“Libro Aperto”, un liberalismo che pensa su se stesso

“Libro Aperto”, un liberalismo che pensa su se stesso

La storica rivista creata da Malagodi e oggi diretta da Antonio Patuelli nelle parole del condirettore Luigi Compagna. A cura di Saro Freni.

Luigi Compagna è il condirettore di Libro Aperto, insieme a tante altre cose: accademico, già senatore della Repubblica e memoria storica del liberalismo italiano. Con lui abbiamo parlato della rivista, fondata da Giovanni Malagodi e oggi diretta da Antonio Patuelli. “Una fiammella di testimonianza”, la definisce Compagna. Ma anche uno strumento di cultura politica, consapevole dei problemi del presente, ma non appiattito sulle polemiche di tutti i giorni.

Come definirebbe Libro Aperto?

Il Libro Aperto di Malagodi nasce come bimestrale, mentre quello di Patuelli rinascerà – con la stessa testata – come trimestrale. È una rivista molto saggistica: è in qualche modo un unicum tra le riviste di area liberale, che molte volte – anche quando erano riviste di cultura: si pensi alla “Critica” di Benedetto Croce – sono passate alla storia come riviste di battaglia politica, di stoccate a questo o a quell’autore, soprattutto nelle recensioni.

Perché Malagodi sentì la necessità di dar vita ad una rivista di questo tipo?

Giovanni Malagodi era diventato – o stava per diventare – presidente dell’Internazionale liberale (lo diventò nel congresso che si fece a Roma, nel 1980). Non aveva preso congedo dalla lotta politica, ma certamente se ne era un po’ distaccato. E allora concepì un “ritorno agli studi”. Beninteso, gli studi non li aveva mai abbandonati. Era un intellettuale a tutto tondo, che ha molto amato la politica, ha molto sacrificato alla politica, ma non ha mai pensato – da grande liberale quale fu – che la politica fosse la vita.

Qual è il suo giudizio su Malagodi, uomo politico e uomo di cultura?

Di Malagodi avevo stima, simpatia e soggezione. Però facevo parte – in tutti i sensi – di “Casa La Malfa”, una casa repubblicana, anche se di cultura liberale. Malagodi aveva scoperto la politica dopo i quarant’anni, anche se non amava sentirselo dire. Lui ricordava di essere stato sulle ginocchia di Giolitti, grazie al padre Olindo. Era vero, però non poteva essere definito un figlio del Partito liberale. Nella fase in cui diede vita a Libro Aperto non era più coinvolto direttamente, e voleva vivere con serenità crociana quegli anni. Era un lettore onnivoro. La rivista voleva rappresentare un liberalismo che pensa su se stesso, che ritorna alle proprie radici.

Quali connotati impresse Malagodi alla rivista?

Sin dalla sua nascita, la rivista si è caratterizzata come una pubblicazione saggistica: molta storia, molta filosofia, molta economia, pochissima politica in senso stretto. Malagodi viveva una fase crociana, non nel senso di distacco dall’einaudismo, ma nel senso che sentiva un filo spezzato rispetto alla sua tesi di laurea degli anni venti, che era piaciuta a Benedetto Croce, il quale l’aveva segnalata sulla “Critica”. Furono anni molto operosi per lui. La rivista è uscita per molto tempo, diretta da Beatrice Rangoni Machiavelli. Poteva contare su collaboratori per lo più di ambiente internazionale, su temi per lo più europei. Quando Antonio Patuelli decise di riprendere la testata – coinvolgendomi come suo condirettore – anche lui concepì la rivista su un livello saggistico, senza nulla di politico.

Come nacque il Libro Aperto di Patuelli?

Ricordo che Antonio Patuelli mi telefonò, nel 1994. Ero in clinica, per un intervento al cuore. Il primo numero fu del 1995. Da allora, sono usciti parecchi fascicoli. Eravamo in un’altra fase, rispetto a quella di Malagodi. Patuelli era un giovanissimo che sentiva di aver già concluso la sua esperienza parlamentare. Era un militante del Partito liberale, di cui era stato vicesegretario. In quel momento, gli parve il caso di seguire le orme paterne e di dedicarsi alla cassa di risparmio; cosa che fece e che poi lo portò – con umiltà ma anche con grande orgoglio – a essere quello che è oggi con l’ABI. Però, nella sua vita, il liberalismo – sia crociano che einaudiano, sia sonniniano che giolittiano – era una dimensione che non poteva abbandonare così presto. Di qui l’idea di Libro Aperto.

Quali sono le differenze tra la rivista di Malagodi e quella di Patuelli?

Forse quella di Patuelli è meno internazionalistica rispetto a quella di Malagodi. Forse è meno prestigiosa, anche se a me capita – in ognuno dei quattro numeri annuali – di trovare delle cose veramente notevoli. E vanno considerate anche le ristampe di libri classici del liberalismo. Il “Libro Aperto” di Patuelli è sempre stato molto attento al liberalismo italiano del passato. Cerca di guardare alle vicende del nostro tempo in una prospettiva saggistico-storiografica. Da questo punto di vista, l’esperienza del Libro Aperto di Patuelli mi sembra un’esperienza riuscita.

Come si è evoluta la rivista nel corso degli anni?

Non parlerei di evoluzione, perché il modello è sempre quello. Con tutti i suoi ambiti: molto estesi, perché il liberalismo è esteso. E con tutti i suoi limiti, ovviamente. “Libro Aperto” non è una rivista di dibattito, ma una rivista che cerca di raccogliere, nella dimensione del trimestrale, tutto quanto c’è nel campo del liberalismo.   E quindi non ha mai partecipato al tiro al bersaglio di certa cultura liberale: “questo è liberale, questo non è liberale; tu sei liberale, tu non sei un vero liberale”.

Che cosa rappresenta oggi “Libro Aperto”?

Una considerazione molto banale e umanamente molto malinconica è che “Libro Aperto” è anche la sede dove si commemora chi non c’è più. A questo proposito, vorrei ricordare che uno dei collaboratori più assidui – che ci ha lasciato alcuni mesi fa – è stato Fabio Grassi Orsini, autore del Dizionario del Liberalismo. Del piccolo mondo antico strettamente liberale – come ambiente e come partito – oggi si è talmente diradata la memoria che “Libro Aperto” rappresenta una piccola fiammella di testimonianza. Questo mi pare un merito non indifferente.