Cassette di sicurezza, se l’elettore diventa un bancomat

Cassette di sicurezza, se l’elettore diventa un bancomat

L’assalto alle cassette di sicurezza: una proposta che lascia perplessi ed evoca uno scenario preoccupante. Il commento di Alberto Mingardi.

Da anni le cassette di sicurezza non sono il paradiso dell’anonimato: il cliente deve dichiarare il valore del contenuto alla banca, quest’ultima trasferisce tutte le informazioni relative ai rapporti coi cittadini all’Agenzia delle entrate. L’iniziativa proposta da Matteo Salvini, un’imposta sul contante tenuto dagli italiani in cassetta di sicurezza, viene presentata come una sorta di condono, una «taglia» pagata la quale coloro che custodiscono in cassetta denari di provenienza non dichiarata potranno poi spenderli. Il vantaggio per tutti starebbe nel «rimettere in circolo il contante», il che, secondo il capo della Lega, sarebbe prodromico a nuovi investimenti. L’idea non è nuova (qualcosa di simile era stato proposto nel 2017) ma sorprende che venga da una forza politica che rappresenta proprietari, commercianti, piccoli imprenditori. Costoro tendono a considerare i propri quattrini come fossero, manco a dirlo, loro: e vorrebbero disporne secondo il proprio gusto e la propria intenzione. L’alternativa è presumere che tutti gli italiani con una cassetta di sicurezza siano evasori fino a prova contraria: e la prova contraria non è facile da esibire.

La logica degli investimenti pubblici

In cassetta stanno i gioielli della nonna che, con tutta probabilità, non aveva conservato lo scontrino. La Lega finisce così, implicitamente, per sposare quella stessa retorica della lotta al contante contro la quale in passato tanto si era spesa. Quando Salvini parla di utilizzare i quattrini depositati in cassetta di sicurezza «per gli investimenti», parla, sia chiaro, di investimenti particolari: i suoi. L’idea è che il gettito di quest’imposta possa (attraverso quali meccanismi?) finanziare nuovi investimenti pubblici. Il declino degli investimenti in Italia contribuisce a spiegare i bassi incrementi di produttività, vera croce del nostro Paese. Ma pensare che spostare quattrini dalle tasche (pardon, dalle cassette di sicurezza) dei privati a quelle dello Stato risolva il problema è illusorio. Gli investimenti pubblici tendono a disincentivare quelli privati e, di solito, hanno obiettivi politici (mantenere il consenso) e non economici (produrre qualcosa di cui c’è domanda). Di norma, chi rappresenta la piccola impresa esibisce diffidenza verso gli investimenti pubblici: perché i suoi elettori intuiscono che ne pagheranno il conto, a vantaggio della grande impresa ben ammanicata.

Ritorno alla lira?

Molti anni fa, Luigi Einaudi osservava che «se si vuole far venire alla luce l’oro che si dice nascosto, bisogna far venire meno in primo luogo la paura». Gli italiani sanno bene che una misura oggi straordinaria rischia di diventare permanente domani. E che se viene chiesto loro di aprire la cassetta di sicurezza agli ispettori del fisco, è improbabile che ciò avvenga una volta soltanto. Il declino degli investimenti dipende anche dal fatto che ciascuno percepisce lo Stato come un nemico: acuire questa percezione non aiuterà. Perché allora Salvini ne parla, per poi affrettarsi a spergiurare che non sarebbe una patrimoniale? Forse perché la misura potrebbe risultare utile se l’Italia davvero uscisse dall’euro: diventando, di fatto, una tassa sul possesso di valuta «forte» (le banconote in euro), per incentivare il passaggio a quella «debole».

In attesa della terra promessa del ritorno alla lira, il capitano deve sperare che i suoi elettori non mangino la foglia. Non è detto che le persone scelgano un partito per le sue proposte economiche: l’attenzione alla sicurezza, per esempio, può essere una motivazione ben più forte. Ma commercianti e piccoli imprenditori guardavano a destra proprio perché lì non si sentivano addosso la lettera scarlatta di presunti evasori. Come reagiranno quando capiranno di essere considerati, anche da quelle parti, dei Bancomat che camminano?

Alberto Mingardi, “La Stampa” 13 giugno 2019