Cannabis light, una sentenza che stravolge il mercato

Cannabis light, una sentenza che stravolge il mercato

La Cassazione mette di fatto fuori legge gli oltre duemila negozi che vendono marijuana leggera: il commento di Alberto Mingardi

La Corte di Cassazione ha chiarito che non è accettabile, nell’attuale quadro normativo, la commercializzazione al pubblico «a qualsiasi titolo dei prodotti derivati dalla cannabis sativa L, salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». Quando sono privi di efficacia drogante? Bisogna aspettare, ovviamente, di leggere la sentenza. Ma è prevedibile che la questione resti materia di dibattito, da una parte quanti sono convinti che anche gli articoli attualmente in commercio siano in qualche modo pericolosi, dall’altra chi ricorda come i valori della cannabis light siano ben al di sotto di qualsiasi sospetto.

L’unica certezza è l’incertezza

L’unica cosa certa, in questo momento, è l’incertezza. In Italia ci sono migliaia di esercizi commerciali che hanno aperto presumendo di non commettere alcun illecito. Esiste una filiera, che d’improvviso si scopre in una terra di nessuno. Che dirà la politica a chi ha impiegato, in perfetta buona fede, i propri risparmi per aprire un’attività di questo tipo? Il nostro è un Paese nel quale la classe dirigente chiama “vittime” individui adulti che avevano investito nelle sei banche fallite e decide di indennizzarli, a carico della collettività. Che fare allora con persone che si sono convinte che le regole del gioco siano cambiate a partita iniziata? Non avrebbero, paradossalmente, più titolo loro ad essere rimborsate?

La politica dovrebbe adeguarsi alla società

In tutto l’Occidente, la tendenza generale va nella direzione di una depenalizzazione della marijuana. Negli Usa l’uso della cannabis per scopi medici è legale in trentatré stati, l’uso a scopo ricreativo è permesso in dieci, fra cui Washington DC, la capitale dell’impero. Questo riflette un cambiamento profondo nelle abitudini delle persone, che in larga misura ormai considerano questo “vizio” fra quelli ammissibili, persino meno disapprovato del fumo di sigaretta.
In Italia l’uso a scopo ricreativo è vietato ma proprio la moltiplicazione dei negozi di cannabis light testimonia forse come la sensibilità al tema è mutata.
Ci sono momenti nei quali le regole formali debbono adeguarsi alle norme sociali. E improbabile che questo avvenga nel nostro Paese, dove la cannabis segna l’ennesima frattura fra i due partiti di governo. I quattrini, le aspettative, le speranze di quei quindicimila appaiono un dettaglio trascurabile. Del resto, si tratta solo d’imprenditori privati.

Alberto Mingardi, La Stampa 31 maggio 2019