Liberalismo astratto e democrazia reale

Liberalismo astratto e democrazia reale

Pensiero liberale e sovranismo: Franco Chiarenza commenta l’incontro-dibattito tra Ocone e Taradash, organizzato da I Liberali lo scorso 2 aprile

Corrado Ocone, filosofo crociano, e Marco Taradash, radicale impegnato, hanno discusso del futuro della democrazia liberale in Italia (e non soltanto), in un dibattito organizzato e moderato da Saro Freni, nel quadro dell’attività dell’associazione “I Liberali”. L’incontro è stato ovviamente registrato ed è facile ascoltarlo per intero senza annoiarsi. Mi limito quindi a qualche breve e non esaustiva considerazione. Il dibattito a due voci è stato in realtà un’alternanza di due monologhi: diversi nella dimensione, nelle finalità e persino nei linguaggi utilizzati.

Una visione troppo dinamica del liberalismo

Non sono un conoscitore profondo della filosofia, ma, per quel che ne so, il pensiero di Ocone mi è parso perfettamente comprensibile nell’ottica crociana in cui, non da oggi, l’ex direttore scientifico della Fondazione Einaudi di Roma si colloca; anche se del filosofo napoletano egli prende soltanto un aspetto e forse il più discutibile in una dimensione realmente liberale (almeno per come io la intendo). È stato facile per Taradash obiettare che una visione troppo “dinamica” del liberalismo finisce per comprendere ogni cosa, anche quelle più illiberali, e rischia di diventare una copertura ideologica di forze politiche che si propongono in concreto di distruggere quella delicata costruzione che definiamo “democrazia liberale”. Fu il rischio che corse Benedetto Croce con il fascismo (e di cui egli stesso si rese conto reagendo col famoso “manifesto degli intellettuali anti-fascisti, non a caso scritto in collaborazione con un esponente politico dell’opposizione liberale come Giovanni Amendola). Un manifesto che rispondeva a Giovanni Gentile, anch’egli reduce da una filosofia idealista “liberale” che, per l’appunto, interpretava il liberalismo in modo talmente dinamico e senza confini da sconfinare nella giustificazione del totalitarismo fascista.

È bensì vero che il liberalismo è in astratto una concezione aperta che non tollera recinti pregiudiziali, ma tale formulazione contiene un limite invalicabile che è rappresentato dalla libertà individuale la quale non consente altre restrizioni se non quelle che impediscono la libertà altrui. Per garantire in concreto questo difficile equilibrio tra il diritto all’autodeterminazione e l’interesse collettivo sono state costruite le democrazie liberali – forse a tavolino e imposte attraverso intermediazioni gestite dalle élites – ma che comunque hanno garantito al mondo occidentale un livello di diritti e di benessere senza precedenti. E di questo equilibrio è parte fondamentale – che Ocone pare sottovalutare – il riconoscimento della funzione dell’economia di mercato che liberando energie e creatività consente di moltiplicare le risorse disponibili. Il che non toglie naturalmente che esista a valle un problema di redistribuzione, per la cui soluzione sono storicamente entrati in competizione alternandosi al potere social-democratici e conservatori, nell’ambito però di un comune quadro di riferimento offerto dallo stato di diritto liberale.

Ocone, se ho capito bene, sposa la tesi – cara ai nazionalisti attualmente al potere – che la vecchia élite sia stata delegittimata da una alleanza di fatto tra una politica subordinata al mercato e una sinistra “politically correct” che ha bloccato la dialettica “liberale” tra conservatori e socialisti, facendo anche venir meno – per la sua dimensione sovranazionale – valori storici che trovano nelle culture nazionali il loro punto di riferimento; ne sarebbe esempio la costruzione artificiosa dell’Unione Europea.

La tesi di Ocone non mi pare condivisibile se non in termini problematici, nel senso cioè che esiste un problema di trovare una coerenza tra i processi di globalizzazione (che non sono disegnati a tavolino ma corrispondono a una spinta inarrestabile prodotta anche dalle nuove tecnologie) e le condizioni storiche dei territori e delle nazioni investite da questo “tsunami”. La finanziarizzazione dell’economia non è la causa del problema ma piuttosto la conseguenza, ed è su questo aspetto che bisogna lavorare (purtroppo “a tavolino”) per inventare nuove regole necessariamente sovranazionali. Non è accettabile (per un liberale) che le tradizioni e le specificità prodotte dalla storia divengano lo schermo dietro al quale il nazionalismo aggressivo ripropone il ritorno a forme di governo sostanzialmente autocratiche, come le “democrazie illiberali” giustamente denunciate da Taradash.

Cosa c’è dietro la crisi di rigetto verso l’Ue

Certo, le costruzioni “giacobine” evocate da Ocone possono lasciare il posto a un gradualismo rispettoso delle diversità identitarie; ma di gradualismo la costruzione europea ne ha avuto fin troppo, fino a non rappresentare nei confronti dei grandi blocchi mondiali che stanno ridisegnando gli equilibri di potere internazionali alcuna significativa influenza. La prevalenza delle logiche burocratiche omogeneizzanti di Bruxelles non è la causa della crisi di rigetto che l’Unione sta attraversando (soprattutto nella sua parte mediterranea) ma invece la conseguenza della mancanza di un potere politico in grado di esercitare i compiti ad esso delegati con le logiche della politica e non dei regolamenti.

Già Einaudi settant’anni fa (“Lo scrittoio del Presidente”) ammoniva la classe politica a non prestare troppo ascolto agli “esperti” perché il suo compito è quello di essere lungimirante (naturalmente contemperando la fantasia degli obiettivi con le compatibilità sociali) e, quando è necessario, superare le difese burocratiche, da sempre attente a mantenere il più possibile lo “status quo”. La nascita e il successo della Comunità Europea (e poi della moneta unica), illogiche in una dimensione puramente tecnica (magari attraverso l’esercizio di un calcolo miope di costi/benefici, oggi tanto di moda) dimostrarono la verità dell’assunto. Persino la Gran Bretagna, sempre vigile nella difesa delle proprie specificità nazionali e con alle spalle una lunga storia di conflittualità con le nazioni europee continentali, si sta contorcendo in una difficile “Brexit” per il timore – non infondato – di rischiare l’irrilevanza politica (ed economica) sullo scacchiere mondiale.

Lo stato di diritto liberale

In momenti come questi occorre tornare con i piedi in terra. Nella generale ignoranza dei principi fondamentali dello stato diritto (non ogni pretesa corrisponde a un diritto, ha ricordato giustamente Taradash), nella falsa prospettiva di una democrazia diretta resa possibile da internet, nella distruzione dei corpi intermedi (dove davvero la storia di ogni paese dovrebbe trovare mezzi e strumenti di mediazione), si cerca di demolire non l’economia di mercato (che con i regimi autoritari può a certe condizioni convivere, come dimostra l’esperienza cinese ma come già fu in Germania, Giappone e nella stessa Italia fascista) ma lo stato di diritto liberale, quella cornice cioè che consente di regolare gli aspetti più controversi della globalizzazione e gli stessi meccanismi di redistribuzione che si rendono necessari in ogni fase di transizione. Perché, come diceva Keynes, forse è vero che il mercato in tempi lunghi ristabilisce il suo equilibrio ma è certamente vero che in tempi lunghi gli interessati saranno tutti morti. E il discorso vale anche per la dialettica hegeliana (tanto cara a Croce) per cui non c’è da preoccuparsi se alla tesi liberale subentra l’antitesi illiberale, perché nei tempi lunghi si opererà una sintesi. Ma allora non soltanto noi ma anche il liberalismo sarà morto.