La lezione ignorata di Ilva e Alitalia

La lezione ignorata di Ilva e Alitalia

Gli errori dello Stato imprenditore. L’analisi di Alessandro De Nicola.

Quando in Italia ci si imbatte in difficolta create dello Stato la soluzione pare essere sempre la stessa: invocare l’intervento dello Stato. Questa originate logica è evidente nelle due crisi industriali che attraversano il Paese, Ilva ed Alitalia; tuttavia non mancano altri segnali, come la nuova normativa, approvata pochi giorni fa, sul Golden Power (il potere di veto) dell’esecutivo sulle acquisizioni di aziende ad alto contenuto tecnologico da parte di imprese extra-Ue. Peraltro, sempre più forti sono le spinte affinché la Cassa depositi’ e prestiti (Cdp) — che finora ha resistito — venga coinvolta in improbabili salvataggi.

Andiamo con ordine.

Salvataggi, perché la legge li vieta

Un primo problema si pone rispetto alla legge. Infatti, com’è noto, il Trattato Ue vieta gli aiuti di Stato alle imprese, imponendo che eventuali investimenti pubblici siano effettuati alle stesse condizioni di mercato cui le avrebbe effettuate un operatore privato. Non è un dispetto dell’Europa: è una norma essenziale per evitare spreco di denaro e concorrenza sleale di imprese, magari decotte, sovvenzionate a spese dei contribuenti nei confronti di altre che devono competere senza sussidi.

Inoltre, la legge prevede che Cdp possa assumere partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale solo se in “stabile situazione di equilibrio finanziario, patrimoniale ed economico” e se “caratterizzate da adeguate prospettive di redditività”. Che Ilva corrisponda a tali requisiti senza forti aiuti statali (proibiti) o tagli ai costi e al personale, è tutto da vedere. Al di a delle norme, però, i governi di ogni colore non fanno tesoro dell’esperienza. Alitalia ormai è costata secondo i calcoli più accreditati quasi 10 miliardi ai cittadini italiani, senza che questo impedisse il tracollo della sua quota di mercato (oggi è il terzo operatore sulle rotte nazionali e quarto su quelle interazionali).

I danni dell’interventismo

Quando la politica ha favorito cordate private (i capitani coraggiosi di Berlusconi) attraverso protezioni di vario genere le cose non sono andate meglio. I guai originari di Ilva, economici e ambientali, sono frutto della siderurgia di Stato che ha inquinato e, secondo i calcoli dell’ex ministro Barucci, ha perso venticinquemila miliardi delle vecchie lire. I Riva hanno riassestato il conto economico continuando però a inquinare nella completa disattenzione o connivenza delle autorità giudiziarie, burocratiche e politiche di ogni colore. Arrivati i giudici e i commissari (lo Stato) perdite a capofitto (per Svimez altri 23 miliardi di Pil in meno dal 2012 al 2019) e nessuna soluzione all’inquinamento. Ora ArcelorMittal, a prescindere dallo scudo penale e dal comportamento pirandelliano delle procure (“chiudi l’alto forno!”; “non ti azzardare a chiudere l’alto forno!”), si rende conto che lo stabilimento non reggerà economicamente se non con robuste sovvenzioni o — ancora una volta — riduzioni di personale.

Come si può pensare che, avendo lo Stato fallito clamorosamente sia come “imprenditore” sia come controllore, ora dovrebbe essere in grado di fare meglio, ostaggio com’è di sindacati, voti, incapacità gestionale, incertezza giuridica, paralisi politica? Questo interventismo erratico può causare due comportamenti contraddittori. Da un lato l’azzardo morale di imprenditori consapevoli che basta avere in ostaggio un numero sufficiente di dipendenti e si può ottenere molto delle casse del Tesoro. Dall’altro lo spavento degli operatori economici a investire in Italia se si ha a che fare con le pubbliche autorità.

E la norma sul Golden Power appena approvata rischia di aumentare questa ritrosia: nessuno contesta il dovere di proteggere la sicurezza nazionale, ma è inquietante la vaghezza dei termini: cosa vuol dire che poteri speciali del governo si possono esercitare nei settori “ad alta intensità tecnologica”?

Insomma, quando mettono il naso nell’economia, i politici sembrano Pangloss, il filosofo creato da Voltaire per il quale tutto al mondo aveva una sua ben logica spiegazione: “I nasi servono ad appoggiarvi gli occhiali, e infatti noi abbiamo degli occhiali”, insegnava al giovane Candido. I soldi pubblici devono essere spesi, e quindi…

Alessandro De Nicola, La Repubblica 25 novembre 2019