Quel filo rosso che unisce Mosca e Hong Kong

Quel filo rosso che unisce Mosca e Hong Kong

Le proteste nelle piazze di due città diverse tra loro nascono da un’esigenza comune: maggiore libertà. L’analisi di Giorgio Ferrari.

Mosca e Hong Kong hanno poco in comune, e le manifestazioni che si sono svolte contemporaneamente nelle due città, pur motivate dallo stesso anelito di libertà, anche.

Cominciamo dalla Russia e diciamo subito che Putin gode ancora di un solido consenso. Ma c’è un ma: la crisi economica. L’incubo che agita i sonni dell’autocrate è proprio questo. Guida un Paese enorme, ma anche enormemente arretrato. Dipende dall’esportazione di gas e petrolio per il quasi 60% del totale e come è noto i prezzi sono in costante calo. Putin ha risposto con un mezzuccio, ossia ha cambiato il direttore dell’ISTAT locale, la Rosstat, mettendocene uno molto compiacente. Ma alle stime assai ottimistiche non crede nessun economista e le stesse banche locali pubblicano previsioni di crescita assai basse (vi ricorda qualcosa?).

I salari medi sono pari a 587 euro al mese e il loro potere di acquisto viene eroso anno dopo anno. In questa situazione sono stati esclusi dalle prossime elezioni a Mosca i candidati dell’opposizione e quelli indipendenti. Una mossa dettata dalla paura, come la successiva, ossia quella di reprimere in modo violento le manifestazioni di protesta. Non che il risultato sarebbe stato diverso, il partito di Putin avrebbe comunque vinto, ma il radicarsi di forze politicamente ostili, potenziali punti di riferimento qualora la crisi economica precipitasse, è l’incubo che perseguita il nuovo zar. La paura però è una cattiva consigliera. L’immagine più significativa è quella di una signora arrestata mentre tornava a casa sventolando la tessera del partito di Putin e urlando che lei con i manifestanti non aveva nulla a che fare.  Un colpo niente male all’immagine del regime.

Ad Hong Kong invece l’economia non c’entra nulla. Le manifestazioni sono cominciate per protestare contro una legge che consente l’estradizione in Cina dei criminali locali. Ma in quel Paese per diventare criminali non serve commettere delitti, basta essere dissidenti o critici verso il regime. Quello che il milione di manifestanti, su circa 8 milioni di abitanti, teme, è che venga messo in discussione l’accordo basato sulla formula: “Un Paese, due sistemi”, valido fino al 2047.  In città del governo cinese non si fida nessuno e le assicurazioni fornite sono oggetto di pubblico dileggio.

Il drago ha una spina nel piede, e constata che più si agita, più le immagini della repressione poliziesca fanno il giro del Mondo, più questa spina si conficca in profondità.

Giorgio Ferrari, 6 agosto 2019