Taglio parlamentari: no agli sprechi, ma la democrazia ha un costo

Taglio parlamentari: no agli sprechi, ma la democrazia ha un costo

Al di là del referendum, bisogna riflettere sul ruolo della rappresentanza e sulla crisi dei partiti. Le riforme costituzionali non sono una panacea. Meglio pensare a riformare la politica. Il parere del prof. Antonio Saitta nell’intervista a cura di Saro Freni.

Taglio sì o taglio no? Gli elettori saranno chiamati a decidere il 29 marzo, votando al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari. Ma la campagna referendaria può essere anche l’occasione per sviluppare alcune riflessioni generali sul ruolo della rappresentanza e sulla crisi della politica. Intervistato per I Liberali, Antonio Saitta – ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Messina – ha illustrato il suo punto di vista sull’argomento.

Qual è il suo parere sulla riforma?

Il numero dei parlamentari non è un elemento autonomo rispetto ad altri elementi strutturali del sistema democratico. La Costituzione è un corpo organico: non è possibile intervenire solo su un profilo pensando che tutto il resto rimanga immutato. Il numero dei parlamentari è legato a un modello di parlamentarismo, a un modello di rappresentanza politica (in particolare, di rappresentanza territoriale), a un tipo di bicameralismo.

Quindi, questa riforma – come tutte le riforme – non è valutabile se non è messa in rapporto con tutte le altre conseguenze che determina: intervenire su un settore della Costituzione significa comunque determinare dei nuovi equilibri che si devono valutare nel loro complesso.

Esiste, a livello teorico, un rapporto numerico ideale tra rappresentati e rappresentanti?

In un sistema democratico ogni parlamentare dovrebbe rappresentare un numero di abitanti che gli consenta di avere un rapporto con l’opinione pubblica locale, di essere riconoscibile e individuabile. Deve essere in condizione di partecipare al dibattito pubblico che si sviluppa in quel territorio. E, al tempo stesso, deve poter affrontare una campagna elettorale che non abbia costi insostenibili per una persona normale, ossia per una persona che abbia normali capacità finanziarie: e questo è un elemento da non sottovalutare.

Se il rapporto fra rappresentati e rappresentanti è un rapporto troppo divaricato, il costo per il candidato diventa insostenibile. Questo vale anche nell’epoca di internet e dei social media.

I sostenitori della riforma mettono in primo piano il problema dei costi della politica. A suo giudizio, è un modo corretto di porre il problema?

Posto in quei termini, è scorretto. Se dovessimo estremizzare il concetto, un uomo solo al comando azzera i costi, il che ovviamente non è accettabile. La democrazia certamente è un sistema che comporta dei costi. Ciò non significa che il principio democratico debba legittimare ruberie, sprechi, privilegi. Questi non sono accettabili in linea di principio, e ancor meno lo sono oggi, in un contesto di grave difficoltà per le famiglie, per le imprese, per tutti.

Quindi, una cosa è tagliare i privilegi e gli sprechi; un’altra cosa è impostare l’organizzazione della democrazia su considerazioni di ordine prettamente ragionieristico.

Un’altra questione che si solleva – che però è difficilmente definibile in termini quantitativi – è quella dell’efficienza generale del sistema. A suo avviso, c’è un rapporto verificabile fra questa e il numero dei parlamentari?

Dipende dalle competenze che il Parlamento deve svolgere. Se il Parlamento è chiamato a svolgere un’attività parlamentare piena, complessa, non può che avere una certa struttura, in grado di affrontare un’attività legislativa di questo genere. Se invece il Parlamento è un organo chiamato ad approvare solo poche leggi e sostanzialmente a ratificare decisioni prese dal Governo, allora può benissimo essere composto da un numero ridotto di membri.

Infatti, la riforma di cui stiamo discutendo giunge a conclusione di un lungo periodo in cui varie forze politiche – di tutti i colori: non solo il Movimento Cinque Stelle, che ha fatto di questa battaglia una bandiera – si sono mosse nel senso del ridimensionamento del ruolo del Parlamento. Un ruolo che nel disegno costituzionale – e poi nell’attuazione che ha avuto nei primi cinquant’anni di vita repubblicana – è stato centrale, insieme a quello dei partiti, per la vita politica del paese.

Poi che cos’è successo?

Questa centralità è andata scemando per almeno due elementi concorrenti: i condizionamenti della politica internazionale (ed europea, innanzitutto), che hanno ristretto enormemente l’ambito delle decisioni politiche che si possono prendere in sede nazionale, ingigantendo per un altro verso il ruolo del Governo; la crisi dei partiti, come luogo di mediazione e di elaborazione delle politiche, che ha determinato la crisi del Parlamento come luogo di concretizzazione delle politiche elaborate in sede partitica.

Qual è il suo giudizio complessivo sull’ormai quarantennale dibattito intorno alle riforme costituzionali?

Oggi abbiamo una prospettiva storica di questo dibattito. Io credo che questi quarant’anni abbiano dimostrato una cosa: i problemi del sistema – almeno a livello di vertice – erano più politici che istituzionali. Ciò che era in crisi (o che stava per entrare in crisi), più che l’organizzazione costituzionale del paese, era il sistema politico. Una crisi che è deflagrata negli anni novanta, ma che si incubava già da prima: anche per l’incapacità dei partiti politici, oltre che per fatti storici molto complessi. Non si era avvertita l’esigenza di un cambiamento profondo nel paese.

Così, si è riversata sulla Costituzione una voglia di riforme salvifiche, palingenetiche. Sulla riforma costituzionale si sono scaricate aspettative che andavano invece indirizzate verso il sistema politico. Il che non significa che la nostra Costituzione fosse perfetta, da un punto di vista organizzativo.

Che cosa potrebbe essere modificato?

Qualche aggiustamento sarebbe stato – e sarebbe tuttora – auspicabile, nel senso del consolidamento dei rapporti fiduciari fra Governo e Parlamento; nello svecchiamento e nella semplificazione di alcuni passaggi. Ma non nel senso dello stravolgimento del sistema. Si sono provate grandi riforme da sinistra e da destra: sono tutte fallite. E, in tutto questo, ciò che è andato sempre più deteriorandosi è il ruolo del circuito democratico.

Si è affermata una disintermediazione sempre più accentuata, un rapporto diretto fra istituzioni governanti e cittadini, che ha indebolito il sistema democratico e istituzionale. Se si parlasse meno di riforma della Costituzione e si parlasse di più di riforma della politica – di una nuova forma di partecipazione politica – si farebbe molto meglio.

Saro Freni, 28 febbraio 2020