“Hong Kong non sarà mai una città cinese”, parla Il leader del Movimento degli ombrelli

“Hong Kong non sarà mai una città cinese”, parla Il leader del Movimento degli ombrelli

“Questa protesta è radicata ma senza capi”. Il leader del Movimento degli ombrelli a Hong Kong intervistato da Filippo Santelli per Repubblica.

«Ho avuto tanto tempo per riposare». Se qualcuno si illudeva che il carcere avrebbe disinnescato lo spirito di Joshua Wong, può già ricredersi. Appena uscito da Lai Chi Kok, dove ha scontato due mesi peri disordini del Movimento degli ombrelli, il 22enne leader dell’occupazione del 2014 si è buttato nella nuova protesta, che fino a domenica aveva dovuto seguire dalla cella.

«Carrie Lam continua a ignorare la voce dei cittadini, è ora che impari il rispetto», dice dopo aver ascoltato la Chief executive chiedere scusa, ma rispondere solo in parte agli slogan dei manifestanti. Non si dimette, né ritira la legge sull’estradizione, si è limitata a sospenderla a tempo indeterminato. Potrebbe comunque bastare per la maggioranza non più silenziosa di Hong Kong, perfino i giovani della protesta sembrano stanchi, attorno al Parlamento sono rimasti in pochi. Ma non basta ai militanti del campo democratico, a dal nostro inviato Filippo Salitegli Joshua.

Seduto in un momento di pausa al tavolino di una caffetteria, una maglietta blu a righe, la stessa determinatezza sul volto da ragazzino che ha incantato il mondo, Wong avverte che «la battaglia continua, e l’obiettivo finale è la democrazia. Solo concedendola, Pechino può governare Hong Kong».

Due mesi di carcere: quanto è stata dura?

Lì dentro ho potuto dormire molto più che fuori. Non ti lasciano portare l’orologio, non hai la percezione del tempo, è difficile definire “cibo” quello che mangi. Ho letto libri e giornali, guardavo il tg, così sono rimasto aggiornato. È stata dura non potermi unire alle proteste, ma sono uscito un giorno dopo la marcia dei due milioni, un buon momento.

Carrie Lam ha chiesto scusa, ha detto che è “molto improbabile” che la legge sia ripresentata e che solo gli studenti violenti saranno perseguiti. Non basta?

Dopo una protesta del genere, ha saputo solo esprimere scuse non sincere, ignorando le richieste dei cittadini. Noi vogliamo quattro cose: che la legge sull’estradizione sia ritirata, che gli arresti e le indagini sugli attivisti siano cancellati, che i manifestanti non siano più definiti “rivoltosi” e che Lam si dimetta. È il momento che impari cosa significa rispetto e si goda la pensione.

Sarà Lei il volto del movimento?

Questo movimento è diverso da quello degli ombrelli: più organico, ma decentrato, senza leader. Mercoledì scorso nessuno ha preso il microfono invitando a occupare le strade attorno al Parlamento, è stata un’azione spontanea.

Ma bisognerà pure che qualcuno si faccia portavoce delle richieste, in passato il campo democratico si è spesso spaccato.

Come parte del movimento farò del mio meglio per spiegare alla comunità internazionale che cosa sta succedendo. Nel breve periodo il consenso sulle quattro richieste è chiaro, nel lungo periodo sono convinto che l’obiettivo sia avere elezioni libere, lo stesso di cinque anni fa.

Come continuare la protesta?

Ci consulteremo. In un gruppo Telegram di cui fanno parte 10mila persone l’idea è che qualcosa debba essere fatto a breve, altre azioni, altre marce, disobbedienza civile. Questa settimana, ma anche prima del G20 e dell’anniversario della restituzione di Hong Kong alla Cina (il primo giugno, ndr).

Più che per le marce oceaniche, Carrie Lam ha cambiato idea dopo gli scontri. Molti giovani pensano che il Movimento degli ombrelli sia fallito perché troppo tenero, condivide?

Sono importanti le manifestazioni di massa, a cui partecipano anziani e bambini. Allo stesso tempo abbiamo avuto gli scontri, quando i manifestanti hanno cercato di entrare nel Consiglio legislativo, e credo che senza quel sacrificio Carrie Lam non avrebbe sospeso la legge. Nessuno spera che ci siano altre violenze, nessuno deve finire più in ospedale. Ma dipende dal governo, non da noi.

Se anche Lam dovesse dimettersi, Pechino nominerebbe un nuovo Chief executive. Chi dice che non
sarebbe peggiore?

Difficile pensare a qualcuno peggiore. Carrie Lam ha trasformato un’intera generazione di cittadini in attivisti e credo che nel caos della guerra commerciale anche Xi Jinping abbia capito che è un fardello. Ma certo, anche il prossimo sarà un burattino di Pechino. Per questo vogliamo libere elezioni.

Dopo la sospensione della legge, molti cittadini potrebbero ritenere che l’obiettivo raggiungibile sia raggiunto. Potrebbero tornare a pensare allo studio o al lavoro.

Le persone di Hong Kong ci sorprendono. Quattro mesi fa, quando il governo ha annunciato la legge sull’estradizione, nessuno era interessato.

La progressiva assimilazione di Hong Kong alla Cina sembra inesorabile.

Hong Kong non è solo la città della finanza, ma anche della protesta. Dopo i fatti degli ultimi giorni mi chiedo se sia possibile per Pechino governarla. Può farcela se le concede una vera democrazia, altrimenti chissà che potrebbe succedere. La nostra non sarà mai un’altra città cinese, faremo del nostro meglio perché non lo diventi.

Filippo Santelli, “La Repubblica” 19 giugno 2019