L’Europa a un bivio, tra pandemia e geopolitica

L’Europa a un bivio, tra pandemia e geopolitica

Non solo il Covid e i rapporti internazionali con Russia, Cina e Stati Uniti. L’Europa deve fare i conti anche con i problemi interni e, in particolare, con la frattura dei Paesi “frugali”). L’analisi di Giorgio Ferrari.

Che l’Unione Europea viva un momento assai difficile e delicato è persino banale scriverlo. Tra nuovi focolari in Germania e altrove e dibattiti sul Recovery Fund e altri strumenti finanziari pare che tutto congiuri contro la tenuta dell’Unione. E la geopolitica? Oramai la partita è tra Russia, Cina e Stati Uniti. Poi c’è la Turchia. Paese membro della Nato ma che gioca in proprio in uno scacchiere, per noi vitale, come quello che va dalla Libia all’Asia centrale. La Cina appare assai aggressiva e allunga gli artigli del drago sulla gola di Hong Kong, Taiwan e mette sotto pressione tutto lo scacchiere dell’Estremo Oriente. A contrastarla sono gli Stati Uniti, che però non vogliono altre voci ai tavoli negoziali. Ad accodarsi alla loro strategia si rischia di fare la fine dei curdi.

E allora che fare? Ma la domanda vera è: che cosa vuole essere l’UE? Allo stato attuale chi decide sul serio, ossia il Consiglio europeo, assomiglia molto a un’assemblea di condominio. Il Parlamento Europeo cerca di farsi sentire, ma i suoi poteri sono limitati. Ma gli equilibri e le alleanze cambiano giorno per giorno, quasi ora per ora. L’asse franco-tedesco, che pareva andato in frantumi, si è ricomposto dopo che la Merkel ha aperto a strumenti di sostegno ai Paesi più colpiti dalla pandemia.

Ora la linea di frattura è con i Paesi cosiddetti frugali. Capiranno, ad esempio, gli olandesi, che l’interscambio commerciale che hanno, ad esempio con l’Italia, vede il valore delle loro esportazioni più del doppio del nostro? A chi conviene una crisi senza fine dei Paesi del sud Europa, Francia compresa? Non entro nel merito degli strumenti in discussione, parlo della forza e della compattezza dell’Europa e di come può e deve presentarsi sullo scenario mondiale. Poi c’è il gruppo di Visegrad per il quale, detto in termini semplici, l’UE è una mucca da mungere accollando agli altri i costi del suo mantenimento. Molti si chiedono: perché non fanno come il Regno Unito e se ne vanno? Domanda assai ingenua.

Altro elemento: le divisioni all’interno delle grandi famiglie politiche in Europa. Socialisti, liberali e conservatori non hanno saputo elaborare strategie comuni. È un brutto segnale, che fa risuonare, mutatis mutandis, la resa al nazionalismo dei più importanti partiti socialisti europei nel 1914. Se in questi giorni i sovranisti appaiono in difficoltà ciò non vuol dire che non rialzerebbero la testa se le forze politiche democratiche facessero scelte sbagliate.

Che fare dunque? Quello che si chiede da tempo, ossia un’Europa finalmente federata, forte delle sue diversità e capace di far sentire il proprio peso in primis nel Medio Oriente e in Africa settentrionale. Se qualcuno dei nuovi venuti si sfilasse e rivendicasse la propria piena sovranità pazienza, ce ne faremmo una ragione.  Come diceva Einaudi, proprio a proposito dell’Europa:” Nella vita delle nazioni di solito l’errore di non saper cogliere l’attimo fuggente è irreparabile”.

Giorgio Ferrari, 25 giugno 2020