I prossimi mesi ci diranno se la rottura di Renzi è stata positiva

I prossimi mesi ci diranno se la rottura di Renzi è stata positiva

I prossimi mesi diranno se Italia Viva, il nuovo progetto di Matteo Renzi (che ha suscitato tiepide reazioni) possa essere un contenitore in grado di accogliere i tanti moderati e riformisti delusi. L’analisi di Salvatore Carrubba.

Abbiamo predicato per anni (almeno un paio, malcontati) che una delle debolezze del sistema politico italiano fosse il buco nero rappresentato dalla mancanza di offerta per quel buon 30% dell’elettorato che non sa più dove sbattere la testa e si astiene dall’andare a votare. Ci siamo anche sbizzarriti a definire quell’area: centro, centro-destra, moderati.

Adesso, siamo caduti nel rischio opposto, quello di incontrare in quello spicchio di mercato politico fin troppe insegne, a partire da quella di Renzi e di Calenda, che vogliono fare ombra anche al neon di Berlusconi, ormai ammaccato, polveroso e semispento. All’accensione dell’insegna di Renzi (quella di Calenda è in fattura) poche feste e scarsi entusiasmi: tutti a denunciare il pessimo carattere del venditore, più che a soppesare la sua merce (peraltro ancora esposta con grande cautela, come se, all’apertura di un nuovo negozio, trovassimo direttore, commessi e cassieri ma scaffali vuoti).

Una casa per i riformisti

Fuor di metafora: valuteremo nel tempo se davvero nell’operazione Renzi e nella scelta dei tempi abbiano prevalso il carattere, l’astuzia e la strategia di corto respiro, o se davvero l’ex premier sarà capace di offrire un’offerta convincente. Ma offrire a chi? Qual è davvero la domanda politica dei cosiddetti, e indefinibili, “moderati”? Ed è davvero possibile, in Italia, essere ancora moderati? Renzi sperimenterà che le parole contano, e servono a vincere le guerre. E mi permetto di ricordare che a essere in crisi, in Italia, non è la politica moderata, ammesso che la parola significhi ancora qualcosa, ma la politica riformista.

E che il riformismo, nella perdurante condizione di emergenza democratica nella quale versa il Paese (rappresentata dal peso maggioritario delle forze populiste), non può essere patrimonio di una famiglia politica (o dei suoi reduci). Socialisti, liberali e cattolici devono trovare urgentemente una piattaforma (magari digitale, per cominciare) nella quale collaborare per cambiare l’Italia partendo dalle rispettive sensibilità per la giustizia sociale, per la libertà e per il solidarismo. Altro che “patto sociale” tra Pd e 5Stelle! In questa piattaforma c’è assai poco di moderato, perché lo status quo, e la classe dirigente che l’ha interpretata (della quale il Pd è stato magna pars), hanno fatto il loro tempo.

Astenendomi dai giudizi moralistici, che in politica contano poco (come ci insegna Benedetto Croce), tanto meno in stagioni come l’attuale di sorprendenti giravolte politiche, mi attendo dunque che davvero nasca un’offerta per questa area politica che bene può comprendere elettori democratici più o meno delusi e disaffezionati, provenienti dalla destra e dai berlusconiani; e certo anche dal Pd, soprattutto se, come temo, in questo finiranno col prevalere le spinte più “radicali” (nel senso di attaccamento alle radici che per molti di quegli elettori restano di scarso o nullo garantismo, di diffidenza verso il mercato, di speculare entusiasmo per l’intervento dello stato, di passione per il ‘tassa e spendi’).

Cosa ci diranno i prossimi mesi

I prossimi mesi, dunque ci diranno se la rottura di Renzi possa rappresentare un effetto collaterale positivo della repentina crisi che ha portato alla nascita del governo Conte2, del quale Renzi è stato artefice: spregiudicato ma efficace. In tempi normali, ci sarebbe assai poco di entusiasmante nella nuova maggioranza, ma un risultato è stato ottenuto, non di poco conto: l’Italia non è più paria dell’Europa, e vi ha ripreso il ruolo che le compete per storia, convinzioni (e convenienza); l’euro non è più in discussione; il mondo produttivo può tirare un respiro di sollievo dopo essere stata costretta per mesi sull’ottovolante, a dipendere dalle esternazioni mattutine dei sovranisti più irresponsabili. È tutt’altro che un risultato disprezzabile.

Adesso, si tratta di vedere chi, nella nuova alleanza, si farà concavo per accogliere la convessità del partner; se il Pd, insomma, riuscirà ad accompagnare nell’alveo della democrazia liberale il M5S (come si usa dire: a romanizzare i barbari), ovvero se sarà esso stesso a sposare per convenienza (e, come dicevo prima, magari per qualche atavica eredità ideologica) i toni più qualunquisti e pericolosi di un Movimento che mantiene tratti autenticamente eversivi (vedi il ruolo dell’opaca piattaforma Rousseau). Sarà una scommessa decisiva per la democrazia italiana, dall’esito tutt’altro che scontato (e i primi segni non sono incoraggianti). Anche per il rischio che la eventuale prevalenza di toni identitari lascino a Salvini, oggi non particolarmente penalizzato dai sondaggi (ma stia attento al Sud!) una prateria elettorale: chi sarà capace di parlare al Nord produttivo?

In una fase così determinante, e comunque appassionante, una grande responsabilità spetta alla società civile che dovrà decidere se continuare ad aspettare a vedere chi vinca, o impegnarsi per un rinnovamento profondo, innanzi tutto, della cultura politica del nostro Paese; per esempio, contribuendo a una grande, instancabile campagna verità nel dibattito pubblico, a smascherare fake news, a imporre nuove agende, ad affrontare le sfide imposte dai cambiamenti geostrategici, dall’impatto delle tecnologie digitali e dal crollo dei paradigmi economici su quali abbiamo vissuto dai tempi di Benetton Woods, a uscire dal perenne provincialismo del confronto italiano. Dimostrando, insomma, di essere classe dirigente.

Salvatore Carrubba, 24 settembre 2019