La flat tax tra mito e realtà

La flat tax tra mito e realtà

Un breve viaggio nella flat tax e nelle sue applicazioni (fake comprese) nel sistema tributario italiano attraverso le parole di Alessandro De Nicola.

Il piatto forte della proposta economica della Lega è, com’è noto, la flat tax, vale a dire l’imposta ad aliquota unica su tutti i redditi. Il partito di Salvini propone una tassazione del 15% sul reddito delle persone fisiche con una no tax area di 3 mila euro in modo da non violare il principio di progressività contenuto nella nostra Costituzione.

Flat tax, due obiezioni

Nei confronti della tassa piatta si è però levato un fuoco di sbarramento da parte delle forze di opposizione di centrosinistra (i 5 Stelle, come sempre, «si attengono al contratto di governo») con due motivazioni.

La prima riguarda i conti pubblici. L’attuale Irpef, con le sue pesanti aliquote tra il 23 e il 43% (più le addizionali comunali e regionali) verrebbe sforbiciata dalla riforma leghista che, facendo diminuire il gettito fiscale, aumenterebbe a dismisura deficit e debito pubblico con tutte le conseguenze negative che ciò comporta (motivo per il quale anche la Commissione europea e molti economisti sono contrari). D’altronde, piani per decurtare la spesa non si vedono nemmeno col binocolo.

La seconda è di tipo più moralistico e si riassume nel motivetto: «Perché Berlusconi deve pagare le stesse tasse di un operaio?». La flat tax sarebbe un ingiusto regalo ai ricchi che, se si volesse anche salvaguardare il bilancio pubblico, comporterebbe tagli alle spese sociali a danno dei più bisognosi. Vediamo di capire la situazione e poi di analizzare le obiezioni.

Orbene, il sistema tributario italiano è già pieno di flat tax. Ad esempio, i proventi dagli affitti per gli immobili sono tassati al 21%. L’Ires sulle società è al 24%; i giovani autonomi per il primo anno versano il 5% a prescindere dai ricavi; le imposte sui redditi da capitale o di natura finanziaria sono al 26% (12,5% per i titoli di Stato) e addirittura per i residenti all’estero che si trasferiscono in Italia è possibile ottenere un’imposta regressiva: 100 mila euro all’anno a prescindere che ne guadagnino 300 mila o 3 milioni.

Poi ci sono le fake flat tax. La più bizzarra e controproducente è quella forfettaria al 15% per i lavoratori autonomi fino a 65 mila euro di ricavi. La stralunatezza non consiste tanto nel fatto che non c’è nulla di flat – si tratta solo di un’aliquota bassa entro certi limiti di reddito – ma che a 65.001 euro si riapplicano le vecchie aliquote dal 23 al 43% su tutto! Chi ha ricavi per 70 mila al netto porterà a casa assai meno di chi dichiara 64.999: un incentivo enorme a non crescere o ad evadere. Altrettanto strampalato sembra essere l’assaggio di flat tax per le famiglie e i dipendenti allo studio del governo. Ciò detto, l’obiezione sui conti pubblici rimane.

Le risposte alle obiezioni

Le evidenze empiriche e i modelli teorici (Fmi, Osservatorio conti pubblici) dicono che o la flat tax viene posta ad un livello elevato (per l’Italia si è calcolato il 35%) oppure, con l’eccezione della Russia nel 2001, il gettito fiscale diminuisce. Inoltre, è vero che evadere sarebbe meno conveniente e si semplificherebbe il sistema ma, anche eliminando gran parte di deduzioni o detrazioni (interessi per il mutuo, pensioni integrative, spese sanitarie), il buco non si eviterebbe. Il legame tra aliquote appiattite e maggior crescita economica, poi, è controverso ma con qualche evidenza positiva in più.

Quanto all’aspetto moralistico è un’arma un po’ spuntata. I contribuenti sono interessati a risparmiare loro, gli importa poco di Berlusconi. Inoltre, non si capisce perché i rentier, possessori di obbligazioni e azioni o proprietari di immobili, oppure Ronaldo possano beneficiare della flat tax e chi produce ricchezza no. Piuttosto, poiché è vero che introducendo l’aliquota unica uno degli scopi è ridurre il carico fiscale e semplificare il sistema, sarebbe intelligente applicarla a tutte le tipologie di reddito e rimodulare le prestazioni sociali facendo in modo che la spesa pubblica sia indirizzata solo ai bisognosi (ecco qui l’aspetto redistributivo) lasciando agli altri la libertà di scegliere forme integrative sanitarie, previdenziali e formative. Si tratta più o meno della proposta supportata da ricerche e simulazioni (e ovviamente migliorabile) fatta tempo fa dall’Istituto Bruno Leoni. Troppo seria perché qualcuno se la fili.

Alessandro De Nicola, La Repubblica 8 giugno 2019