Cambiamenti climatici, una questione da affrontare senza ideologismi

Cambiamenti climatici, una questione da affrontare senza ideologismi

Giuseppe Sappa, docente presso la Facoltà di Ingegneria di Roma La Sapienza, interviene sulla questione dei cambiamenti climatici.

È difficile parlare di cambiamento climatico in un momento in cui assistiamo ad un vero bombardamento mediatico di posizioni ideologiche, contrapposte, che sembrano sottovalutare la complessità del tema e, spesso, prescindere da qualunque approccio scientifico. In questo frastuono la grande mobilitazione giovanile rappresenta comunque un fatto positivo che evidenzia una sensibilità nei confronti di un tema che dovrebbe, anzi deve, andare oltre gli schieramenti politici.

L’aumento delle temperature

È vero infatti che sia in atto un sensibile cambiamento climatico, i cui effetti, si manifestano, soprattutto, attraverso la variazione di due parametri. In primo luogo, da alcuni anni si verifica un progressivo aumento della temperatura media annua. Il Copernicus Climate Change Service (C3S), una delle 6 agenzie d’informazione tematica ambientale istituite dall’Ue, riferisce che i quattro anni, compresi tra il 2015 e il 2018, hanno fatto registrare la temperatura media più alta di sempre. L’anno appena trascorso, il 2018, è in quarta posizione in questa preoccupante striscia, registrando una media annua di 14,7° C, appena 0,2° C in meno rispetto all’anno più caldo di sempre, il 2016. Un incremento di 0,4°C se si confrontano le medie del 2018 con quelle del medio periodo 1981-2010 che, però, sale a 1,1°C se mettiamo in parallelo gli ultimi cinque anni con l’era preindustriale.

A soffrire i maggiori aumenti di temperature sono state aree cruciali e con equilibri molto delicati: l’Artico, le regioni a nord dello stretto di Bering (il canale che separa Russia e Alaska). Ma il 2018 è stato un anno torrido anche per l’Europa, il Medio Oriente e la parte ovest degli Stati Uniti. Solo alcune regioni nord americane e centro asiatiche hanno “goduto” di temperature più basse delle aspettative.

In Europa, dopo un inizio anno più freddo delle medie stagionali, a partire da marzo si sono registrate mensilità sempre al di sopra delle medie nonché precipitazioni più scarse. La temperatura media ha sfiorato i record negativi degli anni 2015-2016, con una differenza inferiore a 0,1° C.

La distribuzione delle precipitazioni

L’altro fattore è rappresentato non tanto dal valore delle precipitazioni, che complessivamente, su base annua, non sembrano, ovunque, subire sensibili diminuzioni, ma dalla loro distribuzione nell’arco dell’anno. In altre parole, si verificano periodi siccitosi, sempre più lunghi ed eventi meteorici sempre più intensi, brevi e meno frequenti. Questo fenomeno, combinato con l’innalzamento di temperatura, sopra citato, comporta da un lato l’aumento degli incendi, con conseguenze sulle foreste, vere risorse verdi, e dall’altro lato l’intensificarsi di fenomeni di esondazione dei corsi d’acqua, a seguito di eventi meteorici intensi, con danni alle aree urbanizzate ma, soprattutto, alle aree agricole, spesso unico mezzo di sostentamento per popolazioni ai limiti della sopravvivenza. Infine, l’effetto collaterale, ma non trascurabile, di questo fenomeno è la riduzione di alimentazione meteorica delle risorse idriche sotterranee.

Le cause del cambiamento

Questi sono dati scientifici, sperimentali, cui è difficile opporre obiezioni. Molti studiosi fanno risalire le cause di questi cambiamenti climatici alle attività antropiche, al punto che lo stesso Cambridge Dictionary definisce “cambiamento climatico”, il cambiamento del tempo meteorico nel mondo, ed in particolare, il fatto che si creda l’incremento di temperatura media globale come il risultato dell’attività umana che aumenta il livello di CO2 in atmosfera. Forse un approccio, meno ideologico, e più pragmatico potrebbe partire dalla mera osservazione di alcuni fatti sperimentali, acclarati, che sono sufficienti a suggerire la massima sensibilizzazione sul tema. Il cambiamento climatico, inteso come aumento della temperatura media globale atmosferica, è un dato acclarato scientificamente.

È altrettanto vero che la concentrazione di anidride carbonica continua ad aumentare come segnalano i dati raccolti da un altro servizio di informazione della Ue, il Copernicus Atmosphere Monitoring Service (CAMS): l’indice di aumento stimato di CO2 per il 2018 è stato di 2.5 +/- 0.8 ppm/year (parti per milione), maggiore rispetto al 2017 e inferiore solo al 2015 (3.0 +/- 0.4 ppm/year ) quando però, numerosi eventi climatici legati alla perturbazione chiamata El Niño causarono uno scarso assorbimento dell’anidride carbonica da parte della vegetazione terrestre e grandi immissioni di CO2 causati da incendi su larga scala.

La concentrazione di diossido di carbonio nell’atmosfera ha fatto registrare un nuovo record a febbraio 2019: i ricercatori dello Scripps Institution of Oceanography hanno annunciato che i valori di CO2 hanno raggiunto le 411,66 parti per milione nel secondo mese dell’anno, in anticipo con il picco che generalmente si verifica verso Maggio. I dati sul diossido di carbonio sono stati registrati dall’osservatorio di Mauna Loa, nelle isole Hawaii, dove dal 1958 viene aggiornata la cosiddetta curva di Keeling, un grafico che tiene conto delle misurazioni giornaliere di CO2 nell’atmosfera: stando a quanto riportato dai ricercatori dello Scripps, un nuovo record era già nell’aria considerando i valori costantemente sopra le medie registrate durante tutto il 2018 e l’attuale presenza di un debole El Nino oltre che alla crescita di emissioni dovute alla combustione di carburanti fossili. Tuttavia, il raggiungimento di un simile picco già a febbraio resta una rarità, se pur non un’eccezione.

L’aumento di CO2 in atmosfera è provato sia causato dalle attività antropiche e sia un fattore che, favorendo il cosiddetto effetto serra, contribuisca, tra l’altro, all’innalzamento della temperatura atmosferica. Ciò che non è scientificamente provato è che questa sia la sola, o principale, causa dell’innalzamento della temperatura media globale del pianeta e dei cambiamenti climatici in atto. Non esiste infatti un modello scientifico condiviso che metta questi due fenomeni in diretta connessione. È bene ricordare che sono numerose le teorie scientifiche, introdotte in base a pur buone intuizioni scientifiche, che hanno avuto bisogno di decenni per essere considerate tali, in quanto la comunità scientifica procede per validazioni e controlli, ben più rigorosi delle semplici, anche geniali intuizioni.

Aumento della vita media umana

Altro dato, scientificamente non provato, ma altrettanto difficile da dimostrare è se un diverso tipo di sviluppo sociale, economico e tecnologico avrebbe garantito il progressivo aumento della vita media umana come è avvenuto da alcuni decenni a questa parte. Non lo sappiamo, ma forse non è nemmeno interessante, rispetto al fatto che gli ultimi decenni di sviluppo, con tutti i difetti che siamo in grado di identificare, hanno consentito ad un numero sempre crescente di esseri umani di prolungare la propria vita. I pochi elementi scientificamente acclarati sono, però, sufficienti ad orientare meglio le politiche ambientali di molti paesi, specialmente degli otto, dieci, che rappresentano la maggior parte dell’economia mondiale.

In questo senso l’approccio al problema non può essere di tipo regressivo, la storia, lo sviluppo sociale, economico e tecnologico devono progredire per garantire condizioni di vita migliori, ad un numero sempre maggiore di abitanti del pianeta che, in ogni caso, continueranno a cercarle. Perché è vero che a conti fatti nello sviluppo economico, la storia ce l’ho insegnato, benessere, crescita, soddisfazione di fame e sete, salute ecc., sono di fatto compresi, ma oggi abbiamo imparato che occorre assumere qualche cautela, non per invertire la direzione di marcia, ma per guidarla meglio. Ciò significa, in altre parole, impegnarsi ad investire risorse economiche per la ricerca di tecnologie, sempre più avanzate, che garantiscano una sempre minore produzione di CO2, ed un minore impatto ambientale delle attività antropiche, favorendo la crescita del benessere sociale ed economico di percentuali crescenti della popolazione mondiale, nella consapevolezza, che potrebbe non bastare, ma con la convinzione che uno dei principi di una sana politica ambientale è impegnarsi a lasciare alle generazioni che verranno un pianeta non peggiore di quello che abbiamo trovato.