Un approccio da economia liberale per contrastare il “cambiamento climatico”

Un approccio da economia liberale per contrastare il “cambiamento climatico”

Sulle emissioni di CO2 l’approccio europeo è obsoleto. Alessandro Ortis spiega i motivi e illustra una soluzione innovativa, presentata già qualche anno fa dall’Autorità italiana.

Pur essendo da tempo assodata l’influenza delle attività antropiche sui cambiamenti climatici del pianeta, si stanno consumando anni in dibattiti e Conferenze senza arrivare a soluzioni ed azioni concrete, efficaci ed efficienti, sufficientemente condivise a livello planetario per la riduzione delle emissioni di CO2 ed altri gas clima alteranti. Il problema “cambiamento climatico” è un “problema globale” e quindi richiede “soluzioni altrettanto globali”; soluzioni in grado di convincere, coinvolgere tutti e ovunque, con meccanismi che progressivamente coinvolgano globalmente e liberalmente chiunque e ovunque “consumi ambiente”.

Un approccio obsoleto ed europeocentrico

Per ora invece si resta sostanzialmente fermi su  indirizzi  che risentono dell’obsoleto approccio da “protocollo di Kyoto”, basato sull’idea largamente già superata di una sostanziale coincidenza tra le emissioni generate in un dato territorio nazionale o continentale (production based) e quelle derivanti dai consumi di beni e servizi nello stesso territorio (consumption based); un approccio nato prima di rilevanti cambiamenti emersi prepotentemente su scala globale: a) lo sviluppo tecnologico riguardante i settori energia, industria, trasporti e servizi, b) il forte sviluppo del commercio transfrontaliero mondiale di beni e servizi, con il distinguersi di nuovi protagonisti importanti (paesi “emergenti”, Cina, India, Corea, Brasile e altri).

Quest’ultimo sviluppo  commerciale, con un significativo e crescente aumento della diffusione transfrontaliera di prodotti contenenti ovviamente tutta la CO2 dei processi produttivi dei paesi di origine, ha determinato un forte incremento delle emissioni globali di gas climalteranti. Si tratta di un aumento non imputabile solo all’aumento, giusto, di consumi interni dei paesi “emergenti”, ma dovuto soprattutto al sensibile incremento delle loro esportazioni. Si tratta quindi di maggiori emissioni generate da paesi produttori impegnati a soddisfare consumi di altri paesi, Europa compresa.

Un’Europa che, in questo quadro di iniziative pro-contenimento del cambiamento di clima globale, sta ancora insistendo con meccanismi “cap & trade” applicati alla propria e limitata dimensione geografico-politica; come se la CO2 gassosa fosse contenibile nell’atmosfera entro i confini politici della piccola parte europea del globo. Mi riferisco al meccanismo masochista “emissions trading system” ETS della UE che in un tutt’uno: a) rende più onerose e meno competitive le produzioni europee; b) induce un dannoso “carbon leakage”,facendo trasferire  molte di esse (posti di lavoro inclusi) verso paesi meno “disciplinati “in materia di tutela ambientale; c) favorisce le tecnologie ed i sistemi produttivi, più inquinanti, che tali paesi impiegano per esportare verso la UE, consumatrice degli gli stessi beni importati e caratterizzati da maggior “contenuto di carbonio”.

Il paradosso del sistema ETS

In estrema sintesi la UE si culla in un grave paradosso: con il sistema ETS gli europei stanno pagando per diminuire le emissioni sul proprio territorio ma per aumentare, in parallelo, le emissioni globali; stanno di fatto favorendo una distorsione dei mercati mondiali, accettando un illiberale “dumping ambientale” operato dai paesi ecologicamente meno virtuosi. Insisto: l’Europa sta sostituendo produzioni proprie con consumi di importazioni dai paesi emergenti; insegue così un’apparente riduzione delle emissioni proprie mentre induce con le stesse importazioni un sostanziale incremento delle emissioni mondiali ed imputabili alle meno efficienti produzioni degli stessi paesi emergenti da cui importa.

Appare pertanto necessario cambiare urgentemente rotta, adottare sistemi più efficaci ed efficienti, che fissino limiti alle emissioni indotte “per prodotto” piuttosto che limiti alle emissioni su base territoriale; sistemi che puntino ad una “contabilità” ambientale sulla base della responsabilità dei consumi finali e non della territorialità delle emissioni; sistemi che, guardando doverosamente anche agli effetti oltre i confini nazionali o continentali, definiscano un “meccanismo di mercato” che penalizzi o premi in base al maggior o minor “contenuto di emissioni CO2” dei prodotti finali. Un tale meccanismo “di mercato”, da economia liberale, applicato rispettando i criteri del World Trade Organization a tutte le merci, siano esse di produzione interna o importate, sarebbe adottabile autonomamente, esemplarmente e subito dall’Europa, senza necessità di attendere mendicando nuove “firme” su teorici accordi o modesti compromessi planetari; potrebbe portare ad una valorizzazione o penalizzazione dei beni prodotti in base alla loro reale efficienza ambientale, a prescindere dal Paese di origine. Potrebbe così innescarsi anche una più sana competitività e competizione dei Paesi emergenti, promuovendo inesorabilmente un loro orientamento verso produzioni e tecnologie ambientalmente più efficienti; un orientamento ineludibile, di necessità, per poter continuare a misurarsi sui mercati di loro esportazione anche in “trasparenza ambientale”.

Una proposta per lo sviluppo sostenibile

Già nel lontano 2007 l’Autorità italiana per l’energia lanciò questa idea innovativa con un rapporto indirizzato al Parlamento italiano ed europeo, nonché al Governo italiano ed alla Commissione Europea. Più recentemente la stessa idea fu rilanciata da un gruppo di lavoro “idee per lo sviluppo sostenibile”, promosso dall’ENEA, che propose conseguentemente una strategia basata su due direttrici: (1) innanzitutto sulla possibilità di rendere riconoscibile la maggiore qualità ambientale delle  produzioni attraverso la tracciabilità delle emissioni ed un’apposita etichettatura che consenta ai consumatori di esplicare la loro propensione verso prodotti più ecocompatibili; (2) sulla applicazione di una fiscalità di vantaggio basata su criteri di LCA (Life Cycle Assessment) che potrebbe sostituire il sistema ETS. Una fiscalità che quindi non sia né discriminatoria né protezionista ma che permetta, senza quindi violare i criteri del World Trade Organization, semplicemente di distinguere i prodotti che hanno indotto maggior impatto sull’ambiente da quelli che invece consentono di rispettarlo.

Dunque, si tratterebbe di offrire ai consumatori informazioni utili alle loro libere scelte e di introdurre una fiscalità tipo IVA e parte di essa che penalizzi o premi nei prezzi finali i prodotti al consumo sulla base del loro contenuto totale di carbonio o CO2, vale a dire sulla base della loro minore o maggiore responsabilità inquinante; sostituire così nella UE gli oneri da ETS con una “imposta sul carbonio aggiunto” da applicarsi equamente, sia ai prodotti nazionali che a quelli di importazione. Una simile scelta europea indurrebbe certamente e liberalmente un allargamento del nuovo meccanismo a tanti altri paesi, sviluppati od emergenti; tutto ciò senza affidarsi a ricorrenti raccolte di altre firme su accordi generici ma puntando a contrastare concretamente il cambiamento climatico globale, minaccioso per il tanto auspicabile e ricercato sviluppo sostenibile.