La guerra di Piero

La guerra di Piero

Piero Gobetti, fu il più anticonformista tra i liberali. E in appena 25 anni di vita ha lasciato tracce indelebili. Il ritratto di Paola Sorge su Venerdì di Repubblica

Che vita incredibile quella del torinese Piero Gobetti! Ancora adolescente creò, dopo studi filosofici e politici severissimi, due riviste con cui si proponeva di rinnovare la coscienza politica del nostro Paese, aprì una casa editrice che pubblicò oltre cento libri scritti da personaggi che più illustri non si può, si circondò di amici e collaboratori che parevano non aspettare che lui per mettersi in azione, combattè per tutta la sua vita ogni forma di provincialismo; si occupò anche, lui piemontese fino al midollo, della questione meridionale, si preoccupò dei giovani difendendo la «dignità del lavoro», pensò sempre, «con commossa trepidazione», alla funzione europea dell’Italia. Insomma, fece nel giro di pochi anni quello che un uomo comune non riuscirebbe a fare in una vita intera.

Una meteora che ha lasciato tracce indelebili nel mondo di oggi. Alto, magro, viso dai lineamenti fini, riccioluto, occhi chiari e occhialetti, a diciassette anni, con la creazione del quindicinale Energie Nove Gobetti volle portare «una fresca onda di spiritualità nella gretta cultura di oggi». Da posizioni liberali eterodosse, si rivolgeva al movimento operaio ma anche agli intellettuali, «agli spiriti liberi capaci di aderire, fuor dei pregiudizi, all’iniziativa popolare». Un eretico dunque, come rileva Pietro Polito – direttore del Centro studi a lui dedicato – nella breve biografia uscita di recente, L’eresia di Piero Gobetti, in cui si analizzano le radici e i maestri del pensiero gobettiano.

A diciotto anni Piero riceveva in casa, di primo mattino, i giovanissimi Carlo Levi, Natalino Sapegno, Dario Ascoli e Edoardo Ravera per leggere assieme Aristotele, Kant e Hegel; Sapegno lo aveva conosciuto dopo una prova di greco, una traduzione fatta senza vocabolario in un quarto d’ora, che entrambi avevano sostenuto per ottenere una borsa di studio per studenti non abbienti. Con La rivoluzione liberale, la rivista fondata nel ’22, portò avanti un’analisi critica del Risorgimento e delle forze politiche del tempo che attirò l’attenzione di pensatori e scrittori del calibro di Mario Fubini, Franco Antonicelli, Giustino Fortunato, Lelio Basso. Festoso, il sorriso sulle labbra, andava in giro per le città italiane stabilendo una quantità di contatti; non cercava adepti ma collaboratori, ricordava Sapegno. «Era un capo anche se senza niente di autoritario» aggiungeva Fubini, colpito dalla naturalezza con cui questo ragazzo dall’energia trascinante, riusciva a formare gruppi compatti e a dominarli.

Per un giovane che dopo la fine della Prima guerra mondiale considerava la democrazia «l’intima realtà della società moderna» l’avvento al potere di Mussolini fu una catastrofe. Da allora la sua fu una lotta continua contro il dittatore. L’entusiasmo delle folle per i discorsi del Duce trasudanti un facile ottimismo segnava un regresso degli italiani all’infanzia, scrisse Gobetti all’indomani della Marcia su Roma. Il fascismo non aveva niente di nuovo, era solo «un movimento plebeo liberticida» che portava all’incancrenirsi dei mali tradizionali dell’Italia; era un fenomeno politico che traeva i motivi del suo successo e della sua conservazione dalla formazione di «un esercito di parassiti», osservò lapidario. Fare guerra al regime era per lui una questione di maturità storica, politica, economica. Ipotizzò profeticamente una guerra civile imminente.

Alla Piero Gobetti Editore, fondata nel ’23 (due anni dopo avrebbe pubblicato la prima edizione degli Ossi di seppia di Montale) affiancò un periodico letterario, Il Baretti (con il nome di Giuseppe Baretti, letterato del Settecento, firmava le sue critiche teatrali) con l’intento di sprovincializzare la nostra letteratura. I libri editi da lui furono in gran parte distrutti o dati alle fiamme; per fortuna si è salvata una raccolta delle prime edizioni, oggi gelosamente conservata nella casa museo che ospita il Centro studi Piero Gobetti, nello splendido palazzo liberty di via Fabro 6 a Torino, assieme a un ricco archivio delle sue lettere e dei suoi articoli di giornale, la sua biblioteca personale e quella, vastissima, donata da Norberto Bobbio. Il suo studio è rimasto com’era, con gli stessi mobili di allora, compresa l’austera scrivania fine Ottocento dove nel ’25 scrisse un saggio esemplare su Matteotti.

Il regime, com’era prevedibile, non gli diede tregua. Nel ’24 Mussolini ordinò di rendere la vita difficile a «questo insulso oppositore del governo e del fascismo»: fu più volte arrestato, la sua rivista sequestrata di continuo. Il 5 settembre di quell’anno, mentre stava uscendo di casa, Piero venne aggredito da quattro squadristi che lo colpirono al viso e al torace provocandogli gravi lesioni e scompensi cardiaci da cui non guarì mai. Continuò imperterrito a lottare per una nuova coscienza della classe politica e di quella operaia, per un’economia moderna con un’industria libera da ogni protezionismo e paternalismo dello Stato.

Quando, alla fine del 1925, lavorare in Italia divenne per lui impossibile, andò in esilio. Era deciso ad aprire una casa editrice di portata europea. Partì il 6 febbraio del ’26 lasciando a Torino la moglie Ada e il figlio Paolo appena nato. Morì pochi giorni dopo stroncato da una grave bronchite. Non aveva ancora compiuto 25 anni.

Paola Sorge, Il venerdì 28 giugno 2019