Quando i tecnici giocano a fare i politici

Quando i tecnici giocano a fare i politici

Negli Stati Uniti, in Europa e in Italia autorevoli esponenti di organismi tecnici spesso travalicano le loro competenze. Un danno per la democrazia e per i mercati. Il commento di Alessandro De Nicola.

Il nuovo governo Conte si presenta con una novità: con l’eccezione del prefetto Lamorgese agli Interni, il resto dell’esecutivo è espressione dei partiti e senza profili tecnici, assomigliando di più a quelli della Prima Repubblica che a quelli recenti. È un segno dei tempi: i tecnici sono meno di moda in politica anche perché chi ricopre un ruolo di garanzia e competenza in autorità indipendenti spesso si lascia andare e gioca a fare il politico.

Si tratta di un fenomeno limitato non solo all’Italia: qualche giorno fa, l’ex-presidente della Federal Reserve di New York (da non confondere con quella nazionale), Bill Dudley, ha scritto un articolo (successivamente in parte ritrattato) in cui sostanzialmente suggeriva alla Federal Reserve di rendere chiaro che la maggior minaccia all’economia statunitense è la guerra commerciale innescata da Trump. Non solo: nel decidere le sue prossime mosse, la Banca centrale americana dovrebbe tener conto che la rielezione del presidente nel 2020 farebbe correre un serio rischio agli Usa. Larry Summers, ex ministro del Tesoro, democratico come Dudley, ha reagito in modo accigliato, affermando che si trattava di suggerimenti sbagliati, che avrebbero inficiato l’indipendenza e la credibilità della Fed e alimentato le teorie del complotto.

Qualche giorno fa, un’altra banchiera centrale in pectore, Christine Lagarde, neo presidente designata della Bce, si è intromessa in faccende politiche, affermando, prima ancora della sua nomina, che Roberto Gualtieri sarebbe stato un buon ministro dell’Economia per l’Italia. D’altronde, se è vero che la politica si immischia spesso nelle aree di competenza delle autorità indipendenti, è altrettanto vero che soprattutto i regolatori con un passato di forte coloritura politica (come Dudley e Lagarde), non resistono a dire la loro su temi politici generali.

Anche in Italia il presidente dell’Inps (che non è un’autorità regolatoria ma un istituto che deve caratterizzarsi per la sua indipendenza) o quello della Consob sono intervenuti in più occasioni proponendo ricette o analisi che esulavano dai loro compiti e si inserivano in temi di politica economica, come il livello ottimale o accettabile del deficit, del debito o della spesa pubblica. Ebbene, una tale commistione non è salubre, non solo perché costituisce un’indebita invasione di campo, ma soprattutto giacché inficia l’autorevolezza e l’indipendenza dell’autorità stessa.

Quando la Fed procederà al prossimo ribasso di tassi di interesse – si potrebbero chiedere i mercati – la misura sarà stata deliberata per accontentare Trump, per metterlo in imbarazzo o secondo il miglior giudizio di quello che dovrebbe essere un organo altamente qualificato? Un tale dubbio avrebbe una conseguenza negativa generale poiché creerebbe incertezza negli operatori e timore ad investire in attesa di capirci qualcosa. Senza contare che una decisione “politica” potrebbe essere completamente sbagliata.

L’incoraggiamento della Lagarde per un ministro dell’Economia che si sa vuole rivedere il patto di stabilità ed intende negoziare un deficit più alto con la Commissione significa che d’ora in poi la Bce appoggerà una tale politica? Oppure era semplicemente la soddisfazione per la nomina di qualcuno reputato come serio ed europeista? Altra incertezza.

Il governo appena entrato in carica potrebbe conquistarsi subito un po’ di indispensabile fiducia annunciando prima di tutto che il progetto di riforma di Bankitalia targato Lega, e che ne lederebbe l’indipendenza sottoponendola al controllo della maggioranza, va messo in soffitta. In secondo luogo, visto che il Conte bis vuole durare a lungo, ha l’occasione di mettere mano alla riforma delle autorità indipendenti, assicurandone autonomia e competenza in modo più stringente di quanto non accada ora.

In un bell’album di Tex, un malvivente che è riuscito a diventare sceriffo di un paesotto del West, durante un’arringa all’assemblea cittadina, ringrazia tutti per averlo eletto, anche giudice e sindaco: tutto il potere in un uomo solo per la sicurezza della città! Il cattivo protegge così i suoi loschi affari ma lui e i suoi complici verranno sgominati da Tex. Leggetelo, molto più efficace di Montesquieu per capire la necessità della separazione dei poteri.

Alessandro De Nicola, La Stampa 9 settembre 2019
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