Perché Roberto Gervaso ci mancherà

Perché Roberto Gervaso ci mancherà

Ci ha lasciato un personaggio ironico, colto, coerente con le sue idee liberali, ma anche sottovalutato. Il racconto di Edoardo Massimo Fiammotto, vecchio amico del grande divulgatore.

Apprendendo con tristezza della morte di Roberto Gervaso mi vien voglia di raccontare qualcosa su di lui, sul personaggio che ho conosciuto e sulle qualità che egli nascondeva e dissimulava abilmente, preferendo lasciar trasparire difetti che in un certo senso delineavano quella figura che -da buon comunicatore- si era sagacemente costruito addosso.

Sono dell’idea che nella vita di Roberto siano state fondamentalmente cinque le persone che hanno influito – ciascuna a suo modo e non sempre volontariamente- sulla crescita, sullo sviluppo e sulla maturazione della sua vita: due uomini e tre donne. Sono: Indro Montanelli, Silvio Berlusconi e le tre signore a lui più vicine: la mamma, la moglie e la figlia.

Ne abbiamo apprezzato le doti di divulgatore, scoperte, coltivate e sviluppate sotto la guida di Montanelli, che fu suo mentore sin dall’inizio degli anni Sessanta. Con lui scrisse i primi sei volumi della “Storia d’Italia”, completò la formazione giornalistica negli anni al “Corriere”, e poi si affrancò – come è giusto che accada in un rapporto “Maestro-Allievo” – per conquistare la sua autonomia. Ovviamente non tutto accadde come la tradizione avrebbe voluto, ma le storie – lo sappiamo – mai sono prevedibili.

La giovinezza

Roberto trascorse la sua giovinezza a Torino perché il papà fu chiamato ad insegnare al prestigioso Real Collegio di Moncalieri. Andò a vivere in via Palmieri, nei pressi di corso Francia. Una famiglia borghese, la sua, ma non tradizionalista come si immaginerebbe: la vulcanica mamma, che ho avuto il piacere di conoscere, era un’agguerrita paladina dei diritti civili, femminista convinta, vegetariana e – se ben rammento – seguace di qualche filosofia o religione orientale. A me ricordava la suffragetta di “Mary Poppins” Winifred Banks… e infatti destino volle che per un certo periodo si separasse dal marito e andasse vivere proprio a Londra…  ma successivamente Roberto – tornato dagli Stati Uniti, dove aveva intrapreso un percorso di studi- li fece riunire.

Scrivo questo perché Roberto Gervaso aveva un’autentica e naturale ammirazione per le donne, che non solo trattava con galanteria, ma delle quali apprezzava l’intelligenza e le caratteristiche di genere, da lui considerate indispensabilmente complementari per l’evoluzione dell’umanità intera. E credo che questa sua forma mentis sia stata proprio merito dell’amatissima mamma, alla quale ha dedicato il suo libro/confessione “Di me tutto, lettera a mia madre”, e che ispirò la scelta di alcune sue celebri biografie, da Claretta alla Monaca di Monza, alla Bella Rosina…

L’incontro con Montanelli

Aveva sedici anni quando, in attesa di un taglio dal suo barbiere in corso Francia l’occhio gli cadde su una copia del Corriere della Sera: “Lo sfogliai e in Terza pagina mi colpì il titolo di un articolo: Polli a Cinecittà. Lo lessi d’un fiato e mi feci un mucchio di risate -ci racconta Gervaso- Era scritto con humor volterriano, senza vaniloqui sociologici, tutta polpa, spezie, aneddoti, battute. La firma era di un certo Indro Montanelli. Mai sentito, ché a casa si leggeva “La Stampa”, detta anche “la bugiarda” per il rigoroso rispetto della verità. Quel giorno decisi di fare il giornalista, di diventare come Montanelli. Dopo un anno presi la maturità con il minimo dei voti. Mio padre mi chiese cosa volessi per premio. Un premio che, forse, non meritavo. Gli risposi: andare a Roma a conoscere l’autore di Polli a Cinecittà. Mio padre, che leggeva “La Stampa” e non sapeva chi fosse

Montanelli, mi rispose che se questo era il mio desiderio lo avrebbe esaudito, anche se sarebbe stato più felice se fossi andato a Roma per conoscere Sophia Loren o Gina Lollobrigida”. Il giorno dopo Roberto Gervaso partì alla volta di Roma, ospite di quattro zie e del nonno materno, e riuscì nel suo intento facendosi invitare addirittura a casa del Maestro in piazza Navona… Non è il caso di dilungarsi su questo, ma il racconto del primo incontro è davvero interessante. Roberto ebbe in quell’occasione la sua prima grande lezione di giornalismo.

L’esperienza neglli Stati Uniti

Facciamo un salto, perché in mezzo c’è una borsa di studio biennale che gli venne assegnata dall’università di Ann Arbor nel Michigan, cosa che gli permise di sviluppare un’apertura mentale e metodica che si rivelò poi molto utile nella sua vita. Anche la prima esperienza americana gli parve piuttosto traumatica (“viaggio disastroso” lo definì Gervaso): “lo scampato pericolo d’impalmare una vedova miliardaria che aveva almeno trent’anni più di me, la trasferta da New York all’Università del Michigan, due mesi d’inferno nel campus, la ricerca disperata e vana di trovare l’amore, infallibile antidoto contro la depressione. Le notti passate a dare corpo a nuovi complessi di colpa che mi avevano spinto a fare cose impensabili e assurde. Come scrivere a Fidel Castro perché graziasse due dissidenti politici. O rivolgermi al segretario generale delle Nazioni Unite perché il Consiglio di Sicurezza mettesse definitivamente al bando le guerre…”.

Finalmente al Corriere

Tornato a Torino, non fece in tempo a disfare le valigie che dovette subito traslocare a Milano in un “bilocale senza pretese” sito in periferia. Tutto perché finalmente potesse varcare le porte del Corriere spalancategli da Montanelli. Quì cominciò la più classica delle gavette e la scalata professionale culminata con i   volumi scritti a “quattro mani” con il Maestro. Montanelli non solo seppe essere una guida ineguagliabile nella pratica del giornalismo ma riuscì trasmettere al suo pupillo anche l’amore per l’idea liberale.

“La mia fede politica è quella di un vecchio liberale – avrebbe poi scritto – nato liberale e che liberale morirà. Non so se le mie idee siano giuste, e giusti siano i miei ideali, che delle mie idee sono l’utopistico anelito. Quel che so, e questo lo so bene, è che non le homai tradite e il solo pensiero di barattarle con altre, magari opposte, mi ripugna. Più che idee, le mie sono antiche convinzioni e, proprio per questo, salde” e aggiunse: “Vi siete mai chiesti perché in Italia l’idea liberale, che non è certo l’idea della destra oggi al potere, non abbia mai avuto successo? Se non ve lo siete mai chiesti, ve lo dico io: perché gli italiani non amano la libertà, ma solo il proprio comodo”.

La candidatura per il Partito Liberale

Confesso che io un po’ di questa fede ne approfittai. Per spiegarvelo devo raccontarvi come abbiamo iniziato a frequentarci. Negli anni Ottanta Roberto Gervaso aveva eletto a “buen retiro” una bella villa situata nella collina di Cumiana, ridente località del pinerolese. La sua frequentazione della zona era nota ai vecchi liberali del territorio, che speravano di poterlo avere ospite a qualche incontro politico. Ma lui si rivelava assai restìo a questo genere di riunioni. Un po’ la vanità, un po’ la necessità di mantenere l’equidistanza (era un uomo di relazioni trasversali) lo portavano a cortesemente declinare gli inviti. Io (che allora ero segretario politico della locale sezione del PLI), invece, contattai l’editore per offrirmi di presentare a Pinerolo un suo libro appena uscito. Si mosse il suo agente e Roberto Gervaso arrivò, accolto come una star. A cena scambiammo i   recapiti, con l’intento di incontrarci presto, magari a Roma.

Poco tempo dopo lo andai a trovare nella sua bellissima abitazione nei pressi di Piazza di Spagna, con l’intento di convincerlo a collaborare al giornale che mi accingevo a dirigere, Il Corriere Alpino, un quotidiano dalla vita breve che fu pubblicato a Torino tra il 1986 e il 1987. Roberto Gervaso accettò con entusiasmo e ci fece giornalmente pubblicare molti dei suoi famosi “aforismi”, che vennero poi raccolti nella sua seconda opera dedicata che intitolò: “La Volpe e l’Uva”.

I nostri rapporti divennero quindi sempre più confidenziali al punto che riuscii a sfruttare un suo momento di condiscendenza convincendolo ad affrontare l’esperienza che mai aveva fatto prima e che mai avrebbe ripetuto: candidarsi alle elezioni politiche per il Partito Liberale Italiano in una campagna elettorale persa in partenza, ma che lui visse come una missione che comunque avrebbe dovuto accettare almeno una volta nella vita. Le elezioni erano quelle del 14 giugno del 1987 e lui si presentò nel Collegio Senatoriale di Pinerolo, poi conquistato – come sempre – dalla Democrazia Cristiana. Si confrontò in quel collegio con candidati che conosceva anche personalmente, come Susanna Agnelli e Marco Pannella. In quell’occasione ebbi modo di scoprire un Roberto Gervaso inedito: amava stare in mezzo alla gente, stringere le mani nei mercati, tenere comizi nelle sezioni, suonare i campanelli dei condomini… La sua proverbiale ipocondria e la depressione che spesso lo perseguitava (ce l’ha raccontata magistralmente nel suo libro: “Ho ucciso il cane nero”) sembravano svanite. In quel mese ci legò qualcosa di unico… un’esperienza – appunto – irripetibile.

Fui poi io a trasferirmi a Roma su invito dell’allora Segretario Nazionale del PLI Renato Altissimo per un incarico all’Ufficio Stampa e allo storico giornale di partito “L’Opinione”: così le nostre frequentazioni si intensificarono. Roberto Gervaso era contesissimo nei salotti della prima Repubblica perché amico di tutti quelli che “contavano” nella capitale, affiancato dalla bellissima moglie Vittoria (che immortalò sulla copertina del libro sulla Monaca di Monza) abile esperta di pubbliche relazioni.

Il legame con Berlusconi (e la separazione da Montanelli)

Fu Roberto Gervaso ad introdurre in questi ambienti l’allora emergente e ambiziosissimo imprenditore televisivo Silvio Berlusconi. Gli presentò Andreotti, ma soprattutto gli fece conoscere Licio Gelli. Prima dello scandalo mediatico, la P2 era una loggia molto ambita, inutile nasconderselo. Roberto Gervaso ne fu attratto solo giornalisticamente perché voleva essere il primo a fare un’intervista al Gran Maestro, ma Maurizio Costanzo lo batté sul tempo e si dovette accontentare del secondo posto. Animato da un sincero interesse alla storia della Massoneria Gervaso prese a frequentare Gelli, ma da questo rapporto trasse più rogne che vantaggi. La sua adesione (ed il legame con Berlusconi) furono la causa di una decennale separazione da Montanelli, che comunque gli aveva regalato, come fosse un testimone, la sua mitica Olivetti Lettera 22, strumento che Gervaso usò per scrivere i suoi libri successivi. Fu “parcheggiato” dal Cavaliere a Telemilano, eppoi valorizzato nelle reti Mediaset, dove con la seguitissima rubrica “Peste e corna e… gocce di storia” seppe trasferire in video le sue innate doti di divulgatore storico e opinionista.

La morte di un grande “sottovalutato”

Come ho scritto, Roberto Gervaso era ipocondriaco, vedeva minacce di malattie ovunque, e si può dire che non stava bene se non poteva accusare qualche acciacco o quantomeno un diplomatico “mal di testa”…. Ma non l’ho mai sentito o letto dichiarare di temere la morte, anche se da anni non ho più avuto l’occasione di incontrarlo. Ho pensato a chissà quale dramma rappresentasse per uno come lui la pandemia… Ho pensato anche che anni fa sicuramente sarebbe stata una condizione persino congeniale: fosse stato per lui l’uso delle mascherine e dei guanti avrebbe dovuto essere naturale comportamento di prevenzione.

“Il passato mi fa temere meno la morte” scrisse Roberto Gervaso “L’altro giorno, in campagna, in una notte tiepida, lucida e piena di stelle, non riuscivo a prendere sonno. Mi alzai, spalancai la finestra e guardai il cielo. Non l’avevo mai visto con quegli occhi e sentito con quel cuore. Pensai per un attimo alla morte e non provai alcuno sgomento. Se, abbandonato il corpo, la mia anima si fondesse con l’incommensurabile e impenetrabile cosmo e ne diventasse un ennesimo, infinitesimale ingranaggio? Forse proprio a questo pensava Kant quando ragionò su Dio: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”. Parole stupende, che cito spesso. Specialmente nei momenti di sconforto, quando tutto mi è contro e l’idea di una fine senza infinito, di un abisso senza scampo, di un vuoto eterno mi strazia l’anima e mi fa maledire il destino”.

Parole sagge – caro Roberto- che terremo con noi insieme all’immenso patrimonio saggistico letterario che ci hai lasciato. Tua figlia Veronica -che porta avanti la tradizione giornalistica di famiglia – si è congedata da te con un bellissimo tweet: Sei stato il più grande, colto e ironico scrittore che abbia mai conosciuto. E io ho avuto la fortuna di essere tua figlia. Sono sicura che racconterai i tuoi splendidi aforismi anche lassù. Io ti porterò sempre con me.”.

Nei miei ricordi Roberto Gervaso è così. Aggiungerei un aggettivo: “sottovalutato”. Il mondo accademico lo aveva emarginato, come del resto fece con Montanelli, considerando il suo stile di raccontare la Storia poco ortodosso. Ma è proprio così che talenti come Roberto Gervaso hanno contribuito a rendere interessante la materia. Per questo sogno di vedere ristampati tutti i suoi libri, magari ben sistemati sui banchi di scuola.

Edoardo Massimo Fiammotto