Di emergenza in emergenza declina lo “stato di diritto”

Di emergenza in emergenza declina lo “stato di diritto”

Dall’emergenza terrorismo anni Settanta, passando per Tangentopoli, fino alla decretazione d’urgenza dei giorni nostri, lo Stato di diritto subisce da anni una erosione che dovrebbe preoccupare i liberali. La riflessione di Giammarco Brenelli.

A partire dal 1920, con la caduta del Governo di Francesco Saverio Nitti, avviene che la vita pubblica italiana sia continuamente percorsa dall’istanza di maggior potere pubblico, diciamo di pieni poteri”, motivata dall’emergenza.

I “pieni poteri”

Ben nota è l’analisi storica sull’origine del Fascismo che interviene nell’emergenza, durante la crisi del primo dopoguerra col progressivo abbandono del parlamentarismo liberale e l’assoggettamento di ogni funzione pubblica.

Si pensi, tra i molteplici aspetti dell’autoritarismo italiano a quanto viene ricordato in un saggio recente ove si nota come, con la Legge 3 dicembre 1922, si delegavano i pieni poteri al Governo del Re per il “riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione”. Guarda un po’, anche allora, l’obiettivo era già la semplificazione.

Sin d’allora Giacomo Matteotti, avvertiva il pericolo per le prerogative parlamentari rilevando, tra l’altro, che le assemblee rappresentative erano storicamente sorte proprio per delimitare l’Esecutivo nel prelievo delle imposte.

La tendenza a liberarsi da procedure e da regole ritorna prepotente, a partire dagli anni ’70 del secolo successivo sulla spinta di emergenze sempre nuove: il terrorismo, la mafia, la corruttela politica, ed ora la pandemia e poi la conseguente emergenza economica che fa prevedere per l’autunno “tensioni sociali” puntualmente evocate dal Governo.

L’alibi di liberarsi di tante formalità avanzava di pari passo con l’enfasi sul fatto clamoroso che anima certo giornalismo. Ciò vale ora per il maggior potere dell’Esecutivo e ormai da qualche decennio per il potere giudiziario, che delle emergenze è stato e si è considerato una trincea con le sue vittime, anche se per la verità, le vittime ci sono state anche tra avvocati, docenti, forze dell’ordine, imprenditori e giornalisti.

Il partito del PM

E così, sempre in nome dell’emergenza, sono state progressivamente semplificate, le procedure che costituivano le garanzie del singolo davanti all’Esecutivo e al potere giudiziario. Il partito costituito, da un pugno ristretto di Pubblici Ministeri (perché la maggioranza non ha velleità protagoniste né si propone con funzioni palingenetiche), ha poi sfruttato la visibilità ottenuta per regolare le carriere attraverso il CSM e acquisire un controllo sulla rappresentanza politica essendo caduta, sempre per l’emergenza, ogni garanzia poste a tutela delle assemblee legislative.

La questione ormai non si pone più solo sulle regole parlamentari o della procedura penale essendo ormai venuta ad incidere anche sul diritto sostanziale con imputazioni creative della “giurisprudenza dei P.M.” e di Magistrati “combattenti” che si sono dedicati all’interpretazione evolutiva del dato testuale. Si avanza così l’idea del cosiddettodiritto vivente che, sempre in nome di qualche urgenza, ha travolto il principio di certezza della legge.

E così il timore per l’emergenza criminale e per il malcostume fanno progressivamente accettare a furor di popolo continue innovazioni della Costituzione reale, della procedura penale, del dato testuale e dei vari istituti, si pensi, tra gli altri temi alla tutela della reputazione dei singoli con una tendenza sostanzialmente abrogativa della diffamazione.

Si pensi, poi, per un attimo all’interpretazione dei reati di natura pubblica o più semplicemente al finanziamento di partiti e fondazioni. Chi si ricorda, da ultimo, dell’indagine aperta dalla Procura di Firenze, sulla Fondazione di Renzi che, si basava su sottoscrizioni tracciabili da parte di cittadini con tanto di nome e cognome e trasparente dichiarazione?

Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: e così via via, il reato di turbativa d’asta è sempre applicabile per certi P.M. senza poi parlare del reato di abuso d’ufficio che è un caso emblematico, tanto da essere stato oggetto di più di una riforma, nel tentativo di ovviare al plateale deficit di tassatività che ha consentito a un uso discrezionale dell’interpretazione portando spesso alla decapitazione mediatica di schiere di amministratori dimissionari prima assolti, dopo anni, archiviati per prescrizione.

Tralasciamo di aprire il capitolo sulla prescrizione, basti ricordare che essa era, almeno, il silenzioso epilogo delle imputazioni più avventate, quando non suicide, perché strumentali. E così è avvenuto che sulla base di una mendace grancassa circa ipotesi di reato istituite per intervenuta prescrizione, il Parlamento – sempre più sotto scacco né più né meno di quando si era abrogata l’immunità parlamentare – ha reso inapplicabile un istituto secolare, che era uscito indenne persino durante il fascismo, in modo che anche l’imputazione più strampalata e strombazzata dal circo mediatico, possa essere imbalsamata per anni e pronta per essere utilizzata senza che intervenga mai una definitiva pronunzia.

Il caso Leone e Tangentopoli

A ben guardare i prodromi del fenomeno della giustizia sommaria di tanti singoli e istituzioni coinvolti nella macchina mediatica erano partiti da tempo con l’uso, già negli anni ’80, della calunnia organizzata contro politici, giornalisti e uomini dello spettacolo fino a giungere alla più alta carica dello Stato.

Il Sen. Giovanni Leone, come spesso non si ricorda, fu costretto alle dimissioni senza processo e senza prove, grazie a una compagna giornalistica e politica, salvo poi, risultare totalmente estraneo a qualsiasi ipotesi di corruzione con qualche timida scusa, mentre alla Cederna, ineffabile diffamatrice, è intitolata una piazza a Milano.

Sappiamo tutti che il processo giustizialista manifestatosi in quegli anni è poi dilagato con la cosiddetta Tangentopoli”, e progressivamente si è continuato ad estendere a vari aspetti della vita pubblica.

Il connubio tra la “voglia di forca”, iniettata nell’opinione pubblica dalla vocazione al fatto clamoroso dei media, e il protagonismo di quel pugno limitato di Magistrati, ha fatto il resto con il crollo di un’intera classe politica e il fenomeno della inerzia di pubblici funzionari attestati sulla cosiddetta “burocrazia difensiva” per evitare di essere esposti alla supervisione mediatica e giudiziaria di ogni atto che contenga una qualche discrezionalità.

Ma la questione non riguarda ormai soltanto il processo penale e il crollo dei partiti come individuati, seppure incertamente, nella Costituzione ma, più in generale, la crisi della democrazia parlamentare e dello stato di diritto. Il fastidio per l’equilibrio dei tre poteri su cui si fonda, trova occasione anche qui, per più potere per l’Esecutivo, e per le varie Autorità delegate e naturalmente e per le Procure sempre ben collegate con conferenze stampa, tv, social e giornali direttamente all’opinione pubblica, al di fuori di ogni dialettica nella sede deputata.

Il risultato è una democrazia ormai così inceppata da lasciare spazio a chi ne nega, anche ideologicamente, la validità, inneggiando alla democrazia diretta al leaderismo e, appunto, ai “pieni poteri” come volgarmente enunciava Salvini e come altri realizza nei fatti.

Del resto, e va ricordato, l’ultima emergenza, ha portato alla ben nota politica di decretazione d’urgenza che ha inciso sempre con ottimi motivi, sulla libertà delle persone, così come su funzioni essenziali dello Stato come la scuola, la libertà d’impresa e lo svolgimento di attività pubbliche e private.

Diffidenza verso la Stato di diritto

L’epilogo finale degli anni inauguratasi con le dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone fino alle varie operazioni emergenziali ha portato l’opinione pubblica a una certa indifferenza rispetto allo stato diritto e ai suoi valori che ha lasciato spazio a formazioni politiche che ormai dichiaratamente puntano al superamento della democrazia rappresentativa e del parlamentarismo.

La tendenza verso una democrazia illiberale falsamente tesa all’uno vale uno, si estende in ogni aspetto della società, dalla scienza alla scuola e ai rapporti internazionali, ove il partito giustizialista e i suoi  pavidi alleati non trova motivi di contrapposizione nemmeno verso le dittature, mantenendo, coerentemente, ormai buoni i rapporti con la Cina, coi dittatorelli dell’America Latina e addirittura confermando onorificenze a Putin mentre questi avvelena le opposizioni interne e si espande in altri Paesi.

Su tutto ciò, il Ministero degli Esteri italiano, come tutta la maggioranza ha solo desiderio di distensione di buone maniere e di non “interferenze”.

Per i liberali che si erano sparpagliati in nuovi gruppi di leader antipolitici, senza avvertirne subito il pericolo, o nella sinistra, che credevano ormai moderna, si tratta di smettere di scegliere il meno peggio e riconoscere l’ineluttabilità di un ruolo a favore dello stato di diritto e dell’idea che solo il mercato produce sviluppo e ricchezza.

Al declino della democrazia liberale va opposto, così, un impegno di resistenza che peraltro non è affatto isolato nella cultura e nell’opinione pubblica che è semplicemente disorientata dalla mancanza di offerta politica alternativa.

Non si tratta, dunque, di fare in quattro e quattr’otto un partito, ma agire su comitati per singole battaglie come è avvenuto nel corso della campagna sul referendum del 20 e 21 Settembre che, con buona pace degli aspetti tecnici, è stato lo spartiacque tra chi si oppone alla Costituzione liberale e chi la difende. Il NO come alternativa politica, in nome dello “stato di diritto”.

Giammarco Brenelli, settembre 2020