Cile: la protesta nasce da un errore di pianificazione, non dal “neoliberismo”

Cile: la protesta nasce da un errore di pianificazione, non dal “neoliberismo”

Da Salvador Allende fino alle proteste in piazza di questi giorni, passando per il colpo di Stato del 1973 e i Chicago boys: Alberto Mingardi ricostruisce le tappe più rilevanti della recente storia cilena e svela cosa c’è dietro l’aumento del biglietto della metropolitana di Santiago.

Quando si parla dei “Chicago Boys” in Cile, i più pensano a un complotto “neoliberista” ordito dal generale Pinochet. In realtà la storia è andata un po’ diversamente. Nel 1956 l’Università cattolica del Cile e il dipartimento di economia dell’Università di Chicago si accordano su un programma di scambi culturali. Il pivot di queste attività diventa, nel corso del tempo, Al Harberger, uno studioso che avrebbe probabilmente ottenuto il Nobel non fosse stato per la “connection” cilena. Milton Friedman, che il Nobel lo vinse nel 1976, visitò il Paese nel 1975 e nel 1982, e la cosa gli valse forti contestazioni nonostante, già nel 1975, avesse tenuto una conferenza significativamente intitolata La fragilità della libertà, più che una puntura di spillo al regime.

La falsa tesi del complotto neoliberista

Prima di cedere alla tesi del complotto, è opportuno ricordare alcuni fatti. Gli economisti cileni che conseguirono un dottorato a Chicago, prima del 1973, furono soltanto sei. Il ministro che riformò il sistema pensionistico, José Pinera, si era addottorato a Harvard, Hernan Buchi, ministro delle finanze dal 1985, alla Columbia. È difficile pensare a una sorta di invasione dal lago Michigan. È più probabile invece che molti economisti avrebbero adottato una terapia non troppo diversa da quella dei “Chicago Boys”.

Allende, il colpo di Stato e i Chicago boys

Eletto nel 1970 col 36% dei consensi, Salvador Allende in tre anni nazionalizzò l’industria del rame, realizzò un’ampia riforma agraria con vasti espropri, sviluppò un controllo pressoché totale dello Stato sull’economia. Sotto di lui, il governo disponeva dell’85% del settore finanziario e la Corporaciòn de Fomento de la Producciòn, una specie di Iri cilena, che nel 1970 possedeva 46 imprese e zero banche, arrivò a controllare 488 aziende e 19 istituti di credito solo tre anni dopo. Tutti i prezzi dei servizi di pubblica utilità e i prezzi di circa 3000 beni di consumo erano direttamente stabiliti dall’autorità politica. Si parlava di “via cilena al socialismo”.

Il colpo di Stato militare ha una storia incomprensibile se non si ricordano le vicende della guerra fredda e fu una reazione al tentativo, dichiarato, di Allende di fare del Cile una nuova Cuba. Coi militari, arriva una repressione feroce, con un conto salato e inaccettabile in termini di vite umane e libertà civili. I generali di economia sanno poco o nulla ma hanno la furbizia di coinvolgere chi aveva ricette alternative all’esecutivo precedente, sotto il quale l’inflazione aveva raggiunto il 600%. Ne viene fuori un piano di riforme, nota all’epoca come “El ladrillo”, il mattone, per le dimensioni. Gli obiettivi principali erano la stabilizzazione della moneta, l’apertura delle frontiere al commercio internazionale, la liberalizzazione dei prezzi.

L’economia riprende e il Generale saluta

Nel 1982, una forte recessione fa vacillare il processo di riforma, cambiano cinque ministri delle finanze in soli tre anni (l’Economist titola: “Pinochet rimanda a scuola la scuola di Chicago”), fino a quando ad assumere la carica è Hernan Buchi. Nel 1988 il Pil cresce al 7,3%, la disoccupazione scende a meno del 10% e, come previsto dalla Costituzione del 1980, si tiene un referendum nel quale il 55% dei cileni vota contro la prosecuzione della presidenza di Pinochet per altri otto anni. Nel 1990, il Generale cede il passo a Patricio Aylwin, eletto democraticamente.

Fra il 1985 e il 1997, il PIL cresce in media del 7,1%. Il reddito pro capite è quadruplicato dal 1975 ed e tutt’oggi il più alto dell’America meridionale. Gli indicatori di diseguaglianza sono in calo (l’indice di Gini passa da 55.5 nel 1998 a 46.6 nel 2017). Con l’eccezione del secondo mandato di Michelle Bachelet, le riforme economiche degli anni Ottanta non sono mai state in discussione.

I giorni nostri…

Può un ritocco al prezzo del biglietto della metropolitana di Santiago all’ora di punta mettere in discussione questi successi, pressoché unici nel continente latinoamericano? Per paradosso le tariffe sono determinate da un Panel de Expertos del Transporte Pùblico, sulla base di una formula con variabili ben definite. Un caso di buona o cattiva pianificazione, più che di mercato “neoliberista”.

Alberto Mingardi, La Stampa 23 ottobre 2019