Infrastrutture, la carta per vincere la partita della crescita

Infrastrutture, la carta per vincere la partita della crescita

La modernizzazione e la crescita del Paese attraverso le opere pubbliche. Intervista a Mario Lupo.

Reddito di cittadinanza e Quota 100, che il governo ha posto al centro della sua politica, si stanno purtroppo confermando misure meramente assistenziali, inidonee a promuovere la crescita del prodotto interno lordo del nostro paese. Si è fatta perciò strada l’idea di reagire alla stagnazione (che rischia purtroppo di essere recessione) dell’economia italiana, attraverso gli investimenti in infrastrutture e la riduzione della pressione fiscale su famiglie e imprese, sotto forma di flat tax o meno.

Sulla prima delle due azioni anzidette abbiamo intervistato, riconoscendogli voce in capitolo in materia, Mario Lupo, un amico che condivide il nostro impegno per la diffusione della cultura liberale e che, fra le tante cariche di prestigio ricoperte nella sua lunga e prestigiosa carriera manageriale, è stato anche presidente dell’associazione delle grandi imprese di opere pubbliche italiane.

In tale veste, ebbe anche il merito di suggerire a Berlusconi, in vista delle elezioni politiche del 2001, di porre a base del programma elettorale di Forza Italia l’infrastrutturazione strategica del Paese: il suggerimento fu accolto e fu la proposta vincente di quella tornata elettorale. Agli inizi di quella  Legislatura (la XVI dell’Italia repubblicana), il Governo di centrodestra guidato da quel leader varò, pertanto, per la realizzazione di quel disegno di modernizzazione del Paese, una legge, detta Legge Obiettivo, contenente regole volte a facilitare e accelerare, con l’adozione di norme e procedure adeguate, un programma decennale delle Infrastrutture Strategiche, purtroppo realizzato solo in parte, del quale Mario Lupo e la predetta associazione hanno seguito le travagliate  vicende attuative fino a che l’associazione non è stata sciolta nel 2014 per discutibile e sofferta decisione dei suoi stessi associati.

Riportiamo qui di seguito le domande rivolte all’intervistato e le risposte ricevute.

Come valuti l’idea di puntare sul rilancio degli investimenti in infrastrutture al fine di promuovere la ripresa dello sviluppo economico del Paese?

Del tutto positivamente, confortato anche dalla constatazione che su questa idea del governo mi sembra di cogliere un largo consenso politico e di opinione. L’Italia, per la sua collocazione e conformazione e per la sua elevata esposizione al rischio idrogeologico e sismico, ha bisogno di infrastrutture moderne e di qualità che (a) la colleghino all’Europa, attraverso i valichi alpini, (b) garantiscano una mobilità delle persone e delle merci efficiente per costi e tempi e a sinistrosità contenuta, (c) mitighino i rischi dei quali si è detto e pertanto (d)  rendano il territorio nazionale  attrattivo di insediamenti produttivi di imprese nazionali e internazionali. Oltre a perseguire questi obiettivi strategici di lungo periodo, gli investimenti infrastrutturali producono, già in fase di realizzazione, effetti di incremento del PIL, perché generano occupazione (e conseguente erogazione di stipendi e salari) e domanda di beni e servizi per la realizzazione delle opere. Furono perciò posti alla base del cosiddetto new deal, con il quale, basandosi sulle teorie economiche dell’economista inglese J.M.Keynes,  il Presidente Roosvelt e il suo governo risollevarono gli USA dalla grande crisi recessiva del 1929.

Ma come mai, allora, se è vero che in Italia la crescita economica segna il passo da un quarto di secolo, non si è fatto ricorso, per tempo e in adeguata misura, alla leva degli investimenti in capitale fisso?

Le cause di questo colpevole e costosissimo non fare sono state fondamentalmente di tre ordini.

1) I governi che si sono succeduti, per ridurre la spesa pubblica troppo, o almeno frenarne la crescita, hanno preferito il taglio di quella per investimenti (del quale, a breve, pochissimi avvertono gli effetti negativi) a quello (lacrime e sangue per tutti) della spesa corrente (stipendi della PA, previdenza e assistenza sociale, sanità).

2) Quand’anche propensi agli investimenti in capitale fisso, i governi sono stati osteggiati da agguerrite forze di opposizione e correnti di opinione che hanno preso  in ostaggio le opere pubbliche, e in particolare le grandi opere, fatte oggetto, attraverso i media, di un’astiosa e pretestuosa campagna denigratoria che le ha additate  come troppo costose e inutili (faraoniche), ghiotta occasione di corruzione (in un paese considerato fra i più corrotti al mondo)  e causa di degrado ambientale.

3) Un codice degli appalti farraginoso e l’eccessivo gravame di rischi e responsabilità a carico dei funzionari pubblici che paralizzano l’azione amministrativa.

È credibile che il governo giallo-verde in carica, ove pure le ricordate correnti di opinione contrarie alle grandi opere sono presenti e rappresentate (vedasi ad esempio i NO TAV) faccia una decisa virata verso gli investimenti infrastrutturali per tentare di rimediare al flop della sua politica economica?

La mia risposta è si, specie se è vero – come il Ministro Tria ha affermato in una recente intervista – che nel bilancio dello stato esisterebbero 87 miliardi stanziati e fin qui non utilizzati per tali investimenti. Ma, ovviamente, il fatto che l’opzione infrastrutture sia credibile e plausibile non significa che certamente il governo la adotterà e porterà a realizzazione.

Speriamo di si, ma siamo purtroppo adusi alla mutevolezza dei suoi orientamenti, non sappiamo quali siano le sue reali aspettative di vita e non siamo in condizione di valutare se il cosiddetto decreto sblocca cantieri riuscirà a rimettere in moto la macchina degli appalti.