Ilva, la nazionalizzazione non è la soluzione ma il problema

Ilva, la nazionalizzazione non è la soluzione ma il problema

Perché la tentazione dei poltici di statalizzare l’azienda siderurgica di Taranto è pericolosa. L’analisi di Alberto Mingardi.

L’impressione è quella di una storia già scritta. L’Ilva marcia verso una nazionalizzazione che verrà considerate “inevitabile”. Alla classe politica non dispiace, in parte per motivi ideologici: questa maggioranza è tenuta assieme da idee condivise, una di queste è che pubblico sia buono e privato cattivo. In parte, e questa è assai più rilevante, perché la nazionalizzazione implica per definizione il controllo diretto da parte dello Stato.

Perché alla politica piacciono le nazionalizzazioni

“Lo Stato siamo noi” ma lo Stato sono soprattutto loro: coloro che prendono, in un certo momento, decisioni per tutti. “Decidere”, nel caso di un’Ilva rinazionalizzata, come quando si chiamava Finsider, significa nominare amministratori che rispondano non a un azionista che esige dividendi: bensì ai partiti politici, la cui priorità è comprensibilmente la tutela dei livelli occupazionali, costi quel che costi. Sembrerebbe una storia già scritta, appunto, perché l’esito è coerente coi desideri, espressi a voce più o meno alta, dai nostri governanti pro tempore. Ma non si tratta di un epilogo pazientemente pianificato. Se così fosse, saremmo nelle mani di formidabili menti machiavelliche, scacchisti che pensano dieci mosse in anticipo.

Perché si è arrivati sin qui

Ricordiamoci come siamo arrivati sin qui. L’Ilva privatizzata pare produrre profitti per la famiglia Riva. A un certo punto emergono serie e comprensibili preoccupazioni per ambiente e salute pubblica: problemi che l’azionista privato ha ereditato dal predecessore e che vanno risolti. Solo che la soluzione, se così la si pub chiamare, arriva dalla magistratura che, di fatto, obbliga alla via dell’esproprio. Con grande difficoltà, nella scorsa legislatura il centrosinistra riesce a uscire dalle secche del commissariamento e a trovare un investitore: Mittal. Oggi lo accompagna alla porta, facendo venir meno una garanzia (lo scudo legale) che era stata resa necessaria proprio dalla storia dell’Ilva. I maligni pensino pure che Mittal abbia cambiato idea e cerchi un pretesto. Cambia poco: il pretesto glielo ha offerto il governo, su un piatto d’argento.

In queste condizioni, chi mai si farebbe avanti, senza una qualche protezione? La scudo penale fare parte delle richieste di qualsiasi investitore, inclusa la Cdp in caso fosse lei a dover esprimere gli amministratori. Per qualsiasi privato, dal momento che è stato già revocato una volta, non basterà più e la necessità di una garanzia ulteriore, in qualche modo, si impone. Una partnership con lo Stato, o col suo braccio armato: la Cassa Depositi e Prestiti, è una specie di polizza assicurativa.

Perché l’intervento pubblico non è la soluzione

Detto questa, neanche lo statalista più convinto può illudersi che l’intervento pubblico sia una bacchetta magica per risolvere tutti i problemi. Rispetto ai temi ambientali, significa soltanto che delle bonifiche dovrà farsi carico, in modo più o meno diretto, il contribuente. Rispetto alla redditività dell’azienda, nel caso estremo in cui to Stato dovesse scendere in campo da solo, dovrà porsi il problema di imparare a operare in un mercato competitivo e difficile, rispetto al quale non può vantare competenze né esperienze di successo.

Tutte le nazionalizzazioni, da principio, sono “temporanee e tutte sono rese inevitabili” da una qualche “crisi”. La storia dell’IRI, nato “temporaneo”, per risolvere le crisi bancarie e industriali del 1933 e durato settant’anni, ci ricorda che in Italia nulla è stabile come il provvisorio. Questa volta, è bene tenere a mente che la “crisi” è stata costruita dallo stesso ceto politico che proclamerà di averla risolta, coi quattrini di noi tutti.

Alberto Mingardi, La Stampa 10 novembre 2019