Emergenza: gli strumenti giuridici sono adeguati?

Emergenza: gli strumenti giuridici sono adeguati?

La situazione del tutto eccezionale che stiamo vivendo ci mette di fronte a numerose questioni, anche di natura giuridica. Intervistato per I Liberali, il professor Antonio Saitta – ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Messina – ci ha aiutato a comprendere meglio alcune delle questioni oggi dibattute.

Qual è la sua opinione sugli strumenti giuridici adottati per la gestione dell’emergenza?

Sul piano contenutistico, va detto che sono provvedimenti estremamente eterogenei. Alcune misure mi sembrano dovute, ragionevoli, dettate dal buonsenso, anche sulla base delle indicazioni provenienti dalle strutture tecniche a supporto della Presidenza del Consiglio, del Dipartimento della Protezione Civile e del Ministero della Salute. Altre mi sembrano poco comprensibili, ma nel complesso direi che il governo ha fatto quanto necessario: in mancanza di vaccini e di protocolli terapeutici efficaci, il distanziamento sociale è l’unico strumento di profilassi da attuare. I provvedimenti sono andati in questa direzione.

E sotto il profilo formale?

Sotto l’aspetto formale ci sarebbe molto di più da osservare. Abbiamo assistito al fenomeno della proliferazione dei centri e delle fonti di produzione normativa, spettacolo sicuramente non auspicabile per la gestione di un’emergenza: decreti-legge, decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, decreti del Ministro della Salute, ordinanze dei presidenti delle regioni e di tantissimi sindaci: tutti si sono ritenuti legittimati a normare questa condizione determinando gravi incertezze per i cittadini, rendendo più complessa la loro vita e più difficoltoso lo svolgimento delle poche attività economiche consentite.

Come valuta le divergenze che si sono verificate fra lo Stato e alcune regioni?

Credo che la Costituzione offrisse al governo – in particolare con l’articolo 120 – gli strumenti per una gestione molto più centralizzata ed unitaria della crisi. Una emergenza così grave e complessa non può essere affrontata efficacemente con troppi centri decisionali autonomi. La Costituzione consente espressamente al governo di sostituirsi anche alle regioni quando sono in ballo interessi generali, quando il Paese è in pericolo. Si è visto come l’uso di criteri e protocolli diversi abbia in alcuni casi rallentato le misure di prevenzione, per non parlare poi di alcune iniziative di sindaci che andavano dichiarate inefficaci sin sul nascere.

Certo, la nostra Costituzione prevede il principio autonomista, e guai a chi lo tocca, ma questo deve essere bilanciato con quello dell’unità della Repubblica. L’autonomia regionale – e ancor di più quella comunale – si sarebbe potuta esercitare solo negli ambiti espressamente previsti dalla normativa statale per adattare i provvedimenti generali alle singole specificità territoriali.

Infine, parlando non da tecnico ma da cittadino, ho l’impressione che molte iniziative regionali e comunali siano state dettate più dalla ricerca di protagonismo politico che da ragioni sostanziali.

Alcuni osservatori auspicano che per il futuro venga regolamentato sul piano costituzionale lo “stato d’emergenza”, in un modo che tuttavia preveda garanzie molto chiare per la libertà dei cittadini. Altri sono contrari, scorgendovi il rischio di possibili abusi. Qual è la sua opinione in merito?

Secondo me, la nostra Costituzione ha già gli strumenti per la gestione di crisi come l’attuale. Mette a disposizione uno strumento normativo efficace, il decreto legge, che consente sempre di tenere vivo il controllo parlamentare. L’uso – e a maggior ragione l’abuso – di provvedimenti come i D.P.C.M. rischia di far saltare tutti i controlli: quello del Parlamento, quello del Presidente della Repubblica e quello della Corte costituzionale. Rimane soltanto la giustizia amministrativa, ma non è certo quella la sede privilegiata per la tutela dei diritti fondamentali.

Non credo, quindi, che la Costituzione debba essere modificata in questa parte. Certo, l’articolo 16 della Costituzione francese prevede uno stato di emergenza nazionale, circondandolo da una serie di cautele. Ma su tutto ritengo debba campeggiare la memoria di Weimar. Aver previsto uno stato d’eccezione si è dimostrato fatale per quell’esperienza costituzionale: sappiamo tutti com’è andata a finire con i poteri conferiti ad Hitler, paradossalmente nel rispetto formale della Costituzione.

Proprio il costituzionalismo di matrice liberaldemocratica, che fa della tutela dei diritti fondamentali la propria ragione d’essere, non può prevederne la sospensione neppure nei momenti più complessi. Occorre assicurare sempre un giusto bilanciamento tra tutti i valori in campo; è ammissibile anche una compressione temporanea dei diritti dei cittadini ma non la loro sospensione. La giurisprudenza costituzionale italiana l’ha dichiarato chiaramente a proposito della legislazione antiterrorismo e per quella antimafia. Ecco perché a mio avviso, gli strumenti offerti già oggi dalla Costituzione, se usati efficacemente, appaiono adeguati.

Questa situazione può creare un precedente?

La crisi è ancora in corso e vedremo come si concluderà, anche dal punto di vista normativo. Abbiamo avuto due decreti legge che si sono occupati del sistema delle fonti di emergenza. Il primo, n. 6/2020 è stato duramente criticato dal professor Cassese; il secondo, n. 19/2020, ha cercato di far tesoro delle critiche mosse dalla dottrina ma a me pare che ci sia riuscito solo in parte. Vedremo come si pronuncerà la Corte costituzionale: tutti questi atti inevitabilmente determineranno un contenzioso di livello costituzionale, a conclusione del quale si potrà fare un bilancio definitivo.

Credo comunque che il decreto legge sia alla fin fine lo strumento non solo più efficace ma anche costituzionalmente più corretto perché consente al Governo di intervenire con tempestività, offrendo adeguate garanzie allo stesso tempo per i diritti fondamentali: come già detto, è un atto sottoposto al controllo del Presidente della Repubblica, a quello parlamentare e infine al giudizio della Corte costituzionale. Non si deve neppure dimenticare che il decreto legge – in quanto atto con forza di legge – è perfettamente rispondente ai principi costituzionali, che in materia di libertà prevedono una serie di riserve di legge, e quindi impongono di intervenire con atti con forza di legge che dovranno comunque essere sottoposti al vaglio parlamentare.

A cura di Saro Freni