L’ora del populismo fiscale

L’ora del populismo fiscale

Tasse “etiche” e opacità delle imposta locali. L’analisi di Alberto Mingardi.

Tassa sulla plastica non riciclabile, eliminazione delle agevolazioni per le auto aziendali, imposte sullo zucchero e rimodulazione dei tributi locali. Il governo cerca la linea di minor resistenza per rastrellare risorse preziose. Se nuove tasse devono essere, che almeno siano ben accordate allo spirito dei tempi: la plastica inquina, le merendine fanno ingrassare, perché non usare il fisco per disincentivarne il consumo? Le auto aziendali sono un simbolo della “casta”, ancorché “privata”. Se esiste un “populismo fiscale”, che altro è se non usare le imposte come una clava per colpire i nemici del popolo?

Luci e ombre della nuova local tax

La nuova “local tax” parrebbe cosa più ambiziosa. Sappiamo che dovrebbero confluirvi l’Imu e la Tasi, i tributi, cioè, che colpiscono le proprietà immobiliari. Anche la tassa e il canone per l’occupazione di spazi e aree pubbliche, l’imposta comunale sulla pubblicità, il diritto sulle pubbliche affissioni, il canone per l’installazione di mezzi pubblicitari e il canone per l’occupazione del suolo stradale, limitatamente alle strade comunali e provinciali, verrebbero accorpate in un unico canone.

Diminuire il numero dei tributi dovrebbe aiutare le amministrazioni, semplificandone la contabilità, e ridurre gli appuntamenti con il fisco del contribuente. Il quale, pertanto, potrebbe meglio pianificare la propria vita. Qual è l’altra faccia della medaglia? Per comprenderlo è necessario chiedersi a che cosa dovrebbero servire le imposte locali. La risposta è semplice: a finanziare i Comuni. Se siamo convinti che i quattrini delle persone siano, per l’appunto, loro e se non crediamo che si tratti soltanto di risorse temporaneamente parcheggiate nel portafoglio degli individui in attesa di essere messe al servizio della cosa pubblica, non possiamo pensare che ci siano end the hanno il diritto di essere finanziati illimitatamente.

Le classi dirigenti locali, come quelle nazionali, possono spendere meglio o peggio i soldi del contribuente, dove “meglio” o “peggio” significa rispettivamente per servizi che i cittadini desiderano o per spese di cui essi non sentono il bisogno. L’architettura delle imposte locali potrebbe agevolare un miglior impiego delle risorse. Lo Stato è uno, i Comuni sono tanti. È possibile, quindi, confrontare i servizi che forniscono e quanto vengono a costare. Soprattutto in realtà di piccole e medie dimensioni, è facile paragonare la qualità dell’amministrazione con quella dei nostri vicini, o con le precedenti: e quindi premiare o punire elettoralmente sindaci e giunte a seconda di come usano le leve a lora disposizione.

La giungla delle addizionali locali e le reponsabilità degli amminsitratori

Questo, negli ultimi anni, non è accaduto. In parte perché la finanza locale si è nutrita di addizionali comunali e regionali. E in parte perché, come dimostrò alcuni anni fa uno studio della Corte dei Conti, tutt’oggi dopo Legge Bassanini e titolo quinto gli enti locali dipendono per circa il 50% delle proprie entrate da trasferimenti statali. L’una cosa e l’altra non aiutano i cittadini a farsi un’idea di come stanno lavorando i loro amministratori, a valutarli ed eventualmente sanzionarli al momento del voto. Ai politici, del resto, piace esibire il beneficio e nascondere il costo.

La priorità nel ridisegnare le imposte locali dovrebbe essere questa: non solo rastrellare risorse, ma rendere quanto più facile possibile per i cittadini farsi un’idea delle loro amministrazioni. Ciò può avvenire solo a livello locale: difficile comprendere che cosa davvero faccia il governo, tasse a parte, per combattere obesità e inquinamento, mentre la qualità dei servizi di cui usufruiamo ogni giorno la possiamo apprezzare tutti. Le imposte possono essere strumenti di trasparenza o di opacità. È uno dei casi in cui l’interesse di chi ci governa e quello di noi tutti sono più difficili da conciliare.

Alberto Mingardi, La Stampa 3 novembre 2019