Lavoreremo fino al 21 giugno per pagare le tasse

Lavoreremo fino al 21 giugno per pagare le tasse

Il Paradiso fiscale? Deve attendere, purtroppo. Nel 2019 tutti dovremo lavorare un giorno in più per pagare le imposte e i contributi.

Il contatore del Fisco, ahimè, si è rimesso, in moto. Altro che flat tax per tutti e tagli alle tasse, come ventilato l’anno scorso in campagna elettorale e anche dopo la formazione del governo. Il Paradiso fiscale? Deve attendere, purtroppo. E così nel 2019 tutti dovremo lavorare un giorno in più per pagare le imposte e i contributi. Una corvée lunga lunghissima: 171 giorni nel caso di un impiegato con un buon stipendio (51.073 euro) che si affrancherà dal giogo delle tasse solo il 21 giugno, mentre l’anno scorso la liberazione fiscale arrivava 24 ore prima.

Tutte le imposte minuto per minuto

È lui il prototipo del contribuente tartassato che dal 1990 il Corriere ha preso ad emblema per capire come, effettivamente, la pressione tributaria incide sul bilancio delle famiglie. L’elaborazione, realizzata assieme all’ufficio studi della Cgia di Mestre, calcola, infatti, non solo il peso dell’Irpef, dei contributi Inps, delle imposte locali. Insomma i balzelli evidenti. Ma anche quanto del nostro carrello della spesa se ne va in tasse e imposte che non vediamo, ma sentiamo e paghiamo, quasi inconsapevolmente. Un calcolo certosino dei numerosi balzelli che ci perseguitano. Minuto dopo minuto. Ogni giorno, ad esempio, ne lavoriamo 115 per pagare l’Irpef, 44 per i contributi. Iva e accise assorbono 45 minuti, la durata di un tempo di una partita di calcio. Tasse locali e altre mini imposte si portano via 21 minuti. In pratica dalle 9 alle 12,45 fatichiamo solo per l’Erario. E solo dalle 12,46 per la nostra famiglia. Il tutto per una pressione tributaria che sfiora il 47%. Non va molto meglio all’altro contribuente tipo — un operaio con un reddito di 25.580 euro, sempre oggetto di analisi — che dovrà lavorare per il Fisco sino all’11 maggio. Il suo Tax Freedom Day, il giorno della liberazione fiscale — come si usa calcolare nei Paesi anglosassoni —, arriva prima rispetto a quello dell’impiegato visto che il nostro sistema è fortemente progressivo.

Ma come si spiega questo improvviso slittamento in avanti del Tax Freedom Day che ci porta un passo più vicino alla fatidica data del 30 giugno, oltrepassata la quale si lavorerebbe di più per lo Stato che per se stessi? Non è questa volta colpa della nuova Legge di Bilancio. O almeno non è ancora colpa dell’ultima manovra che, comunque, farà salire la pressione tributaria al 42,3%. Gli aumenti decisi, infatti, non si riverberano ancora sulle tasche dei cittadini.

Sorprese in arrivo

La principale novità è data dalla possibilità per comuni e regioni di aumentare le addizionali e le imposte immobiliari. Secondo alcune stime si tratta di una stangata da 2 miliardi. Ma i possibili aumenti delle addizionali locali non sono conteggiati perché i dipendenti le pagano l’anno successivo. I possibili rincari di Tasi e Imu non rilevano perché i nostri due contribuenti posseggono solo la prima casa. Ma per tutti coloro che, oltre all’abitazione principale, hanno altre proprietà immobiliari il conto è destinato a salire. Trascinando inevitabilmente in avanti il Tax Freedom Day. Lo slittamento in avanti del giorno di liberazione fiscale è tutto dovuto alla progressività del nostro sistema tributario. Le retribuzioni crescono (1,4% nel 2019), ma se le aliquote Irpef e gli scaglioni non vengono adeguati all’incedere dell’inflazione si finisce inesorabilmente per pagare di più.

E va ricordato che le nostre aliquote Irpef sono invariate dal 2007, quando al governo c’era Prodi. Da allora sulla stessa poltrona si sono seduti Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte. Ma da allora poco o nulla si è mosso. Qualche ritocco alle detrazioni, il bonus da 80 euro di Renzi. Ma aliquote e scaglioni sono gli stessi. Il cocktail micidiale composto da inflazione e progressività è ben rappresentato dal caso del nostro impiegato. Grazie agli incrementi contrattuali il suo stipendio passa (dal 2018 al 2019) da 50.368 euro a 51.073 euro, con un guadagno di 705 euro, ma di questi ben 288 se ne vanno in maggiore Irpef e addizionali e 72 in contributi. In pratica il netto in busta paga è cresciuto di circa 350 euro: meno della metà. Senza importanti correttivi alla curva dell’Irpef — come la flat tax, o una riduzione delle aliquote — il Tax Freedom Day è destinato a slittare inesorabilmente in avanti. Serve una revisione. Ma con una clausola di salvaguardia Iva da 23 miliardi e l’Europa alle costole sarà un sogno realizzabile? Vedremo mai il Fisco fare un lungo passo indietro?

Massimo Fracaro e Andrea Vavolo, L’Economia del Corriere della Sera, 21 gennaio 2019