Taglio parlamentari, i politici e la sindrome del tacchino a Natale

Taglio parlamentari, i politici e la sindrome del tacchino a Natale

A Montecitorio, la riduzione dei parlamentari passa con 533 voti. Ma il risparmio è poco. Il commento di Carlo Nordio.

Ieri il Movimento 5 stelle ha imposto ai suoi riluttanti alleati il gravoso e umiliante pedaggio della riduzione dei parlamentari. Gravoso, perché ne ridurrà la rappresentatività e persino le entrate (e noto che i parlamentari contribuiscono con parte degli emolumenti al finanziamento del loro partito). Ed umilianti perché li ha costretti a ripudiare quell’indirizzo conservatore che si era manifestato nelle tre precedenti votazioni contrarie, e, se vogliamo esser franchi, nella stessa occasione referendaria voluta da Renzi, affossata anche da buona parte dei suoi compagni.

L’ennesimo boccone amaro del Pd

E dunque l’ennesimo boccone amaro che il Pd ha dovuto ingoiare per evitare l’incubo salviniano: voleva la discontinuità, e si è ritrovato Conte e Di Maio; voleva il rinnovo dei gruppi parlamentari, e si è ritrovato l’ipoteca renziana; voleva l’unità, e si è ritrovato la scissione. Ora assiste alla modifica della “Costituzione più bella del mondo” per un ostinato capriccio di Di Maio di cui nessuno capisce la ragione, perché i soldi risparmiati saranno pochi, e i problemi sollevati saranno molti. Con l’aggiunta del lugubre messaggio neanche tanto subliminale contenuto in questa bella pensata: che il Parlamento è una banda di sfaticti, e che il futuro della democrazia risiede nell’immediatezza delle consultazioni telematiche. Il pastrocchio di ieri dimostra che anche il tacchino, talvolta, può prepararsi il pranzo di Natale.

È quasi incomprensibile che un partito di solida tradizione culturale e parlamentare come il Pd possa piegarsi cosi supinamente al populismo antipolitico di un movimento unito solo da una arcigna diffidenza verso ogni forma di democrazia rappresentativa, da un giustizialismo elementare, e da un dilettantesco misoneismo verso ogni apertura alla modernità, vista come l’anticamera di un’inevitabile corruzione. Ed e ancor più incomprensibile che questa acquiescenza si manifesti nel momento di massima crisi dei pentastellati, lacerati delle contraddizioni interne e dai plurimi voltafaccia del loro fondatore, che fino a ieri oltraggiava governanti e giornalisti con le più vituperevoli e sboccate contumelie.

Ma forse una spiegazione c’è, o almeno e l’unica possibile: il Pd, ossessionato non solo da una possibile vittoria di Salvini, ma soprattutto da un nuovo parlamento che potrebbe eleggere un Presidente di centrodestra, è disposto a tutto per blindare questa legislatura. E il taglio dei parlamentari, sembrerebbe garantirne la continuità, per la necessità di adeguarvi la modifica delle circoscrizioni e di elaborare una nuova legge elettorale. È tuttavia un calcolo pericoloso, perché non tiene conto delle insolubili contraddizioni che si sono create proprio con il taglio di ieri. Perché ieri si è cambiata la Costituzione in uno dei suoi aspetti fondamentali.

Quorum ampio

Questa modifica – si pensava – sarebbe entrata in vigore tra un paio d’anni, perché nel frattempo sarebbe stata sottoposta al vaglio del referendum previsto dall’art. 138 quando non è raggiunto il quorum dei due terzi. Senonché ieri è intervenuto un fatto imprevisto: il centrodestra ha votato anch’esso a favore della riduzione. Non solo ha fatto superare il quorum dei due terzi (circostanza ininfluente giuridicamente ma politicamente significativa) ma ha così manifestato I’intenzione di voler evitare il referendum.

Quindi di qui a qualche mese la nuova Legge Costituzionale entrerà in vigore. Se nel frattempo sarà stata fatta la riforma elettorale, si dovrà ovviamente votare con le nuove regole. Se invece non sarà stato fatto niente, qualcuno dovrà pur domandarsi se il Parlamento possa ancora legiferare, visto che sarà delegittimato costituzionalmente dallo “ius superveniens”, e politicamente dalla sua stessa volontà autodemolitrice. Forse è per questo che il centrodestra si è così frettolosamente accodato alla maggioranza, confidando nelle inevitabili elezioni o, in alternative, nel caos istituzionale e nel collasso del governo.

Di sicuro, intanto, il voto di ieri allontana ancora per qualche mese le urne dando sollievo al larghissimo partito del non voto. I prossimi mesi ci diranno chi, in questo infernale pasticcio, abbia sbagliato i suoi calcoli. Probabilmente, in questa seconda metà dell’anno, li hanno sbagliati tutti.

Carlo Nordio, Il Messaggero 9 ottobre 2019