Virus e guerra del petrolio

Virus e guerra del petrolio

I prezzi internazionali dimezzati in meno di un mese e il rifiuto della Russia di accettare i tagli alla produzione voluti dall’Opec. Cosa sta succedendo al settore degli idrocarburi nell’analisi di Davide Tabarelli, uno dei massimi esperti italiani nel campo.

Siamo in condizioni di straordinaria emergenza economica, dopo quella sanitaria, e lo si vede bene dalle statistiche dei consumi di energia. Quelli di elettricità in Europa e in Italia sono inferiori del 20% in marzo rispetto allo stesso mese di un anno fa e questa è una prima indicazione brutale della caduta di attività economica. La gente non va in fabbrica, ma consuma più luce e energia a casa. Peggio stanno le cose per i prodotti petroliferi, quelli che vengono impiegati prevalentemente per la domanda di mobilità, con una caduta dei consumi dell’80%.

La situazione è simile in tutto il mondo, con un miliardo di auto ferme nei parcheggi e con oltre 100 mila aerei a terra, la domanda di benzina, gasolio e cherosene è inferiore di 20 milioni barili giorno, circa il 20% in meno della domanda globale. Il paradosso vuole che mentre la domanda crolla, i principali produttori di petrolio hanno scatenato una guerra di prezzo con l’effetto di farlo cadere da valori a fine febbraio intorno ai 55 dollari per barile verso i 23 dollari, minimo dall’aprile del 2002.

Il mancato accordo tra Arabia Saudita e Russia

La scintilla è stata il mancato accordo, nella riunione del 6 marzo, fra Arabia Saudita, il principale membro OPEC, e la Russia, che guida un gruppo esterno, per un ulteriore taglio di 1,5 milioni di barili giorno quello già deciso lo scorso dicembre di 2,1 milioni. Alla Russia doveva spettare un’altra riduzione di 0,3, ma si è rifiutata, anche perché i suoi giacimenti, diversi da quelli sauditi, si danneggiano con cali dei ritmi estrattivi. La non volontà della Russia ha scatenato la reazione dei sauditi che, guidati dall’irrequieto giovane principe Mohamed Bin Salman, ha deciso una rappresaglia, ha aumentato le vendite e fatto crollare i prezzi.

Non è una novità, lo avevano già fatto nel 1985, nel 1998 e nel 2014, ma questa volta la differenza è che non è un rallentamento di domanda che i produttori devono affrontare, è un crollo di dimensioni mai viste. In maniera meno esplicita, i sauditi vogliono un coinvolgimento del primo produttore mondiale, gli Stati Uniti, che più di ogni altro negli ultimi 5 anni ha contribuito alla crescita dell’offerta, salita di 4 milioni di barili giorno a 13, quando Sauditi e Russi l’hanno ridotta di circa 1 milioni barili giorno.

Perché la stabilizzazione dei prezzi passa per Washington

È per questo che ogni tentativo di stabilizzazione dei prezzi passa necessariamente per Washington, che deve forzare i suoi petrolieri a ridurre i ritmi estrattivi ben di più di quello che accadrà per il semplice fallimento di quelle società che non reggono i bassi prezzi. Infatti, grazie al solito annuncio di Trump via Twitter, in base al quale indicava come cosa ormai fatta un accordo, i prezzi del greggio giovedì 2 aprile hanno fatto segnare un balzo record oltre i 30 dollari. Gli stessi sauditi, un po’ ravvedutisi di fronte alla gravità della caduta dei consumi, non del tutto chiara il 6 marzo, hanno accettato di rivedersi con i russi, anche questi un po’ più spaventati.

Tuttavia, non è stato chiaro cosa facciano gli Stati Uniti, perché per loro tagliare la produzione è qualcosa di impossibile in quanto dovrebbero violare quello che da oltre un secolo è uno dei principi fondamentali della loro società, ovvero la legge anti trust. Fu approvata con lo Sherman Act nel 1890, ma applicata in maniera severa per la prima volta nel 1911 proprio contro l’industria petrolifera di Rockefeller, la Standard Oil of New Jersey. Questa venne allora spezzata in decine di altre società e la più grande divenne la Exxon, quella che ancora oggi è la prima società petrolifera privata al mondo e che venerdì pomeriggio, assieme ad altre, è stata ricevuta da Trump.

Vero è che esiste un precedente nel 1931 con la Texas Railroad Commission, una sorta di autorità dell’energia del più grande stato produttore della federazione, il Texas, lo stato dell’unica stella, quello che entrò dopo nell’unione e che da sempre si considera diverso dagli altri. Allora la commissione intervenne bloccando la produzione, misura che replicò, in modo più leggero nel 1972.

In questi giorni i commissari della commissione scavalcano Trump e parlano direttamente con i sauditi e i russi. L’eccezionalità del momento giustificherebbe ampiamente la sospensione delle leggi antitrust, ma il presidente deve decidere per un pesante intervento dello stato nell’economia, scelta impensabile fino a qualche settimana fa, prima del Coronavirus.

Davide Tabarelli, aprile 2020