(E)lezioni americane. Che cosa ci insegna la situazione statunitense. Intervista a Massimo Teodori

(E)lezioni americane. Che cosa ci insegna la situazione statunitense. Intervista a Massimo Teodori

Come saranno gli Stati Uniti del dopo-Trump? Ne abbiamo parlato con il professor Massimo Teodori. Storico, grande esperto di questioni americane, Teodori – intervistato per il nostro sito – ha affrontato in questo colloquio alcune delle questioni oggi al centro del dibattito politico.

Lei ha scritto più volte che le idee di cui Trump si è fatto portatore – riassunte nello slogan “America first” – non sono del tutto estemporanee e anzi sono sempre state presenti in una parte della cultura americana. A suo giudizio, queste posizioni avranno ancora un peso tale da condizionare la politica statunitense dei prossimi anni o subiranno un riflusso?

Ho scritto che lo slogan “America First” è stato inventato e diffuso da altri presidenti americani fin dalla seconda metà dell’Ottocento. Quel che tuttavia va considerato è che Trump ha usato questo slogan, originariamente messogli in bocca da Steve Bannon, per coprire l’assenza di una linea politica chiara che comportava, all’interno, il rilancio del suprematismo bianco e l’autarchia industriale contro il mercato internazionale e, all’estero, l’abbandono della politica dei trattati multinazionali e della leadership americana nel mondo occidentale in una specie di sciovinismo nazionalistico che è esattamente l’opposto della tradizionale politica dei repubblicani.

La presidenza Trump – compresa questa burrascosa appendice – è stata un notevole banco di prova per le istituzioni americane. Ritiene che i checks and balances abbiano funzionato bene per arginare certe derive?

La soluzione che all’inizio di dicembre si sta delineando è l’abbandono di Trump della presidenza dopo avere esercitato un braccio di ferro strumentalmente volto a conservare piuttosto la leadership del nucleo duro dei suoi elettori e quindi il controllo del partito repubblicano in vista di future avventure politiche. La considerazione complessiva che si può fare riguarda il sistema elettoral-costituzionale che ha retto bene se consideriamo non le giravolte precedenti ma la fine della storia.

A mio avviso sono tre gli elementi che hanno portato a una buona conclusione: 1. la garanzia offerta dalla data fissa intoccabile delle elezioni presidenziali ogni quattro anni che non può essere manipolata da alcuna persona o gruppo che abbia intenzioni autocratiche; 2. la sostanziale accountability degli Stati che giocano un ruolo fondamentale nel sistema elettorale per la nomina del Presidente; 3. il consenso di fondo esistente tra i due partiti intorno al sistema americano (consenso rotto da Trump) per cui una serie di senatori repubblicani hanno scisso le loro responsabilità da quelle di Trump ed hanno favorito il riconoscimento leale dei risultati elettorali.

Si è molto parlato del ruolo della stampa, soprattutto in queste ultime settimane. Che cosa pensa del modo in cui il giornalismo americano ha svolto il suo compito, in un mondo ormai caratterizzato della disintermediazione e dalla diffusione di fake news?

La stampa, mi pare, ha fatto da àncora al mantenimento di un clima decente nello scontro che Trump ha cercato di infiammare ricorrendo all’uso spregiudicato di Twitter e simili che potevano mettere in moto anche conflitti violenti. Tutti noi per avere informazioni attendibili abbiamo fatto ricorso ai grandi quotidiani anche di diverso orientamento e ad altri canali della informazione cartacea piuttosto che andare dietro alle esasperazioni dei social e a analoghi canali suscettibili di fake news.

Che cosa significa la vittoria di Biden per l’Europa? Ci sarà – a suo avviso – una ripresa del multilateralismo? Più in generale, quali potrebbero essere le direttrici principali della sua politica estera?

È probabile che il presidente Biden cercherà di riallacciare migliori rapporti con gli Stati europei e con l’Unione europea che era stata completamente dismessa dall’amministrazione Trump. Che cosa questo significhi in pratica è difficile dire perché comunque il teatro principale dell’interesse internazionale degli Stati Uniti rimane il Pacifico perché la Cina è il riferimento obbligato per gli scambi commerciali e per gli equilibri geopolitici, sia in una prospettiva di collaborazione che di scontro come prevede il cosiddetto “teorema di Tucidide” per il quale la potenza ascendente inevitabilmente tende a sfidare la potenza egemone.

Per concludere. Le elezioni americane hanno suscitato un grande dibattito, anche in Italia. Come spesso avviene, si è detto tutto e il contrario di tutto. Quali sono, a giudizio di un profondo conoscitore degli Stati Uniti come lei, i luoghi comuni più diffusi e i miti da sfatare sull’attuale situazione americana?

Ho sentito ripetere da importanti televisioni che “comunque Trump ha avuto un successo perché è arrivato secondo”. Come altro poteva arrivare Trump nella sfida per la presidenza tra due persone in un sistema bipartitico? Questo per dire come spesso anche i divulgatori non sanno quel che dicono. Ciò che non è stato compreso è che proprio il sistema americano che sembra barocco e incomprensibilmente “antidemocratico” ha funzionato alla perfezione secondo le regole costituzionali nonostante i tentativi traumpiani di travolgerle.

Intervista a cura di Saro Freni