Sovranismo e liberalismo sono compatibili?

Sovranismo e liberalismo sono compatibili?

Non bisogna respingere l’idea di nazione, ma oggi un liberale non può che essere europeista. Il commento di Franco Chiarenza.

Ho letto con ritardo il botta e risposta tra Corrado Ocone da una parte e Raffaello Morelli e Piero Paganini dall’altra sulla compatibilità tra sovranismo e liberalismo. Da Ocone si può dissentire; io, per esempio, non condivido il suo mettere la propria cultura a servizio di istituzioni e personaggi che liberali non sono (come lui sa bene) cercando di conciliare le sue radici politiche con il populismo che si affaccia prepotente sulla ribalta elettorale. Ma alle tesi di Ocone vanno opposte argomentazioni che si muovano sul terreno teorico in cui lui le ha poste e non con considerazioni di attualità politica (sulle quali posso anche concordare con Morelli e Paganini).

Se al termine “sovranismo” che non significa nulla e non ha basi teoriche di alcun genere sostituiamo quello di “nazionalismo” dobbiamo riconoscere che esiste un importante filone che possiamo definire di “nazionalismo liberale” che è stato addirittura prevalente nella seconda metà del XIX secolo. Si tratta – volendo semplificare – di una composizione tra diritti individuali e principio di nazionalità che nulla ha da spartire con il nazionalismo aggressivo e razzista che ha impregnato le ideologie fasciste e naziste ma che è esistito e ha improntato tutti i movimenti liberali i quali proprio agitando il principio della sovranità nazionale hanno minato la legittimità degli imperi multinazionali come quello asburgico e quello orientale del sultanato turco. Ha quindi ragione Ocone nel sostenere che, almeno in linea puramente teorica, al principio del primato della sovranità nazionale anche autentici liberali possano aderire.

Dove Ocone secondo me ha torto è nel non tenere conto che da molti anni il liberalismo europeo (a cominciare da Croce e da Einaudi che egli mostra di conoscere bene) abbia ritenuto che la dimensione nazionale non sia più sufficiente a garantire lo stato di diritto e le libertà civiche che del liberalismo sono la base. E ciò anche sull’esperienza di ciò che è avvenuto quando le democrazie hanno preteso di assolutizzarsi rispetto ad ogni intermediazione sociale andando a sfociare in un autoritarismo plebiscitario; come è appunto avvenuto con il fascismo nel 1922, con il nazismo nel 1933, e rischia di avvenire oggi in Ungheria con Orban (il quale, non a caso, parla di democrazia “illiberale”) e con Putin che definisce il liberalismo superato dalla storia (“obsoleto”).

Per questa ragione, sin dalle origini, la costruzione europea non è stata un asettico conglomerato di stati, sul modello delle unioni doganali e delle aree di libero scambio già sperimentate, ma ha corrisposto a una precisa opzione ideologica, prettamente liberale, condivisa dai movimenti cristiani e dai socialisti democratici. E anche le successive cessioni di sovranità (purtroppo limitate proprio da miopi convenienze nazionalistiche) si sono mosse in questo preciso contesto.

Il dramma della Gran Bretagna sta tutto qui perché il Regno Unito era l’ultimo residuo del nazionalismo liberale del secolo precedente e non aveva vissuto il dramma delle degenerazioni autoritarie (che ha invece accomunato l’Italia alla Germania, alla Spagna ma anche alla Francia); la sua classe politica ha ondeggiato per anni tra la partecipazione a una costruzione multinazionale liberale e la convinzione di potere fare da sé (anche per il legame preferenziale che la legava agli Stati Uniti e al Commonwealth). Poi ha finalmente scelto e dubito che per essa sia stata l’opzione migliore; per il resto d’Europa invece forse si è trattato di una liberazione da decenni di fibrillazioni che hanno contribuito non poco a indebolire l’Unione.

Ecco perché un liberale italiano oggi – in qualunque partito militi o per chiunque voti – non può non essere un convinto assertore dell’unità europea, senza per questo nascondersi le difficoltà di realizzarla uscendo dal guado in cui si è impantanata l’Unione. Gli ambiti nazionali, infatti, soprattutto nei paesi più lontani dalla cultura liberale (come il nostro), non garantiscono il mantenimento delle libertà fondamentali e quell’equilibrio dei poteri che caratterizza gli stati liberali.

La teoria del conflitto di Dahrendorf si risolve infatti, in una prospettiva liberale, proprio evitando il più possibile la concentrazione del potere e mantenendo l’equilibrio instabile del check and balance.

Franco Chiarenza, maggio 2020