo partito e a quella di ministro, ha anche quelle di alcune associazioni protezioniste, fra queste la Lipu e il Wwf, “alle quali -precisa- mi sono iscritto in epoca non sospetta”. Quando gli chiedo come si trova, lui che non ha studiato da ministro dell’ecologia, risponde che, certo, non lo ha fatto lui, ma nemmeno altri, e che comunque qualche esperienza ce l’ha. Va a prendere un fascicolo e mi elenca, con una punta di civetteria, alcune leggi della regione Piemonte. Sono state emanate, alla metà degli anni settanta, quando lui, alla sua prima esperienza di eletto, presiedeva la Commissione regionale per l’ambiente: depurazione delle acque, disciplina degli scarichi industriali, smaltimento e riciclaggio dei rifiuti solidi, parchi e riserve naturali. Leggi anticipatrici, dice. Per quel che riguarda la protezione degli animali, Zanone ricorda la legge sui circhi che presentò qualche anno fa al parlamento. “Prevede che chi utilizza animali selvaggi non riceva i contributi dello stato. Mi procurò la reazione di domatrici e domatori, di gran lunga più feroci delle loro tigri”.

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Se fino ad ora l’ambiente è stato considerato un bene gratuito, c’è chi sostiene ora che per difenderlo occorre farlo diventare un costo per le aziende. In questo modo sarebbero costrette a non fare danni.

Certo, occorre rendere economicamente non conveniente inquinare. Con un sistema di norme e di divieti, con misure di carattere fiscale che scoraggino certi comportamenti e ne incoraggino altri, con polizze assicurative. Anche il meccanismo di mercato può indurre a tenere conto delle diseconomie esterne prodotte da danni ambientali, occorre però una politica di orientamento da parte del potere pubblico che metta in moto questi processi. Noi siamo studiando, con una équipe di economisti, diverse opportunità nel campo dell’economia ambientale.

Lo sviluppo recente della cosiddetta industria ecologica fa dire a molti che non ha senso parlare di contraddizione fra esigenze economiche e ambiente.

L’importante nell’attività economica legata alla tutela ambientale è dare la preferenza ad interventi di carattere preventivo rispetto a quelli di risanamento. In particolare bisogna sviluppare le tecnologie utili alla prevenzione.

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Siamo sempre nell’ambito di quello che gli ambientalisti chiamano “programma di emergenza” per risanare i danni. Quali sono le iniziative private e pubbliche che potrebbero segnare una inversione di tendenza?

La politica ambientale si compone di tre momenti. Salvare quello che è ancora integro, risanare quello che è stato danneggiato o compromesso, prevenire i danni futuri. Il terzo momento che è il più importante è anche quello più difficile da realizzare perché ha esigenze di coordinamento superiori rispetto ai due precedenti e finora ha urtato nella frammentazione delle competenze. È mancata cioè quella visione d’insieme che dovrà essere fornita dal Ministero dell’ambiente.

Il terreno della prevenzione è più difficile, ma anche per quel che riguarda salvare il salvabile non si va molto avanti, se è vero che da circa dieci anni si parla, per esempio, di una legge quadro sui parchi e le riserve e non è stata ancora approvata. Difficile sottrarsi all’impressione che quello che spinge a lavorare ai problemi del risanamento è che oggi, in una “economia di mercato”, questa attività si presenta come un grosso affare.

Il danno all’ambiente non dipende dal sistema di mercato: nei paesi a economia comandata la situazione è forse ancor più grave che da noi. Il punto è un altro. Noi dobbiamo dare più strumenti al diritto all’ambiente di ciascun cittadino – che è perfettamente compatibile con un sistema di mercato – perché i beni ambientali in passato non hanno avuto un grado di protezione giudicata comparabile a quella che hanno avuto i beni patrimoniali.

Il passo avanti che si farà con la legge istitutiva del Ministero dell’ambiente è proprio il riconoscimento del diritto di ciascuno ad agire per la protezione di un interesse diffuso, quello all’ambiente, che non è monetizzabile. Un diritto all’ambiente si è venuto formando in questi anni. Ormai la maggior parte dei beni ambientali, in un modo o nell’altro – con qualche eccezione – sono oggi descritti e tutelati.

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Il suo ministero si trova nella particolare situazione di avere bisogno del sostegno e dell’aiuto di quelli che potrebbero invece essere, o diventare, i suoi nemici giurati: gli ambientalisti.

Il rapporto fra funzioni di governo in materia ambientale e movimento ambientalista nasce dal riconoscimento di un preciso debito: se si è cominciata una politica dell’ambiente lo si deve al fatto che vi è stata per anni una azione di denuncia del danno ambientale e una sollecitazione a porvi rimedio. Nelle politiche essenziali ai fini del miglioramento della condizione civile, come è la politica per l’ambiente, ci deve essere un rapporto di collaborazione fra pubblico e privato ad evitare che la funzione pubblica degeneri nel burocratismo e che l’iniziativa privata degeneri nell’egoismo sociale. Nel caso dell’ambiente poi si tratta di coordinare la responsabilità del potere pubblico e le risorse del volontariato. È impensabile la protezione di un interesse diffuso senza una partecipazione diffusa.

Pezzo a cura di Saro Freni