È tempo di unirsi per riformare il Paese, contro populismo e sovranismo

È tempo di unirsi per riformare il Paese, contro populismo e sovranismo

La sfida di Biden, il futuro del trumpismo, il destino dei populismi. Intervista a Marco Taradash sulla situazione politica italiana e internazionale. E sul nuovo governo dice: benissimo Draghi, ma adesso bisogna aggregare le forze riformatrici.

Il populismo sta vivendo una fase di arretramento, ma anche le forze liberali non stanno molto bene: soprattutto se non decideranno di organizzarsi, superando divisioni e conflitti. Intervistato per I Liberali, Marco Taradash – voce storica di Radio Radicale, membro della segreteria di +Europa, acuto osservatore della politica italiana e internazionale – ci offre il suo punto di vista sugli eventi di queste ultime settimane: Biden e gli Stati Uniti del nuovo corso, il tentativo di impeachment nei confronti di Trump e il futuro del Partito repubblicano, la Russia e il regime di Putin. Considera positivamente la svolta costituita dal governo Draghi, a patto che su questa base si dia vita ad un progetto che vada oltre la fine della legislatura e che rinnovi l’offerta politica.

Fino a poco tempo fa, populismo e sovranismo sembravano inarrestabili in mezzo mondo. Adesso sembra esserci un riflusso. Hanno esaurito la loro spinta propulsiva oppure è soltanto una ritirata strategica?

È ancora difficile dirlo. Certo è che il successo di Biden alle elezioni negli Stati Uniti ha indebolito moltissimo la spinta populista anche negli altri paesi. Sono comunque cose diverse. Il populismo americano ha una lunga tradizione, non necessariamente autoritaria; anche se Trump lo ha effettivamente declinato in chiave autoritaria. Il populismo in Europa in realtà non è così spinto: in Italia però ha avuto una grandissima pressione dal passato, nel senso che il fallimento del sistema politico italiano e dei suoi partiti ha impresso al populismo una forza che altrimenti non avrebbe avuto.

In che modo?

Penso al Movimento Cinque Stelle: in altri tempi, i suoi elettori sarebbero stati inquadrati in altre forze politiche o avrebbero fatto parte del grande gruppo degli astensionisti. La combinazione tra il crollo della seconda repubblica – che fa seguito a quello della prima – e l’emergere di un personaggio come Grillo ha fatto sì che la spinta populista trovasse anche un’offerta politica in grado di fornirle una cornice e una “dignità” che altrimenti sarebbe rimasta al livello dei forconi del generale Pappalardo o di cose di questo genere. Diciamo che il Movimento Cinque Stelle è stato un fenomeno tutto particolare italiano né di destra né di sinistra (perché all’estrema, sia destra sia sinistra, e quindi in un punto dello spazio di difficile collocazione) che ha approfittato della frustrazione e della rabbia di chi si è sentito ingannato dal sistema dei partiti. Oggi le previsioni per il populismo mi sembrano negative. Per il sovranismo invece il discorso è diverso, perché – essendo il sovranismo una forma attuale del nazionalismo – ogni paese ha il suo, e questo può reggere.

Che cosa potrà cambiare negli equilibri europei dopo l’elezione di Biden?

Credo che si rinsalderanno le relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Gli Stati Uniti, in qualche misura, riprenderanno il loro ruolo guida dell’occidente, contribuendo a rafforzarlo di fronte a una crisi che sembra davvero difficile da frenare. Se avesse vinto Trump, l’occidente sarebbe finito come categoria storica e politica. Invece, con la vittoria di Biden, c’è la possibilità che – ricucendo e rinsaldando i rapporti tra Europa e Stati Uniti – l’occidente (i suoi valori, i suoi metodi d’intervento, la sua logica) ricominci ad avere una qualche attrattiva anche per quei paesi che si sentivano abbandonati al loro destino.

Che cosa pensa del risultato della votazione sull’impeachment a Trump? Come vede il futuro del Partito repubblicano?

L’impeachment ha avuto un risultato scontato, perché non si poteva pensare che ci fossero così tanti repubblicani, cresciuti nell’era Trump, disposti a gettare alle ortiche la sua memoria e anche le relazioni costruite nel tempo. Però sicuramente lo ha indebolito ulteriormente. L’iniziativa è stata sconfitta in termini giuridico-politici/istituzionali perché non ha avuto la maggioranza necessaria ma ha avuto comunque la maggioranza nel congresso degli Stati Uniti. Credo che sia stato comunque un colpo ulteriore al prestigio e alle fortune future di Trump. Il Partito repubblicano è in un bel guaio, perché è spaccato a metà. È anche vero che se i democratici non riusciranno a convincere il loro elettorato – che si è riunito “contro” piuttosto che a “favore di” – il rischio è che un Partito repubblicano più a destra di come lo abbiamo visto negli ultimi decenni possa avere successo in futuro.

Nei suoi interventi lei ha spesso denunciato le connivenze di una parte del mondo politico italiano con la Russia di Putin e le influenze che quest’ultima ha esercitato sul nostro e su altri sistemi democratici. Che cosa pensa della situazione russa? Quali risultati dobbiamo aspettarci dagli ultimi sviluppi politici di quel paese, alla luce della ripresa di attività delle opposizioni, del rientro in patria e dell’arresto di Navalny? Quale dovrebbe essere l’atteggiamento delle nazioni occidentali di fronte a questa situazione?

Non sono in grado di fare previsioni. Vedo che comunque il potere di Putin, pur essendo sempre barcollante, riesce a mantenersi attraverso forme di repressione che non sono totalitarie ma sono certamente autoritarie: la Russia non è un paese libero, anche se è più libero di quanto sia stato ai tempi del comunismo. Non so se Navalny riuscirà a conquistare un consenso così vasto come quello che un leader liberale magari in questo momento potrebbe avere: la storia politica di Navalny è contraddittoria; bisognerà vedere anche quale sarà la sua proposta politica, ammesso che rimanga in vita. Direi quindi che l’opposizione a Putin è per forza di cose debolissima, perché è stata repressa; l’economia russa è come al solito molto debole, però la Russia vive più di passioni che di cibo, e quindi è un paese sempre delicato da maneggiare. Credo che i paesi democratici debbano essere fermi nel cercare di isolarla e nel non darle spazio nella politica internazionale, come invece è accaduto durante la presidenza Trump.

Riguardo alla recente svolta politica italiana, considera positivo o negativo il coinvolgimento nel governo di unità nazionale di partiti che si sono lungamente caratterizzati per il loro antieuropeismo? È una conversione opportunistica dettata dalle contingenze oppure un mutamento strategico che può avere conseguenze di lungo periodo?

Le due cose possono stare insieme: può essere un mutamento opportunistico – e sicuramente lo è – ma anche una scelta strategica, visto il fallimento delle strategie precedenti. Considero un bene per l’Italia che i due estremi si siano trovati insieme, nel governo gialloverde: questo ci ha vaccinato, perché li abbiamo visti all’opera e sappiamo quello che possono dare e quello che non possono dare. Secondo me, alla fine quello del governo gialloverde è stato un momento positivo nella storia politica italiana, per i motivi che ho detto: ci ha mitridatizzato contro il male che ciascuno di loro rappresentava per la democrazia liberale. Detto questo, il leader che abbiamo oggi al governo è l’unico attrezzato per guidare l’Italia in Europa in una fase così complicata: quindi, benissimo Draghi come presidente del consiglio.

Quali saranno le principali difficoltà a cui potrebbe andare incontro?

Dovrà fare i conti con le mattane di Salvini e con le spaccature dei Cinque Stelle, ma credo che riuscirà a superare queste difficoltà, perché nessuno – come abbiamo visto – vuole andare a votare, specialmente dopo che un movimento nichilista e autolesionista come quello dei Cinque Stelle ha convinto gli altri a mutilare il parlamento di un terzo degli eletti. È chiaro che questo rende molto complicato per tutti i partiti fare dei giochi politici che puntino ad aumentare la loro presenza in parlamento. Credo che, fino al 2023, Draghi riuscirà a governare, pur in mezzo a mille tempeste. Ed è in questa condizione che dovrebbe nascere quel partito mediano (non dico di centro perché non mi riferisco ai centristi), moderato e riformatore al tempo stesso, che possa dare all’Italia un’offerta politica quando finirà la legislatura e, Draghi o non Draghi, bisognerà comunque continuare la sua opera, senza restituirla al socialcomunismo-nichilismo del centrosinistra o al fascioleghismo del destracentro.

Saro Freni, 19 febbraio 2021