La politica estera ineffabile di Putin

La politica estera ineffabile di Putin

Cosa nascondono le critiche di Putin al liberalismo occidentale. Il commento dell’ambasciatore Guido Lenzi.

La politica estera, globalmente, appare ormai in preda a dichiarazioni in libertà, in un intrico di slogan sconnessi: da Washington, da Londra, da noi (ahimè), da Mosca. Il solo autocrate cinese ostenta il sangue freddo necessario per navigare nei mari aperti della post-modernità.

Nella video-intervista concessa al Financial Times (diffusa anche dal Moscow Times), visibilmente a disagio nonostante un sorriso spesso sprezzante, Putin si è lasciato andare ad una serie di frasi mozze, lapidariamente assertive. Di Trump ha detto che “sa quello che i suoi elettori si attendono”, giacché “la classe media non ha beneficiato dalla globalizzazione”; del tentato assassinio a Salisbury, che “i traditori devono essere puniti” e che la questione “non vale cinque copechi”; dei rapporti con la Cina, che “abbiamo molti interessi che coincidono: non siamo contro nessuno, siamo per noi stessi”; del disarmo nucleare, che “l’America ha unilateralmente denunciato gli accordi raggiunti”, ma di “essere pronto a riprenderli ed estenderli ad altri”; della Corea del Nord, che “deve sentirsi protetta dal diritto internazionale”; della Siria, che “gli effetti positivi del nostro coinvolgimento prevalgono sul principio di non-interferenza e l’osservazione passiva di una minaccia terroristica alle nostre frontiere”.

L’affermazione più categorica, che ha fatto premio sui nostri mezzi di informazione, è stata però riservata al liberalismo occidentale. “L’idea liberale –ha detto senza scomporsi- è diventata obsoleta, entrando in conflitto con gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione occidentale. Presuppone che nulla debba essere fatto, che i migranti possono uccidere, saccheggiare e stuprare con impunità, perché i loro diritti devono essere protetti. Di che diritti stiamo parlando? Ogni crimine va punito … Il multiculturalismo non è più sostenibile. Per milioni di persone, i valori tradizionali sono più stabili e più importanti di questa idea liberale, che, secondo me, sta veramente cessando di esistere”.

Il finlandese Mannerheim, che li conosceva bene, diceva che “in Russia, quando non si raggiunge lo scopo, lo si supera sempre!”. In una serie di affermazioni lapidarie, non argomentate, Putin non ha offerto alcunché di politicamente utile, alcun appiglio sul quale impostare un dialogo toppo a lungo interrotto. Confermando invece semmai lo stato di isolamento nel quale la Russia si è asserragliata, nel mondo nuovo al quale pare essere la sola a non voler appartenere.

Se, per un negoziatore, il colmo è di non riuscire ad attirare, non necessariamente il consenso, ma quanto meno l’attenzione del suo interlocutore, quello di un autocrate è di non riuscire a trovarne un altro impegnato nella medesima direzione. L’esibizione di Putin, che si voleva assertiva, ha invece avuto del patetico. Il suo insistente tentativo di influenzare le opinioni pubbliche occidentali dimostra l’inconsistenza della sua politica estera. All’Europa, Putin ha da tempo voltato sdegnosamente le spalle, non per la sbandierata preoccupazione di un confronto militare (quale reazione ha mai avuto la NATO rispetto alla sua guerra in Georgia di dieci anni fa, in Ucraina di cinque anni fa, all’annessione della Crimea?), bensì per il timore di un contagio dell’allargamento dell’Unione europea sulla società civile russa. Il suo progetto alternativo di una ‘Unione euroasiatica’ non può certo trovare udienza a Pechino, a Delhi, men che meno nelle repubbliche centroasiatiche oggetto delle crescenti attenzioni cinesi.

Evidente è lo spazio spalancatosi per chi, per il suo stesso codice genetico, della società aperta ha fatto la sua bandiera e nel multilateralismo confida. Sto parlando dell’Unione europea che, dopo le recenti elezioni, dovrebbe finalmente rimettersi in marcia in termini non soltanto economici ma anche di politica estera, se non altro per stanare chi dei meccanismi di una politica estera si priva. Dove le ‘geometrie variabili’ sono più adatte a smentire chi nel liberismo vede un inefficace strumento, invece che la premessa per adattarsi alle odierne mutevoli circostanze.

Dell’imminente visita di Putin a Roma, più che l’accoglienza di un vice Ministro ondivago, appena reduce da Washington, è del suo terzo incontro con il Pontefice che si parlerà. Con quel Francesco con il quale potrebbe trovare delle sintonie, ma che, la volta scorsa, gli disse “Le consiglierei di essere più sincero”.