Olympe e Malala, due donne speciali per celebrare l’8 marzo

Olympe e Malala, due donne speciali per celebrare l’8 marzo

Due donne, due figure importanti da ricordare per l’8 marzo, Festa della Donna: Olympe de Gouges e Malala Yousafzai.

La prima, Olympe de Gouges, è stata tra le figure di spicco della Rivoluzione francese con la sua Dichiarazione della Donna e della Cittadina. Così recita la parte finale del testo: “Mia opinione sarà ancora di riconciliare il potere esecutivo con il potere legislativo, perché mi sembra che l’uno sia tutto; e l’altro non sia niente; da ciò deriverà, sfortunatamente, può darsi, la perdita dell’Impero francese. Considero questi due poteri come l’uomo e la donna, che devono essere uniti, ma uguali in forza e in virtù, per bene amministrare.”

Malala Yousafzai, invece, è una ragazza pakistana da tempo impegnata per i diritti civili e il diritto all’istruzione delle ragazze nei paesi musulmani, che nel 2014 ha vinto il Premio Nobel per la Pace. Due anni prima, nel 2012, è stata colpita alla testa da un colpo di pistola sparato da un talebano.

Ecco, uno stralcio del discorso di Malala, tenuto proprio il giorno in cui ha ricevuto il Nobel per la pace.

“Quando avevo dieci anni Swat, un posto di bellezza e turismo, è diventato improvvisamente un luogo di terrore. Più di 400 scuole sono state distrutte. Alle ragazze è stato impedito di andare a scuola. Le donne sono state picchiate. Innocenti sono stati uccisi. Tutti abbiamo sofferto. I nostri bei sogni sono diventati incubi. L’istruzione da diritto e diventato crimine.

Ma quando il mondo è cambiato, anche le mie priorità sono cambiate. Avevo due opzioni. Stare zitta e aspettare di venire uccisa. O parlare e venire uccisa. Ho deciso di parlare. I terroristi hanno provato a fermarci e il 9 ottobre del 2012 hanno attaccato me e i miei amici. Ma i loro proiettili non potevano vincere. Siamo sopravvissuti. E da quel giorno le nostre voci si sono fatte più forti.

Racconto la mia storia non perché sia unica, ma perché non lo è. È la storia di molte ragazze. Oggi racconto anche le loro storie. Ho portato con me a Oslo alcune delle mie sorelle, che condividono la mia storia: amiche dal Pakistan, la Nigeria e la Siria. Le mie coraggiose sorelle Shazia e Kainat Riaz che quel giorno a Swat sono state colpite dai proiettili con me. Anche loro hanno attraversato un tragico trauma. E mia sorella Kainat Somro dal Pakistan, che ha sofferto violenze estreme e abusi, fino all’uccisione di suo fratello, ma non ha ceduto.

E ci sono ragazze come me, che ho incontrato durante la campagna per il Fondo Malala, che oggi sono come sorelle per me: la mia coraggiosa sorella sedicenne Mezon, dalla Siria, che oggi vive in Giordania in un campo profughi e va di tenda in tenda per aiutare i bambini a studiare. E mia sorella Amina, dal nord della Nigeria, dove Boko Haram minaccia e rapisce le ragazze, solo perché chiedono di andare a scuola.

Potrò sembrarvi una sola ragazza, una sola persona, per di più alta neanche un metro e sessanta coi tacchi. Ma non sono una voce solitaria: io sono tante voci. Sono Shazia. Sono Kainat Riaz. Sono Kainat Somro. Sono Mezon. Sono Amina. Sono quei 66 milioni di ragazze che non possono andare a scuola.

La gente spesso mi chiede perché l’istruzione sia così importante per le ragazze. Rispondo sempre la stessa cosa. Dai primi due capitoli del Corano ho imparato la parola Iqra, che vuol dire “leggere”, e la parola nun wal-qalam, che vuol dire “con la penna”. Per questo, come ho detto lo scorso anno alle Nazioni Unite, «un bambino, un maestro, una penna e un libro possono cambiare il mondo.”