Kosovo, 20 anni dopo: una pagina da non dimenticare

Kosovo, 20 anni dopo: una pagina da non dimenticare

Kosovo, 20 anni dopo la guerra: l’intervento di Carlo Scognamiglio Pasini in occasione del convegno tenutosi a Roma lo scorso 25 marzo

L’ambasciata della Repubblica del Kosovo in Italia ha organizzato presso Palazzo Giustiniani, uno dei Palazzi del Senato, un Convegno intitolato “L’intervento umanitario della Nato in Kosovo – 20 anni dopo la guerra” per ricordare una vicenda che non è inopportuno riconsiderare. Infatti, ebbe un sostanziale successo immediato evitando un ulteriore eccidio, che con tutta evidenza si andava preparando, dopo quelli spaventosi consumati negli anni precedenti nell’ambito dei conflitti scoppiati nella ex Iugoslavia.

Inoltre l’episodio, pur essendosi svolto in un contesto internazionale diverso rispetto a quello odierno, può fornire uno spunto per qualche riflessione sul presente e per qualche progettualità sul futuro. Offriamo alla lettura l’intervento dell’allora Ministro della Difesa italiano Professor Carlo Scognamiglio Pasini che fornisce una contestualizzazione obiettiva del quadro politico ed una descrizione fedele degli eventi principali dando, nel contempo, testimonianza della accurata e non velleitaria preparazione dell’operazione.

In una fase in cui sembrano messi in discussione i fondamentali delle relazioni e delle alleanze internazionali su cui per decenni, anche in mutate condizioni, hanno poggiato rapporti e i conflitti (e le relative risoluzioni) giova riprendere le fila di discorsi generali da qualche caso specifico del passato che ha dimostrato di funzionare.

È opportuno riflettere anche su alcuni passaggi del discorso pronunciato da Giulio Terzi di Sant’Agata durante il dibattito. Di particolare interesse è stato il richiamo ad una concezione realistica dei rapporti internazionali, lontana dagli ideologismi, tra i quali va annoverato – ha affermato – “una forma deteriore di pacifismo: un pacifismo che penalizza sempre le vittime rispetto agli aguzzini”. L’ex ministro ha sottolineato la necessità di far ricorso alla forza legittima, a certe condizioni e come ultima ratio; e soprattutto come passaggio per la ricerca di una soluzione politica. Ma ha anche messo in luce – citando una frase di Marco Pannella – l’importanza della diffusione delle idee libere, come quelle di Radio Londra e di Voice of America, contro il plumbeo conformismo delle dittature. Sono state parole utili, soprattutto in un periodo in cui rifioriscono gli isolazionismi e i nazionalismi.

Intervento Carlo Scognamiglio Pasini (25 marzo 2019, Sala Zuccari, Senato della Repubblica, Roma)

Introduzione

Il governo presieduto dall’on. Massimo D’Alema, nel quale ricoprivo la carica di ministro della Difesa fu formato nell’ottobre del 1998, proponendosi due principali obiettivi di politica estera. Il primo consisteva nel mantenere il passo degli altri Paesi europei nella formazione della moneta unica europea, rispettando gli impegni presi con il Cancelliere Kohl. Il secondo riguardava invece gli impegni derivanti dall’azione della NATO per la soluzione della crisi determinata dalle vicende del Kosovo, ovvero dell’ aggressione alla popolazione kosovara di etnia albanese condotta dalle forze para-militari del dittatore Milosevic; aggressione definita “catastrofe umanitaria” dalla risoluzione dell’ ONU n.1199 (23.09. 1998).

Infatti il governo precedentemente in carica (Prodi 1) aveva rassegnato le dimissioni l’8 ottobre 1998, dopo un voto di sfiducia, alla vigilia dell’emanazione dell’Activation Order da parte della NATO, che avrebbe impegnato i paesi membri a concorrere all’azione militare pianificata contro la Serbia del dittatore Milosevic. Nella formazione della coalizione che sosteneva il governo D’Alema  vi erano naturalmente anche regioni di politica nazionale, ma di queste si potrà dire – forse – in altra sede e in altra occasione.

Le guerre nei Balcani

Dopo le cocenti sconfitte in Slovenia, Croazia e – soprattutto – in Bosnia nel 1995  – il dittatore serbo Milosevic intendeva rivalersi sradicando dalla provincia autonoma del Kosovo la stragrande maggioranza della popolazione di  lingua albanese. Il Kosovo nel medioevo era stato la culla della nazione serba, prima della conquista dei turchi nel 1389. Ma nei secoli seguenti la popolazione slava era stata rimpiazzata da una popolazione etnicamente albanese, così che attualmente più del 90% della popolazione del Kosovo era di lingua albanese (e non slava) e di religione islamica (e non cristiana ortodossa o cattolica).

Nella Repubblica Federale di Jugoslavia, il Kosovo aveva avuto una vasta autonomia, con scuole in lingua albanese, funzionari civili propri e polizia locale autonoma. L’obiettivo di Milosevic era di fare il Kosovo, “culla della Serbia, nuovamente serbo” e considerare i kosovari albanesi come degli intrusi in un territorio nazionale. Milosevic aveva  perciò deciso di revocare tutte le forme di autonomia e di auto-governo, di bandire l’albanese dalle scuole e dagli uffici pubblici, di chiudere i giornali e le TV locali in lingua albanese, e di eliminare i funzionari civili non serbi e la polizia locale, sostituendola con unità serbe e con forze “para-militari”.

Queste ultime erano bande di criminali sperimentate in Bosnia per terrorizzare la popolazione civile. Ben presto queste azioni avevano suscitato una reazione della popolazione di etnia Albanese. Molti avevano cercato rifugio nei Paesi confinanti.  Altri avevano scelto di resistere con attacchi alle stazioni di polizia e con la formazione di una resistenza armata, denominata “Kosovo Liberation Army (KLA) ”.

Gli attacchi da entrambi le parti si intensificarono dal dic. 1997 per diventare una sorta di guerra aperta condotta dalle forze serbe contro la popolazione kosovaro-albanese. Nel marzo 1998 nel villaggio di Lashari furono massacrati 60 abitanti, di cui 18 erano donne e 10 ragazzi minori di sedici anni. Questo evento provò una dura condanna da parte delle capitali occidentali. Madeleine Albright dichiarò che “ questa crisi non è un affare interno della repubblica Jugoslava”. La diplomazia occidentale per i Balcani (Contact Group) intervenne, e assieme alla NATO condusse le parti a firmare una tregua il 15 ottobre 1998.  La tregua fu rotta due mesi più tardi e i combattimenti ripresero.

Fu quindi chiaro che Milosevic non avrebbe mai accettato di permettere a una forza internazionale di pace di entrare nel Kosovo per imporre e mantenere un cessate il fuoco. Con il proseguire dei combattimenti, inclusi i bombardamenti dell’artiglieria nelle aree urbane e gli omicidi, già 300.000 kosovari-albanesi si erano rifugiati nei Paesi vicini, Albania, Macedonia e Grecia del nord[1]. Il flusso dei rifugiati era stato accolto generosamente dalle popolazioni locali peraltro molto povere. Ma il loro numero crescente creava seri problemi di mancanza di alloggi, cibo e cure mediche.

Infine, nel dicembre 1998 la delegazione di Milosevic abbandono la conferenza che si svolgeva nel castello di Rambouillet, vicino a Parigi. L’episodio che rese colma la misura avvenne il 15 gennaio 1999, quando 45 contadini kosovari albanesi furono circondati, trascinati su una collina e massacrati. I corpi del massacro di Račak furono scoperti dagli osservatori dell’OSCE, incluso il capo missione William Walker, e numerosi corrispondenti della stampa estera. Milosevic si rifiutò di ammettere l’evidenza del massacro e di accettare la richiesta del ritiro delle forze serbe. Conseguentemente la NATO autorizzò la preparazione dei piani di attacco aereo alle forze serbe, sul modello dell’azione che aveva condotto alla fine della guerra in Bosnia tre anni prima.

La guerra ha inizio

Gli obiettivi dichiarati dal portavoce della NATO erano molto chiari: “Serbs out, peacekeepers in, refugees back“. Sin da quando avevo ricevuto l’incarico di ministro della Difesa avevo cercato di comprendere quale fosse la razionalità della posizione di Milosevic e quali potessero essere le sue prossime mosse.

Sul piano militare il confronto fra le forze NATO e quelle di Milosevic era senza speranza. Le forze aree della NATO avrebbero potuto distruggere facilmente al suolo o immediatamente dopo il decollo tutti gli aerei serbi (come effettivamente accadde). Ma la campagna aerea sarebbe stata molto più lunga che quella condotta in Bosnia, dove il bersaglio consisteva in poche posizioni di artiglieria concentrare attorno a Sarajevo.

Questa volta il bersaglio sarebbe stato un intero esercito disperso in una vasta regione, e dotato di ripari e nascondigli; oltre a un sistema d’infrastrutture per il comando , il controllo e la comunicazione dell’esercito serbo nell’intero territorio jugoslavo. Più a lungo fosse durata la campagna, più sarebbe stato difficile mantenere unita la coalizione, specialmente nel caso di perdite per la nostra aviazione e per la popolazione civile. La memoria delle inconcludenti campagne aeree nella guerra del Vietnam bruciava ancora.

Milosevic però avrebbe potuto giocare un’altra carta. Essa poteva consiste nell’approfittare dell’attacco aereo della NATO per portare a termine il suo progetto di “soluzione finale” del problema dei kosovari albanesi. La “soluzione finale” consisteva nell’espellere l’intera popolazione Albanese dal Kosovo, che avrebbe creato il “fatto compiuto” della pulizia etnica, e provocato il caos e il disordine nei Paesi vicini, troppo poveri per accogliere e ospitare una massa di centinaia di migliaia di rifugiati. Così nel dicembre del 1998 incaricai il gen. Cantone, capo della nostra missione militare in Albania, di individuare le località adatte per l’apprestamento di campi per almeno 5/600.000  rifugiati (oltre a 2/300.000 in Macedonia) e prepararne l’allestimento e la logistica. Essi avrebbero dovuto trovarsi il più possibile vicino alla frontiera del Kosovo, e in località facilmente accessibili per i rifornimenti dai porti albanesi e dal porto greco di Salonicco.

Quando ebbe inizio la campagna aerea della NATO il 24 marzo 1999, le forze armate di Milosevic con la violenza degli incendi e il terrore costrinsero più di un milione di kosovari albanesi a lasciare le loro case e i villaggi e a fuggire attraversando le frontiere. Ma essi furono sorprendentemente bene accolti e sostenuti con alloggi, cibo e cure mediche nei campi preparati dai militari italiani e della NATO in Albania e in Macedonia, con l’aiuto dell’UNHCR, della Croce Rossa e di altre organizzazioni umanitarie.

Il caos e le eccessive sofferenze delle popolazioni furono prevenuti. Esse poterono restare vicino ai confini del loro Paese, in attesa di un rapido ritorno dopo la fine delle ostilità. La principale arma del terrore di Milosevic era stata spuntata, così come la sua speranza di una “soluzione finale” per la popolazione del Kosovo.

La campagna di bombardamenti della NATO durò fino all’11 giugno 1999, impegnando quasi 1.000 aerei che operavano prevalentemente da basi italiane o da portaerei poste nell’Adriatico. Verso la fine di Aprile la campagna aerea stentava a conseguire risultati decisivi, soprattutto a causa della scarsa visibilità dovuta al maltempo. Perciò i Paesi NATO presero a considerare l’impiego di forze terrestri per le operazioni nel Kosovo. Il Primo Ministro britannico Tony Blair ne era un deciso sostenitore, rendendo disponibile una forza di 50.000 uomini. La Francia avrebbe concorso con 20.000 e l’Italia con 10.000.

Poiché la forza d’attacco sarebbe dovuta consistere di almeno 150/180.000 uomini, il peso maggiore sarebbe ricaduto sulle forze degli Stati Uniti stazionate in Europa. Ma il Presidente Clinton e il Pentagono erano riluttanti a considerare un così vasto impegno militare in quell’angolo di Europa.

Mentre i negoziatori diplomatici finlandesi e russi cercavano di convincere Milosevic a ritirare le sue forze, Milosevic stesso si rese conto che la Russia non sarebbe intervenuta militarmente in suo soccorso, nonostante la forte retorica anti-NATO. La spietata espulsione dei kosovari albanesi non aveva funzionato come sperato, e ora il mondo era solidale con loro, mentre gli stessi americani stavano ormai seriamente considerando la possibilità di un’invasione via terra.

Assieme alle notizie sull’avvio della pianificazione di un intervento militare con forze terrestri, due altri elementi furono decisivi per determinare il cedimento di Milosevic. Innanzitutto l’incriminazione di Milosevic davanti al tribunale internazionale dell’Aia, che privò il dittatore serbo di ogni residuo sostegno diplomatico internazionale.

Ugualmente importante fu l’azione del KLA, che prendendo possesso del monte Pastrik sul confine fra il Kosovo e l’Albania, riuscì con il sostegno dell’aviazione NATO a resistere alla controffensiva dell’esercito serbo. Ciò avrebbe spalancato le porte del Kosovo alle forze di terra della NATO provenienti dall’Albania. Milosevic quindi si trovo senz’altre scelte che accettare la mediazione russo-finlandese, ritirando le proprie forze dal Kosovo e accettando l’ingresso di quella della NATO.

Conseguentemente il 12 giugno la campagna aerea fu sospesa e le forze di peacekeeping della NATO (KFOR) sostituirono le forze serbe nel controllo dei principali centri del Kosovo.[2]

End of Game

L’azione delle forze armate di Milosevic aveva provocato la fuga di un numero di abitanti albanesi del Kosovo compresa fra 1.2  e 1.45 milioni.  Immediatamente dopo la fine della Guerra nel giugno 1999 la maggior parte dei rifugiati nei Paesi vicini aveva cominciato a rientrare nelle proprie terre.

Secondo l’UN High Commissioner for Refugees nel novembre 1999,  848.100 rifugiati  su 1.108.913 erano già rientrati. Dopo un periodo di transizione sotto un’amministrazione NATO-UN, il Kosovo ha dichiarato la propria indipendenza dalla Serbia  il 17 Febbraio 2008. Al  14 Novembre 2017, 111 Stati delle UN ne hanno riconosciuto l’indipendenza,  inclusi tutti I Paesi vicini con l’eccezione della Serbia, della Grecia, della Spagna e di Cipro.

Ora la minoranza serba in Kosovo ha le proprie scuole, la propria polizia, i propri tribunali. La guerra nei Balcani è definitivamente chiusa. L’ultimo dittatore comunista ha commesso suicidio poco prima che si concludesse il processo contro di lui presso il Tribunale internazionale dell’Aia, dove era accusato di crimini contro l’umanità e genocidio commessi in Kosovo e in Bosnia.

[1] Il 23 settembre 1998, agendo in base al cap. VII delle Statuto delle Nazioni Unite, Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva adottato la risoluzione n 1199. Essa esprimeva grave preoccupazione per la catastrofe umanitaria provocata dall’espulsione di 230.000 persone kosovare dalle proprie case, con l’uso indiscriminato della forza da parte delle forze armate e di sicurezza dell’esercito jugoslavo.

[2]  La KFOR si era preparata a condurre operazioni di combattimento, ma alla fine la sua missione fu solo di peacekeeping. Le forze terrestri della NATO erano al comando del generale britannico Mike Jackson. Essa consistevano in una brigata corazzata Britannica, una brigata francese e una tedesca, che sarebbero intervenute da ovest; mentre altre due brigate, una americana e una italiana sarebbero intervenute da sud.