Un governo più giallo che rosso

Un governo più giallo che rosso

Molti erano convinti che il Pd, abituato al potere, avrebbe addomesticato i pentastellati. Non sta andando così. L’analisi di Giovanni Orsina.

Ogni giorno che passa, il governo giallorosso rende sempre più palesi le note e notevoli fragilità dei gialli e dei rossi. Il che, in verità, era ampiamente prevedibile. Era meno prevedibile, invece, che nell’attività di governo i gialli avrebbero finito per prevalere sui rossi. Al contrario, era lecito immaginare che il Partito democratico, forte d’una consolidata abitudine al potere, avrebbe facilmente addomesticato gli ingenui pentastellati. Non sta andando così, e vale la pena cercar di capire perché.

La crisi d’identità dei grillini

L’identità del Movimento 5 stelle era fatta di tre elementi. 1. L’opposizione all’establishment era il più importante e redditizio alle urne. 2. Seguiva il sogno casaleggiano della democrazia diretta. 3. E venivano infine le rivendicazioni puntuali del Movimento delle origini, ispirate ai temi della decrescita felice, della protezione dell’ambiente, del «piccolo è bello», della polemica anticasta.

Bene: i primi due elementi sono ormai appassiti. Il Movimento è al governo col partito che i grillini hanno accusato per anni di essere la quintessenza dell’establishment. E l’uso sporadico della piattaforma Rousseau non basta certo a sostenere la speranza originaria che la democrazia diretta via web fosse un’alterativa realistica alla democrazia rappresentativa. A testimoniare la «diversità» dei pentastellati restano oggi i provvedimenti identitari, dal taglio dei parlamentari alla battaglia sull’Ilva. E non possiamo certo sorprenderci, allora, se il Movimento li difende coi denti e con le unghie.

Certo, ai grillini interessa pure che il governo sopravviva, perché se si tornasse alle urne andrebbero incontro con ogni probabilità a una dura sconfitta. Ma il Movimento non è una forza di governo e di stabilità – è una forza di opposizione, di rottura, di destabilizzazione. Sensibile solo fino a un certo punto ai richiami della responsabilità perfino quando l’irresponsabilità rischia di condurlo all’estinzione.

La crisi ideologica globale della sinistra (e del Pd)

Per i democratici vale il discorso esattamente contrario. In questo caso la forma – responsabilità, stabilità, conservazione del potere – è più importante dei contenuti. Una volta che lo si sia fatto nascere, dunque, il governo deve sopravvivere più o meno a qualsiasi costo. A motivo della crisi ideologica globale della sinistra, poi, ed essendosi ormai trasformato in una forza «di sistema», il Partito democratico ha perduto tensione programmatica. Non ha più il suo miglior negoziatore, Renzi – anzi, ce lo ha contro. Infine, le richieste dei pentastellati, ispirate da moralismo anti-politico, fondamentalismo ambientalista, ostilità nei confronti dell’attività imprenditoriale, non mancano di suscitare una certa simpatia in alcuni settori democratici.

Più gialli che rossi

Il ragionamento che ho appena svolto tenta di spiegare per quale ragione il governo giallorosso si stia rivelando, all’atto pratico, più giallo che rosso. Ma può portare anche a una confusione più generale sulla sfida che i partiti nuovi, o populisti, stanno portando ai partiti vecchi, o di establishment. Non questo o quel singolo partito nuovo, ma l’emergere dei partiti nuovi nel suo complesso ha radici profonde nelle trasformazioni storiche dell’ultimo mezzo secolo, non è il frutto d’una passeggera «malattia morale». Con ogni probabilità, insomma, il fenomeno populista durerà. E se è destinato a durare, allora dev’essere messo al servizio della democrazia.

Non ci sono alternative alla «romanizzazione dei barbari». Ma è illusorio pensare che la si possa compiere negli anditi oscuri del Palazzo, sotto il controllo solerte e severo dei partiti di establishment. Quei partiti sono troppo deboli, ormai. E tanto più lo sono, quando appaiono disposti a ogni transazione pur di difendere to status quo. I barbari possono essere romanizzati soltanto dalla pietrosa realtà dei fatti. I duri fatti contro i quali si sbatte quotidianamente quando si governa. E il duro fatto del voto popolare quando affonda senza pieta chi non abbia saputo mantenere promesse irrealizzabili.

Giovanni Orsina, 7 novembre 2019