I neoilliberisti

I neoilliberisti

La sinistra equivoca sulle radici economiche del populismo. Ciò che unisce Salvini e Putin non è la flat tax, bensì il culto dello Stato: Luciano Capone e Alberto Mingardi spiegano perché.

Quali sono le idee, i valori, il progetto politico che legano Matteo Salvini e Vladimir Putin – ammesso che esistano? Il presentarsi sincronicamente di movimenti antisistema, in vari angoli del globo porta inevitabilmente a cercare un minimo comune denominatore. Fra di loro esiste solo una convergenza d’interessi, o anche una simmetria programmatica?

Contro il neoliberismo, ovunque sia

La sinistra intellettuale tende a pensare che la questione sia tutta ed esclusivamente economica. Da una parte, si è sin qui imposta una narrazione del populismo tutta fondata sul lato della domanda: partiti e gruppi “populisti” sarebbero sorti in risposta a problemi di tipo economico (l’aumento delle diseguaglianze). Dall’altra, sta prendendo piede una narrazione che guarda invece al lato dell’offerta, ma per giungere alla medesima conclusione.

In un caso o nell’altro, il colpevole è il cosiddetto “neoliberismo”. Per i primi era il “neoliberismo in atto” a costituire il nerbo delle forze antisistema, per i secondi il guaio starebbe nel “neoliberismo in potenza” che coinciderebbe con le proposte economiche di quegli stessi partiti. Il neoliberismo, insomma, come causa e conseguenza di se stesso. Per uno storico attento quale Emanuele Felice a caratterizzare il populismo contemporaneo sarebbe una “idea della società che considera i diritti dell’uomo come un ostacolo verso l’unico obiettivo che realmente conta: la crescita economica”. Starebbe emergendo un “capitalismo sfrenato che non ha più bisogno dei diritti”, ha scritto Felice su Repubblica (“Putin e un progresso senza diritti”, 8 luglio), un “liberismo che recide il cordone ombelicale con la democrazia liberale”.

Guardacaso Vladimir Putin “dichiara che il liberalismo (non il liberismo!) è obsoleto”: “Il capitalismo neoliberale non ha più bisogno della democrazia”. Di queste posizioni, secondo Felice, “Salvini è oggi il più pericoloso alfiere in Europa”. Insomma, Salvini e Putin autocrati neoliberisti. Una veloce ricerca su Google, del resto, ci consegna più o meno autorevoli epigrammi come “il populismo è il figlio mostruoso del neoliberismo”, “Lega-Cinque stelle, governo più neoliberista che populista”, “La svolta suprematista del neoliberismo”, “L’acqua dev’essere pubblica, il neoliberista Salvini se ne faccia una ragione”.

Uno di noi ha avuto uno scambio su Facebook con Felice. Richiesto di qualche ragguaglio sul dove e il come le politiche neoliberiste unirebbero Putin e Salvini, Felice non ha avuto dubbi: i due sono uniti dalla “flat tax”. Il riferimento alla tassa piatta dovrebbe evocare la rinuncia all’uso della politica fiscale per la riduzione delle diseguaglianze. L’errore di questa prospettiva ci sembra risiedere nella totale sottovalutazione dei simboli e di tutto ciò che va sotto l’etichetta, per forza di cose ambigua, di “cultura”. In qualche modo, si sopravvaluta la razionalità del populismo (e forse della politica tout court), sottovalutandone la componente simbolica quando non istintuale.

Al contrario, a noi pare che se l’uomo è ciò che mangia, l’uomo politico è ciò che legge. Proprio per questo il confronto con le tesi populiste dovrebbe essere serrato, non limitarsi a liquidarle per ragioni, per così dire, di stile. Il guaio, per buona parte della sinistra, è quel che si può apprendere in questo confronto, e cioè che in realtà i populisti, per esempio sul “liberismo”, o sul welfare, o sulla globalizzazione, la pensano letteralmente come i più autorevoli esponenti della sinistra mainstream. Meglio evitarsi l’imbarazzo.

La flat tax

Anche il politologo britannico Colin Crouch (“L’Europa oltre il neoliberismo”, il Mulino 1/19) inserisce Salvini nel gruppo dei “nazionalisti neoliberali”. Dello stesso girone farebbe parte Margaret Thatcher, mentre Marine Le Pen starebbe fra i “nazionalisti che si oppongono al neoliberismo”. Evidentemente conta nulla la forte sintonia fra Le Pen e Salvini, che proprio sul calco della destra francese ha rimodellato il suo partito. Anche per Crouch, “la Lega condivide molte politiche neoliberali, come ad esempio l’idea di flat tax”.

Non serve essere particolarmente attenti alle cose italiane per accorgersi che, a quattro anni dai primi annunci in merito, per Matteo Salvini la flat tax non è che uno slogan, accettato passivamente dai media e volentieri dai suoi avversari. Nella realtà non c’è allo studio alcuna proposta di riforma fiscale con un’aliquota unica, ma solo alcune modifiche all’interno dell’attuale Irpef: non a caso si è parlato, con sprezzo della logica, di “flat tax a due aliquote”. Che poi sono diventate tre. Oramai c’è una “flat tax” per ogni scaglione, o poco ci manca.

La parola “neoliberismo” (uno di noi ci ha scritto un libro) è quantomai plastica e flessibile. Se essa ha un senso, non c’è dubbio che la “flat tax” rientra nella santabarbara di alcuni dei suoi più autorevoli interpreti, uno su tutti Milton Friedman. Ma il “neoliberismo realizzato”, ammesso fosse tale, di Reagan e Thatcher non passava per l’aliquota unica. Mentre in contesti tutto fuorché “neoliberisti”, in Russia ad esempio, il passaggio alla tassa piatta è stato in larga misura possibile in ragione delle inefficienze dell’amministrazione, che a un certo punto hanno richiesto semplificazioni nette.

È in fondo la ragione per cui, anche in Italia, si può apprezzare la flat tax senza essere liberisti. In un regime come quello italiano una flat tax sarebbe, come ha ben dimostrato Nicola Rossi, a conti fatti più progressiva dell’attuale vestito d’Arlecchino, nel quale pari redditi possono essere assoggettati ad aliquote totalmente diverse. È questo l’obiettivo di Salvini? Non ci pare: una revisione complessiva del sistema fiscale italiano è fuori, purtroppo, dai suoi obiettivi.

Non c’è dubbio che uno degli argomenti politicamente più apprezzati per tagliare le tasse sia l’effetto sulla crescita. Ma tanto basta per dire che Salvini e Putin incarnano figure e sistemi di idee che danno priorità assoluta alla crescita economica? Sbaglieremo, ma a noi sembra che l’attuale governo abbia un interesse ridottissimo a qualsiasi politica per la crescita e lo sviluppo economico: tant’è che parole d’ordine che in molti confiderebbero “neoliberiste” (liberalizzazioni, riforma del welfare, privatizzazioni) sono semplicemente scomparse dall’agenda. Anzi, le uniche proposte attuate o in fase di realizzazione vanno in direzione opposta: regolamentazioni, controriforme del welfare e nazionalizzazioni.

La coalizione gialloverde ha un rapporto acrobatico con la verità dei fatti, ma se c’è una cosa sulla quale Lega e Cinque stelle sono da sempre di cristallina chiarezza è che ciò che interessa loro è come vengono fatte le fette della torta, non che la torta cresca. Se guardiamo all’unica legge di Bilancio sinora approvata, l’atto supremo di politica economica di un governo, è facile notare che è basata sull’aumento in deficit della spesa sociale assistenziale (reddito di cittadinanza e pensioni), secondo uno schema puramente keynesiano e “domandista”: lo stato prende a debito dei soldi, li mette in tasca ai cittadini e si attende che il moltiplicatore keynesiano faccia il miracolo.

Neoliberismo decrescitista?

Questo “keynesismo straccione” è in realtà la declinazione economica della cultura dell’uno e dell’altro partito della coalizione. Una cultura che non si occupa di come creare la ricchezza: ma solo di come redistribuirla. Questo è il vero collante della “strana coalizione”, del populismo di destra e di quello di sinistra. È vero per chi chiede fette più grosse per i ceti penalizzati dalla globalizzazione, è vero per chi vuole mettere già oggi un cerotto sulle ferite ipotetiche dell’automazione, è vero per chi fa dell’immigrazione la madre di tutte le battaglie perché più persone significano fette più piccole della torta dello stato sociale. Dove starebbe il neoliberismo? E dove starebbe l’ossessione per la crescita economica?

Per carità, le parole sono di pongo: capita che vengano usate per dire tutto e il suo contrario. È il destino del lemma “neoliberismo”. La definizione corrente è: uno status quo che non ci piace. Questo vale al bar come nelle scienze sociali: anche studiosi importanti parlano di “neoliberismo”, ma il termine sfugge ogni definizione. Proprio la sua indeterminatezza consente di vederlo dappertutto.