Nasrin Sotoudeh e la libertà vietata

Nasrin Sotoudeh e la libertà vietata

Tiziana Ciavardini, giornalista e antropologa culturale in Iran e nel Medio Oriente, ci racconta il caso di Nasrin Sotoudeh, condannata da un tribunale di Teheran a 33 anni di carcere e a 148 frustate

Inizia questa sera alle ore 22,58 ora italiana l’anno 1398 del calendario persiano, il Nowruz che coincide con l’arrivo della primavera. Seppur legata alle antiche vestigia del passato mazdeo e zoroastriano dell’Iran, la celebrazione del Nowruz non è né religiosa, né di natura nazionale, né è una festa etnica. In quanto festa pre-islamica, dopo la rivoluzione del 1979 il governo cercò di ridurne l’importanza, ma fortunatamente senza successo.

In questi giorni si percepisce un’atmosfera particolare in tutto il paese e nonostante l’appartenenza ad altre culture si viene coinvolti e capovolti in questi festeggiamenti anche senza volerlo. Nei giorni precedenti il Nowruz la società iraniana sembra, almeno all’apparenza, dimenticare le restrizioni vigenti nel paese, assorbita forse dall’entusiasmo dei preparativi. Ma i problemi rimangono e non devono essere offuscati.

Senza velo

Proprio in questa magica atmosfera di festa, colma di simbolismi e significati, c’è chi non potrà sedere a tavola con la famiglia e trascorrerà le feste nelle carceri iraniane come i tanti prigionieri di coscienza, i sospettati di spionaggio e soprattutto quelle giovani coraggiose ragazze iraniane che sono state arrestate solo per aver protestato contro l’obbligo del velo. Quest’anno si aggiunge al lungo elenco dei detenuti anche un’avvocatessa di cui tutto il mondo in questi giorni ha a cuore le sorti. Nasrin Sotoudeh, la più famosa avvocatessa iraniana per i diritti umani che è stata condannata a 38 anni di carcere e a 148 frustate. A darne notizia su Facebook è stato il marito Reza Khandan, anche lui arrestato lo scorso settembre e poi rilasciato su cauzione, ed in passato malmenato davanti alla prigione di Evin per aver chiesto notizie sulle condizioni di sua moglie.

Nasrin Sotoudeh era stata arrestata piú volte e l’ultima lo scorso luglio per aver difeso le donne che tra dicembre 2017 e gennaio 2018 si erano tolte il velo, chiamate anche Le ragazze di Enghelab Street. Ho parlato in questi giorni con Reza Khandan e mi ha detto che i suoi figli stanno bene ma quest’anno sará un capodanno diverso senza Nasrin in casa: anche se in passato era stata arrestata piú volte, quest’anno la sua mancanza si sente ancora piú forte.

Una condanna assurda e vergognosa

Personalmente continuo a sostenere che la sentenza a Nasrin Sotoudeh é un’offesa al genere umano, fosse solo per averla elaborata. Le accuse contro Nasrin sono assurde: “collusione contro la sicurezza nazionale”, “propaganda contro lo Stato”, “istigazione alla corruzione e alla prostituzione”, ed “essere apparsa in pubblico senza hijab”, accuse a mio avviso che non possono e non devono in alcun modo essere punite con anni di carcere, tantomeno con punizioni corporali da medioevo.

Sulla vicenda degli anni che sono stati inflitti alla Sotoudeh ci sono pareri discordanti: il marito mi dice che a Nasrin non é stato dato alcun documento ufficiale dopo la sentenza ma che lei ha scritto un foglio mentre il Giudice esponeva il verdetto. Alcuni analisti politici hanno smentito le parole e i conteggi di Nasrin postati in seguito da suo marito sulla pagina facebok. In particolare Ali Alizadeh analista sociopolitico giá conosciuto per le sue posizioni anti americane e contro le informazioni dei media mainstream, insiste sull’errore di valutazione fatto dal marito di Nasrin e ideato a suo giudizio per attirare l’interesse della comunitá internazionale sul caso e dare una connotazione negativa all’Iran. Come se ne avesse ancora bisogno.

Una questione di libertà

Assolutamente contraria alla teoria di Alizadeh, ritengo che il vero problema non siano i numeri in sé  degli anni di carcere e il numero delle frustate, ma il problema é a monte. Un’avvocatessa che espone sé stessa e decide comunque di difendere delle giovani donne che pacificamente hanno protestato contro l’uso forzato del velo, che simboleggia l’imposizione per antonomasia, dovrebbe meritare la stima non solo mia ma di tutti coloro che hanno a cuore la libertá individuale.

La “libertá” un concetto purtoppo ancora oscuro in molti Paesi in cui esistono restrizioni in tutti i campi come in Iran. Vi sono ancora molte limitazioni individuali, come la libertá di espressione, o l’accesso libero aisocial network, o il possesso di antenne paraboliche e mille altre. Dalla Rivoluzione Islamica ai giorni nostri in Iran sono avvenuti molti cambiamenti ma quella cultura Islamica seppur ancora molto sentita da una parte della popolazione, oggi si scontra con una società giovane, aperta al mondo e alle nuove tecnologie.

Parlare e raccontare ció che avviene in Iran senza mai strumentalizzare il singolo caso non é solo un dovere deontologico, ma dovrebbe essere un obbligo morale per chi crede e auspica un mondo libero da ogni forma di dittatura.