L’attualità del pensiero di Don Sturzo

L’attualità del pensiero di Don Sturzo

Sessant’anni fa, l’8 agosto 1959, moriva Don Luigi Sturzo. Il professor Maurizio Serio, intervistato da Saro Freni, ci parla del suo cattolicesimo liberale e della sua lezione per l’oggi.

Il pensiero di Sturzo parla oggi all’Italia e al mondo, e parla dei problemi fondamentali: la crisi della democrazia rappresentativa, e quindi la crisi dei partiti; l’avvento di concezioni politiche basate sull’assolutizzazione del popolo e sul nazionalismo, due problemi che Sturzo ha trattato ampiamente nelle sue opere; la necessità di rigenerare gli istituti stessi della democrazia.” A giudizio di Maurizio Serio – professore associato di Storia delle dottrine politiche presso l’Università Guglielmo Marconi e direttore ricerca e formazione del Centro Studi Tocqueville-Acton – c’è ancora molto da imparare dal fondatore del Parito Popolare, morto esattamente sessant’anni fa.

Serio – che abbiamo intervistato per I Liberali – ha messo in evidenza l’attualità del pensiero sturziano, ma anche i rischi di fraintendimenti e manipolazioni. “Questa è un’opera di chiarificazione che è opportuno fare. A cento anni dalla fondazione del Partito popolare è venuto il momento di mettere i puntini sulle i a proposito di certe interpretazioni.”

Oltre che come personaggio storico – peraltro vissuto in un arco di tempo molto lungo, che va dall’Italia liberale a quella repubblicana, passando per il fascismo -, Sturzo va considerato a tutti gli effetti come un pensatore politico e un sociologo. Questo riconoscimento è venuto solo tardi, e non ancora a sufficienza.

“Tra i pochissimi che se ne sono occupati in maniera sistematica ci sono Nicola Antonetti e Flavio Felice, che su Sturzo sta preparando un libro molto profondo per Rubbettino, editore tra l’altro dell’Opera omnia sturziana e del fondamentale Lessico sturziano. Altri hanno dedicato dei saggi, talvolta occasionali, talvolta non occasionali ma comunque settoriali. Questo ha influenzato molto la ricezione di Sturzo da parte del mondo cattolico, che è ovviamente il primo cerchio nel quale si riverbera il pensiero di Sturzo (che pure va molto al di là della mera cerchia della cultura politica cattolica: abbraccia l’intera cultura politica nazionale, e – dati i suoi trascorsi biografici – anche internazionale).” Importantissimo – ricorda Serio – “è stato il lavoro di conservazione ed elaborazione svolto sia dall’Istituto Luigi Sturzo che dal Centro Studi Luigi Sturzo del dott. Palladino. E anche da noi del Centro Tocqueville-Acton.”

A suo giudizio, il pensiero del sacerdote di Caltagirone va valutato nella sua evoluzione, tenendo conto del fatto che ha dovuto adattarsi a contingenze che mutavano nel tempo: si pensi alle sue opinioni nel campo delle leggi elettorali (da proporzionalista convinto che era, diventò nel dopoguerra un fautore del maggioritario).

“A rimanere fermi sono i principi. Lo testimonia la sua vita, e direi la sua santità di vita: da anni è stata avviata una causa di beatificazione. Quest’ultima è una cosa che vuol dire molto, perché Sturzo è un prete che ha fatto politica e l’ha fatta su basi totalmente anticlericali.”

Un prete anticlericale?

“Sì, nel senso dell’anticlericalismo buono, come lo intende oggi anche Papa Francesco: l’ostilità verso la confusione tra la sfera religiosa e la sfera politica. La grande maturazione di Sturzo, da questo punto di vista, è quella che lo portò a concepire il Partito Popolare nel 1919 come aconfessionale, quindi non come una longa manus del Vaticano sulla politica italiana.”

Fu una scelta saggia, che tuttavia lo mise in contrasto con molti settori del mondo cattolico, e non soltanto con la gerarchia ecclesiastica. Per motivi diversi, fu anche ciò che lo differenziò da Romolo Murri.

“C’è un carteggio bellissimo tra i due, raccolto da Lorenzo Bedeschi. Sturzo rimproverava all’antico maestro proprio questa confusione tra politica e religione, cioè il concepire la Chiesa come un ordinamento nel quale valgano le regole della democrazia e la politica come una realtà che debba desumere direttamente dal Vangelo i principi operativi di comportamento. A questa confusione – a questo clericalismo – Sturzo si oppose. Credo che questa lezione i cattolici italiani non l’abbiano ancora imparata.”

In che senso?

“Nel senso che Surzo è spesso considerato un santino del Pantheon della cultura cattolica, ma i suoi scritti vengono ignorati. Addirittura, i suoi insegnamenti e i suoi principi vengono confusi con quelli di altri pur illustri esponenti del mondo cattolico, coi quali tuttavia Sturzo non ha nulla a che fare dal punto di vista intellettuale. Possiamo dire quindi che la ricezione del pensiero sturziano all’interno di questo mondo è stata decisamente insoddisfacente e confusionaria, ha creato grandi equivoci e ha portato molti ad appropriarsi della sua eredità, sia a sinistra (si pensi all’esperienza del popolarismo degli anni ’90, dopo la fine della Dc) sia a destra (si pensi al fatto che Berlusconi diceva di proporsi come nuovo Sturzo e nuovo De Gasperi).”

Sturzo – ci dice il professore – “codificò un metodo liberale, che è certamente un metodo partecipativo ma che soprattutto si fonda su due istituti fondamentali: la libertà e la rappresentanza. Io credo che occorra rileggere con profondità le sue parole sul tema.”

Si tratta di parole accessibili a tutti, perché egli si pose il problema di divulgare il suo messaggio in modo comprensibile.

“Nell’Opera omnia di Sturzo ci sono – oltre a volumi di argomento politico e sociologico, un po’ ostici per i contemporanei perché scritti con il linguaggio dell’epoca – anche opere (come ad esempio Politica e morale) o raccolte di articoli pensate per un pubblico di non addetti ai lavori. Poi ci sono gli scritti tratti dalle conferenze che fece da esule.”

In questi mesi si è richiamato spesso l’appello ai liberi e forti, che ha da poco compiuto cento anni. Secondo alcuni potrebbe rappresentare uno stimolo all’impegno civico per quella parte di società italiana oggi disorientata dalla politica attuale. 

“Non basta riprendere solo l’appello. Se non si va a vedere la logica sottostante, si rischia di replicarne semplicemente i contenuti – che erano validi in quel momento – o di replicarne solo la forma – l’appello come modo di partecipazione dei cattolici alla vita politica -, il che significa ridurre il civismo a questo – appelli, principi, buone ragioni – mentre c’è tutto un mondo che ci sfugge.”

Da questo punto di vista, conta anche un contesto politico che ha perso molti dei punti di riferimento di un tempo.

“Ora la formazione politica è assente, perché la selezione delle classi dirigenti dei partiti – ammesso che i partiti odierni abbiano delle classi dirigenti – viene fatta su un modello di fedeltà personale o di cooptazione. Il nodo fondamentale è l’attuazione piena dell’articolo 49 della Costituzione, e cioè quello che consente la democrazia interna dei partiti, e quindi la contendibilità e la scalabilità da parte di personalità, di correnti, di gruppi che si organizzino, propongano un loro programma al fine di conquistare il favore del proprio elettorato di riferimento. Tutto questo non c’è. Esistono partiti che sono o proprietà personale di chi li ha fondati o ostaggio di cricche che escogitano una serie di procedure per estromettere potenziali nuovi protagonisti dalle stanze dei bottoni. È inutile parlare di Sturzo – e di altri illustri padri della patria – se poi non diamo la possibilità alle idee di formarsi, di confrontarsi, di dare luogo ad un’agenda politica.”